Povero lui

Quando sui giornali viene riportata la notizia di un femminicidio, si leggono spesso frasi o espressioni che hanno a che fare con uomini infelici e “accecati dalla gelosia”, con uomini che “perdono la testa”, con uomini che “all’improvviso” si trasformano in assassini ma fino all’altro giorno erano bravi padri, cittadini modello, miti e gentili, “onesti lavoratori”. Dall’altra parte ci sono donne che se la sono andata a cercare, donne traditrici, infedeli, scostanti o, al contrario, donne portatrici di disordine, che esasperano, si sottraggono, assillano il compagno, l’amante, l’ex marito. Donne che non rispettano le aspettative sociali e quelle dell’uomo che avevano accanto. Viene immediatamente assunto, anche emotivamente, il punto di vista dell’aggressore frustrato, disperato e a volte celebrato, con la conseguenza che l’aggressore diventa vittima e che sulla vittima resta la colpa di aver causato una sofferenza insopportabile, di non aver soddisfatto delle aspettative, di aver provocato, in qualche modo, quel che è accaduto.

In Italia il concetto di delitto in nome della salvaguardia dell’«onore» è stato abolito nel 1981, eppure «l’atto compiuto nello stato d’ira determinato dall’offesa recata» rimane ancora oggi la principale espressione o il contesto di riferimento utilizzato da molti media per giustificare il femminicidio. Ancora oggi, insomma, il femminicidio viene legato a due principali motivi: l’amore o la malattia. La violenza viene quasi sempre spiegata come un “raptus”, una “follia” o una devianza: un fatto inevitabile e pure fascinoso, per la “potenza” del “sentimento” che l’ha mosso. Oppure un fatto privato, incomprensibile di per sé perché si consuma in un improvviso scatto d’ira, anche se l’uccisione della donna avviene dopo anni di violenze familiari o stalking, e le indagini rivelano che il delitto era stato organizzato e pianificato.

Le donne vittime di violenza, come spiegano da secoli esperte, movimenti femministi e associazioni di giornaliste, subiscono, attraverso il racconto distorto, una «doppia vittimizzazione»: che minimizza il reato di violenza agito da un uomo contro una donna e che rende complici della sottocultura che giustifica la violenza nei confronti delle donne. Il caso di Elisa Pomarelli ne è solo l’ultimo esempio.

La notizia è che una donna è stata uccisa da un uomo che non accettava di essere rifiutato sessualmente. Elisa Pomarelli, 28 anni, era scomparsa lo scorso 25 agosto nel piacentino mentre era insieme a Massimo Sebastiani, un uomo di 45 anni. Il suo corpo è stato ritrovato sabato 7 settembre. Sebastiani, che si era nascosto per giorni, è stato rintracciato e arrestato. Dopo essere stato portato in caserma, ha confessato e ha condotto i carabinieri sul luogo in cui si trovava il corpo di Pomarelli, in una buca vicino a una casa nel comune di Gropparello (Piacenza). Nel frattempo la procura ha disposto l’arresto di Silvio Perazzi, padre di una ex compagna di Sebastiani: è indagato per favoreggiamento perché accusato di avere aiutato Sebastiani a nascondersi.

Pomarelli lavorava come impiegata nell’impresa di assicurazioni del padre. Sebastiani lavora come tornitore. I due si erano conosciuti tre anni fa. Sul loro rapporto, la famiglia di lei ha spiegato che erano «amici e basta». Una cara amica della donna ha poi detto che conosceva bene entrambi, che non erano fidanzati – nonostante la famiglia di Sebastiani avesse spiegato che lui la chiamava “la mia fidanzata” – e che Elisa non era mai stata innamorata di lui, che glielo aveva detto e che gli aveva anche spiegato che provava «interesse solo per le donne».

Per raccontare il femminicidio di Elisa Pomarelli, giornali, televisioni e siti vari hanno empatizzato con Sebastiani, dando risalto alle sue lacrime e ai suoi pentimenti più che alla gravità e al contesto del crimine, e fornendogli in modo esplicito diverse attenuanti. Il punto, come è stato giustamente già scritto, non è che Sebastiani pensi quello che pensa o che i suoi amici dicano di lui quello che dicono: darne rilevanza però è «una precisa scelta editoriale che ci fa entrare nella storia attraverso la prospettiva dell’omicida, il suo sistema di valori e di giustificazioni».

Repubblica ha riportato nel titolo un presunto virgolettato di lui: «Ho fatto una stupidaggine».

Quel titolo è poi stato cambiato ma ha continuato a mantenere l’attenzione sul “dramma” di lui: «Un’ossessione per Elisa, Sebastiani confessa l’omicidio e piange». Il Messaggero: «Scomparsi Piacenza, le lacrime di Sebastiani dopo l’arresto: “L’ho uccisa, ma l’amavo”». Il Giornale ha definito Sebastiani un «gigante buono», La Stampa lo ha raccontato come un «Rambo di paese con la mania di impilare monete» e di aiutare gli altri, Open ha spiegato che si è «pentito», che si è mostrato «collaborativo fin dai primi momenti della cattura», «che non ha opposto resistenza», che «è apparso molto provato» e che «sarebbe scoppiato anche a piangere».

