Che faranno da grandi le Sardine?

È la domanda ormai ineludibile che in tanti si fanno e pongono loro dopo l’imprevedibile e clamoroso successo di piazza ottenuto un po’ ovunque a ridosso delle elezioni regionali in Emilia Romagna. Ma anche dopo qualche grossolano e facilmente evitabile scivolone come la foto con Luciano Benetton, i primi scricchiolii nell’organizzazione, le malcelate incertezze di prospettiva, la deludente propositività emersa nelle prime pur tanto desiderate interlocuzioni con il Governo (ministri Provenzano e Boccia), la sensazione diffusa che stiano vivendo una situazione di stallo.

Non c’è dubbio che la fase due di qualsiasi progetto che abbia incontrato un largo consenso sia particolarmente difficile e impegnativa. Come giustamente metaforizza uno dei leader del movimento, Mattia Santori, citando il cantautore Caparezza: «Il secondo album è sempre il più difficile».
Così come è vero che il movimento con i suoi appena tre mesi di vita è giovanissimo, che la strada che hanno davanti è per forza di cose accidentata e la fretta, come scrivevano i quattro fondatori (Andrea Garreffa, Roberto Morotti, Mattia Santori e Giulia Trappoloni) in una lunga lettera pubblicata su Repubblica il 20 dicembre, è il loro più grande nemico.

Ma altrettanto innegabile è che ormai le aspettative di cambiamento politico e sociale che hanno suscitato sono talmente alte che non potranno rifugiarsi ancora per molto in affermazioni che suonano quasi da alibi: «Per uno strano scherzo del destino molte persone cercano risposte da noi quando dovrebbero chiederle innanzitutto alle istituzioni della Repubblica» (lettera a Repubblica del primo febbraio, firmata “6000 sardine”). Oppure: «A noi basta sapere che siamo stati fondamentali per un ritorno alle urne di tanta gente che era assente da anni» (Mattia Santori intervistato da Alessandro De Angelis per l’Huffington Post il 4 febbraio). O ancora: «Non è facile trovare il vestito giusto per un ponte tra la politica e i cittadini» (sempre Mattia Santori intervistato da Francesca Schianchi per La Stampa del 12 febbraio).

Qualche passo in avanti convincente ormai è giunta l’ora di compierlo, qualche solido paletto organizzativo di piantarlo. Né si può tirarla ancora troppo per le lunghe, diciamolo pure, con arzigogoli del tipo che «le sardine non esistono (peraltro titolo del libro dei quattro fondatori di imminente uscita), non sono mai esistite, sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare» (dalla lettera del 20 dicembre).

Tuttavia un tratto identitario forte e chiaro le sardine senza dubbio ce l’hanno. E ricorda molto da vicino la teoria dei nudge o delle spinte gentili con cui (tra gli altri studi) Richard Thaler nel 2017 vinse il premio Nobel per l’economia.
Secondo Thaler si possono ottenere risultati straordinariamente importanti in termini di comportamenti virtuosi dei cittadini nei campi più disparati (dalla salute al risparmio, dalla tutela dell’ambiente al welfare e via dicendo) agendo attraverso dei pungoli o, appunto, “spinte gentili”, che non sono affatto ordini perentori ma più che altro una sorta di mix tra moral suasion e accorgimenti mirati (è noto l’esempio adoperato da Thaler a proposito di come favorire una dieta più equilibrata: «Sistemare la frutta sullo stesso livello dello sguardo in un negozio è un pungolo. Vietare il cibo spazzatura non lo è»).

