“The Irishman” straborda

The Irishman di Martin Scorsese non è un film: non ci sta nelle dimensioni di un film, non ci sta sul grande o sul piccolo schermo. Straborda, è asfissiante e mastodontico; è un pomeriggio intero ed uno spicchio di serata. Più o meno a tre quarti dalla conclusione, ti convinci che il tuo mondo è lo stesso di Frank Sheeran, il protagonista interpretato da Robert De Niro; sei davvero convinto che dietro la morte di Kennedy e poi di Hoffa, interpretato da Al Pacino, ci sia stata la mafia. E ti convinci che a ogni pistolettata in faccia corrisponda uno spruzzo di rosso perfetto che riempie in maniera precisa la parete bianca di una casa.

Martin Scorsese è tornato al gangster movie ma, piccola sorpresa, non ha raccontato i gangster; non ha raccontato quel codice d’onore che aveva già raccontato in, per esempio, Goodfellas. Ha spostato l’attenzione sull’umanità degli assassini, sulla loro freddezza, sul loro essere così mortalmente fragili e imperfetti. Joe Pesci, che interpreta il boss, Russ, sovrasta tutti con una smorfia, con un’occhiata, con il modo in cui, verso la fine del film, s’afferra la giacchetta e resta a mugugnare.

I momenti in cui Pesci e De Niro si parlano in italiano, ricordano la guerra e la Sicilia, eleggono Catania a città più bella (e il suo olio ad olio più buono) sono momenti di un’intimità sfuggente, che fa male, che – se non ci fossero quei colori e quelle luci, se il film non durasse tre ore e mezza – verrebbe difficile notare. E invece eccoci. Questo è il mondo di Frank, delle sue due famiglie, e delle sue figlie. Peggy, interpretata da Anna Paquin, non parla mai, abbozza frasi, è un’espressione eterna, e nel suo disappunto sopravvive la moralità. Anche questa è recitazione.

Gli occhi di De Niro cambiano, e cambia la luce che li illumina e pure la compostezza di pupille e iridi; e in alcune scene, si fanno nebbiosi e vacui e lontani, come se non vedessero davvero quello che succede: i corpi che s’accumulano, le esplosioni che distruggono, le risse che sconfinano in nasi rotti, volti maciullati e arti spezzati. Il ringiovanimento della computer grafica, le rughe che vanno via, i corpi che si alleggeriscono e i movimenti (ricreati dagli stunt) che si fanno più fluidi e veloci, non stonano, non danno fastidio; al contrario, danno a questo film una dimensione ancora più precisa, e l’avanzata di Scorsese, il suo piano per invadere la quotidianità dello spettatore, procedono spediti e senza sosta.

Ti prende, perché alla fine ti prende, ed è questa la cosa più importante, per sfinimento: pianta la bandierina della conquista più o meno a metà, quando capisci che ne sarà del personaggio di Pacino, e quando cominci a empatizzare non con Frank, ma con sua figlia. In “The Irishman”, Scorsese vuole raccontare anche la storia dell’America, dall’immediato dopoguerra fino agli anni più recenti; fa passare in televisione, prima in bianco e nero, poi in pixel sfuocati di colore, servizi di telegiornale, annunci, gli ultimi momenti di Kennedy, la Baia dei porci, la lotta sindacale. Spiattella la fine che faranno i personaggi non appena li introduce. Elencando cause della morte, il giorno e il luogo della scomparsa.

Quando i minuti sono quasi finiti, quando da baldo quarantenne De Niro si trasforma in un vecchio decrepito prossimo alla fossa, incapace di mantenersi in piedi, The Irishman cambia ancora, diventa puro neorealismo, racconta la solitudine di un cattivo padre nei suoi ultimi giorni, e mostra anche – prima con l’acquisto della bara, poi con l’acquisto dello spazio per la sepoltura – il rapporto sottile che abbiamo con la morte; e intanto De Niro parla e continua il suo monologo alla camera e agli spettatori.

The Irishman sembra più classico, più composto, degli ultimi film di Scorsese: non c’è l’esuberanza di, per fare un nome, The Wolf of Wall Street; c’è Silence e c’è il rapporto con la fede (anche questo, mostrato negli ultimi minuti); c’è anche qualcosa, in questa impostazione quasi documentaristica, di racconto confessionale, del suo film sul tour di Bob Dylan, altro titolo distribuito da Netflix; Goodfellas torna ad affacciarsi soprattutto  nelle scene ambientate nei locali, nel rosso sfumato del Copacabana.

Per sequenze intere, The Irishman diventa un mormorio confuso, tanti pensieri, tante cose, tante storie; poi prende una sua strada, si fa più lineare e leggibile, e ritorna al punto di partenza. La camera si fissa su una porta socchiusa, su un uomo che ha paura di essere lasciato fuori, tagliato da ogni cosa, e rivela la sua verità: non c’è onore tra ladri; non c’è onore tra nessuno, nemmeno tra amici; si vive – anzi, si sopravvive – da soli.

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