Al Tg2 è andato in onda un servizio accompagnato da questo commento:

«L’uomo ha detto di essere distrutto, che la sua vita è finita con quella di Elisa. Il corpo è stato trovato coperto da una coperta in segno di pietà. L’uomo non è andato mai via dal luogo in cui ha portato il corpo della donna, tutti i giorni andava a trovarla e le parlava».

Repubblica ha poi insistito su Sebastiani che «s’impappina», che «si agita sulla sedia» davanti agli inquirenti («ma per un uomo semplice qual è non è facile spiegare quel gesto orrendo»). Ha parlato delle sue «manone da tornitore», lo ha descritto come una persona premurosa – «lui andava a prenderla a fine lavoro per portarla a casa» – come «un uomo che tutti descrivono molto istintivo, uno un po’ selvaggio, capace di arrampicarsi sugli alberi e di correre a piedi nudi nella ghiaia. Una persona di animo semplice».

Molti giornali, per sostenere la tesi di fondo, hanno intervistato le persone vicine a Sebastiani. La Stampa: «È un coro. Amici, conoscenti, compaesani unanimi: “Massimo? Una bravissima persona”, “Uno normale, come te o me”, “Non ci credo, sarà stato un incidente”». Il Corriere della Sera:

«Per il Lupo (Luigi Farina, un amico di Sebastiani, ndr), Massimo è Max, è l’amico buono e spavaldo, al quale vuole bene fin da quando portavano i pantaloni corti “che lui non ha mai tolto neppure a 45 anni” (…) “Lui si arrampica sugli alberi, pesca con il bastone, dorme ovunque. È un rambo, capace di girare tutto l’anno in manichette corte. Esibizionista ma anche sempre pronto a darti una mano”».

In una specie di romanticismo della violenza, nei vari articoli il femminicidio è stato legato all’amore. Un amore talmente profondo che ha portato l’uomo alla disperazione e a fare una cosa che non poteva evitare: ecco il “raptus”, dunque, in qualche modo legittimato dai comportamenti di lei che, nonostante fosse lesbica (è il sottotitolo), continuava a frequentarlo. Repubblica se l’è spiegata così:

«Tra i due forse un equivoco e un gioco alla fine pericoloso. Lui diceva che era la sua fidanzata, ma lei precisava sempre che il legame era solo di amicizia. E forse è proprio in questo scarto d’intenti che è maturato il delitto. Lui andava a prenderla a fine lavoro per portarla a casa e lei scendeva in fretta dall’auto quasi scappando perché Sebastiani voleva baciarla. Diceva di adorarla, ma di un amore malato, morboso e non corrisposto. Una storia che andava avanti da parecchio tempo sempre appesa a questa incomprensione di fondo dove le intenzioni e i fini non combaciavano. Una storia con presupposti troppo fragili per potersi trascinare a lungo.

Lui insisteva, la incalzava e ogni volta lei precisava il confine entro il quale doveva stare la relazione. Un confine che forse alla lunga è risultato frustrante per Sebastiani (…) che avrebbe voluto essere molto diverso da quella amicizia che prescindeva da un rapporto più intimo. Forse sta proprio qui la chiave del dramma (…) Forse Elisa ha respinto per l’ennesima volta gli assalti di Sebastiani ribadendo quel limite che nel pomeriggio di una domenica di agosto, dopo un pranzo, il caldo e forse qualche bicchiere, è risultato insopportabile per Sebastiani.

Una storia maledetta conclusa con il pianto tardivo di un uomo sbigottito persino da se stesso».

Tutti gli articoli, infine, sono stati accompagnati dalle foto che ritraggono i due insieme, sorridenti: immagini d’amore incongruenti con quanto accaduto, che rafforzano l’idea che i due fossero una coppia serena. E pochissimi usano poi la parola che deve essere usata: femminicidio. Che non indica solo il sesso della morta, ma anche il motivo per cui è stata uccisa: perché si è sottratta alle pretese, alle richieste, alle dinamiche di potere, al desiderio o alla legge di quell’uomo.

E quindi?

È abbastanza ridicolo affermare che oggi non ci siano gli strumenti per non capire quello che si sta scrivendo. Seriamente. I centri anti-violenza (compresi quelli che vogliono sgomberare) e i collettivi femministi fanno divulgazione quotidianamente da decenni. Così moltissime giornaliste e associazioni di giornaliste. Pure l’ordine dei giornalisti si è attivato. Eppure, scrive Elisa Giomi, femminista e docente universitaria, «eppure niente, loro continuano a spargere i loro miasmi tossici con queste narrazioni distorcenti, giustificatorie e persino celebrative (dell’assassino)». Perché?

«Non è solo una provocazione acchiappa-like. Il fatto è che non sopportano che stia divenendo egemonica la lettura in chiave di genere e di ordine di potere di genere, che vuole il femminicidio come forma estrema di assoggettamento delle donne (…) Sperano, così facendo, di marginalizzare l’analisi e le istanze femministe. Sperano, così facendo, di silenziare la nostra lotta. E quindi: come intendiamo rispondere, sorelle e fratelli di buona volontà, alla guerra che una parte dei media ha ormai dichiarato contro le donne e la loro vita?»

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