Ebbene le sardine in questi tre mesi sono state degli straordinari “produttori” di pungoli, sotto forma di affollatissime manifestazioni di piazza, affinché i cittadini si ridestassero dalla rassegnazione a subire una politica urlata, divisiva, fomentatrice di un clima di odio irrespirabile e, nella sostanza, meramente propagandistica e inconcludente.
Oggi però questo tipo di “spinte gentili” rischiano di esaurire la loro forza propulsiva. Essenzialmente per due motivi.
Innanzitutto perché la tanto decantata gentilezza quale uno dei “marchi di fabbrica” delle sardine (concetto ribadito da Mattia Santori da Fabio Fazio a Che tempo che fa il 9 febbraio) può rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Infatti, come sottolineano Robert Maggiori e Charlotte Casiraghi nel loro suggestivo Arcipelago delle passioni):

«La gentilezza è una piccola virtù, certo estranea al male ma non abbastanza vicina al bene… La gentilezza può presentarsi anche sotto maschere che la deformano: l’ingenuità, la credulità, la fiacchezza d’animo. Per cui, sfigurato da un tale travestimento il gentile diventa come un bambino, benché adulto; un giocondo servitore del potere, incapace di vedere il male o l’intrigo anche quando sono in bella vista e di captare perciò le intenzioni a volte malevole di chi gli sta attorno».

Insomma, va bene la gentilezza e il parlare educato, ma è bene ricordarsi che trattasi di un prerequisito con il quale non può certo connotarsi un‘identità “politica” ben definita (anche perché «l’incapacità di vedere il male o l’intrigo anche quando sono in bella vista» i quattro fondatori delle sardine l’hanno già pagata a caro prezzo facendosi fotografare insieme a Benetton).

La seconda ragione è che va necessariamente allargato lo spettro d’azione: vanno cambiati i pungoli e i loro destinatari. I primi: non può essere sempre e solo la piazza. I secondi: bisogna agire non solo sul politico ma anche (talora soprattutto, come al Sud) sul pre-politico e sul pre- economico.

Pre-politico: se in Emilia Romagna in fondo è bastato risvegliare una cultura della partecipazione politica caratterizzata da un profondo senso civico già abbondantemente nelle corde dei suoi elettori, al Sud la stessa idea di politica è troppo condizionata da appartenenze, detentori di pacchetti di voti, porte girevoli da un partito all’altro. La partecipazione politica, quindi, prima ancora che risvegliata va “costruita” in ampie fasce dell’elettorato.

Pre-economico: se davvero si vuole favorire lo sviluppo del Sud che, meritoriamente, rappresenta uno dei capisaldi dell’azione che le Sardine hanno dichiarato di voler portare avanti, allora bisogna agire sulla formazione di capitale sociale, precondizione indispensabile per un qualsiasi sviluppo sostenibile e duraturo, come ben spiega il già ministro per la coesione territoriale Carlo Trigilia nel suo bel libro Non c’è Nord senza Sud:

«La carenza di cultura civica, identificata anche con il capitale sociale, è il fattore cruciale che scoraggia lo sviluppo, perché alimenta comportamenti che non rispettano le regole collettive e sono caratterizzati da opportunismo e da sfiducia nei riguardi degli altri…Il capitale sociale è costituito da norme informali condivise, cioè da regole di comportamento socialmente approvate che favoriscono la cooperazione, sostengono la fiducia negli altri e nelle istituzioni, limitano i comportamenti opportunistici dei singoli».

Mattia Santori in una delle affermazioni poc’anzi riportate sosteneva che «non è facile trovare il vestito giusto per un ponte tra la politica e i cittadini».
Io penso che questo vestito potrebbe essere quello di “incubatori di civismo”. E in questa veste le sardine dovrebbero muoversi a tutto campo, non dimenticando che anche la cosiddetta società civile organizzata ha bisogno di essere rimotivata, ringiovanita e anche stigmatizzata nei suoi eccessi di autoreferenzialità.
Ma a questo punto devono agire in fretta. Altrimenti il Lucio Dalla che ha fatto finora da colonna sonora alla loro esperienza potrebbe presto non essere più quello di “Come è profondo il mare” bensì quello di “Felicità”:

«Forse per questo i sogni sono così pallidi e bianchi
e rimbalzano stanchi tra le antenne lesse delle varie tv
e ci ritornano in casa portati da signori eleganti
cessi che parlano, tutti quanti che applaudono
non ne vogliamo più».