È sbagliato dire solo che è sbagliato

Questo governo è un brutto governo, pieno di contraddizioni, con un alto tasso di improvvisazione e incompetenza, aduso più a coniare slogan da campagna elettorale e a postare proclami sui social network che a metter testa davvero sui problemi del Paese gravosi e urgenti da risolvere.
Detto ciò, non credo che coloro che auspicano presto un cambiamento del “governo del cambiamento” possano limitarsi solo a dire no, a contestare qualsiasi cosa i Salvini e i Di Maio di turno sostengano o facciano, a esclamare ogni due per tre che tutto è pazzesco, sconcertante, agghiacciante, vergognoso, a ripetere a ogni piè sospinto qualche battutina che mentre la pronunciano si capisce lontano un miglio quanto si reputino arguti e intelligenti per averla coniata: invece che nella terza repubblica siamo alla terza media; l’onestà andò sta; Bonafede è in malafede, e via dicendo di questo triste passo.
Alzare la voce non paga. Rincorrere il governo sul piano degli slogan neanche. Ma nemmeno contestare “a prescindere” qualsiasi iniziativa governativa serve granché. Ci vuole discernimento. Che poi è sinonimo di serietà e credibilità.
Faccio tre esempi.

1) Reddito di cittadinanza
È stato il cavallo di battaglia vincente della campagna elettorale del Movimento 5 stelle. Ed è stata la dimostrazione più palese della miopia politica e della disconnessione con la Storia (prima ancora che con il proprio elettorato) del Partito democratico. Che non ha trovato niente di meglio da fare che sminuire il tema, da un lato equiparandolo all’assistenzialismo e, dall’altro, puntando il dito contro la mancanza delle coperture economiche per finanziarlo. Mai errore fu più clamoroso perché si tratta di una questione che dovrebbe stare a cuore al centrosinistra più di qualsiasi altra forza politica. Per una ragione molto semplice che, qualche anno fa, Stefano Rodotà spiegava con parole semplicemente perfette nel libro Solidarietà:

«Nei tempi della vita precaria, del rovesciamento dell’eguaglianza, nel dilagare strutturale delle disuguaglianze, del ritorno a una povertà degradata…non è proponibile un conflitto tra retribuzione e reddito garantito, quasi che quest’ultimo neghi il fondamento del lavoro. Il riferimento corretto è la garanzia di quello che può essere sinteticamente definito come diritto all’esistenza. Perché da una parte, un reddito garantito libera dall’angustia della disoccupazione; e perché dall’altra libera dal ricatto del lavoro, dall’obbligo di accettare qualsiasi condizione pur di ottenere le risorse necessarie per la sopravvivenza».

Purtroppo la scoppola che il Pd ha preso il 4 marzo non è servita a far cambiare idea a chi, come Matteo Renzi, ancora domenica scorsa in tv, da Lucia Annunziata a “In mezz’ora”, irrideva il reddito di cittadinanza. Pazienza. Che Renzi possa cambiare idea ormai è una causa persa. Ma quelli che ci sono ora a guidare il Pd provino a correggersi la vista e a guardare lontano per comprendere che il reddito di cittadinanza (o reddito base, o reddito di dignità, o reddito garantito, o reddito vattelapesca, lo si chiami come si vuole) rappresenta davvero il più grande cantiere di riflessione e di costruzione di infrastrutture sociali che una forza politica progressista possa aprire. I diritti sociali, spiegava sempre Rodotà, sono “abilitanti” all’esercizio di quelli civili e politici. Ma dalle parti del Nazareno se ne sono purtroppo spesso dimenticati, invertendo l’ordine di priorità (e poi se la prendono se qualcuno li taccia di riformismo da salotto). Non perdano quindi almeno adesso l’occasione per incalzare il governo su uno dei provvedimenti in fieri più qualificanti della sua azione con una proposta forte, di ampio respiro, aggiungerei rivoluzionaria come lo fu l’invenzione del welfare state nel secolo scorso.
Purtroppo, da quanto finora è dato di sapere, l’unica misura che il segretario reggente Martina propone in proposito è di raddoppiare il reddito di inclusione, che però è ben altra cosa dal reddito di cittadinanza così come ho voluto poc’anzi intenderlo e comunque interesserebbe una fascia sociale molto circoscritta.

2) Riders e precariato
La si può considerare come si vuole, una trovata propagandistica, un colpo ad effetto, marketing politico allo stato puro, fatto sta che l’iniziativa di Di Maio di cominciare il suo impegno ministeriale affrontando la questione delle tutele per una delle categorie professionali meno “coperte”, quelle dei riders appunto, ha fatto centro. Stanando sia le tante ipocrisie del sindacato che pontifica molto ma che finora ha fatto ben poco per combattere efficacemente il precariato in tutte le sue forme, sia le amnesie di quelli che magnificano certi governi come tra i migliori della Repubblica, come il primo governo Prodi (nel quale c’erano indubbiamente personalità di assoluto spessore come Andreatta e Ciampi) dimenticando che, al ministero del lavoro, sedeva Tiziano Treu (oggi presidente del Cnel che egli stesso aveva dichiarato andasse abolito e, quindi, votato sì al referendum del 4 dicembre 2016), che con il famoso “pacchetto” che porta il suo nome (legge 196/1997) ha introdotto forme di flessibilità che hanno contribuito a sfasciare il mercato del lavoro.
Ora pare che il governatore del Lazio Zingaretti abbia giocato di anticipo mettendo a punto una soluzione che però suscita molti dubbi applicativi. Vedremo. Ma questa è la strada da percorrere, contro-proporre alzando l’asticella, sgombrando il campo dalla contro-propaganda.

3) Ong
Quello che è successo con la nave Aquarius è deplorevole, le parole usate come taxi del mare, pacchia, crociera, sono da condannare senza riserva. Questo però non significa che il dramma dei migranti debba fare il paio con la “santificazione” delle organizzazioni non governative (che persino Papa Francesco, nella sua ultima esortazione apostolica Gaudete et exsultate, al paragrafo 100, si premura di citare per mettere in guardia dal trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG, privandolo di quella luminosa spiritualità che così bene hanno vissuto e manifestato San Francesco d’Assisi…e molti altri»). I recenti scandali per abusi sessuali di blasonate Ong come Oxfam hanno profondamente intaccato la loro immagine e reputazione. Secondo l’edizione 2018 dell’Edelman Trust Barometer, tra le più approfondite analisi internazionali sul tema della fiducia, l’Italia detiene il record mondiale di sfiducia verso le Ong. Vorrà dire pur qualcosa. Né giova a comprendere la complessità del fenomeno degli aiuti umanitari l’atteggiamento sempre rivendicativo delle Ong. Per esempio qualche giorno fa, un gruppo di organizzazioni non governative ha scritto una lunga lettera al presidente del consiglio Conte e ai ministri Salvini e Di Maio per proporre l’apertura di un confronto schietto e leale. Benissimo. Iniziativa lodevole. Ma ci fosse nella lettera anche solo mezza riga in cui esse facciano riferimento a problemi interni che possono aver contribuito ad alimentare alcuni malintesi?
Riprendo testualmente un periodo:
«Giudichiamo fuori luogo, offensiva e ingiusta la dura presa di posizione del Ministro dell’Interno sulle Ong e sul loro lavoro umanitario, che consideriamo generica, superficiale e gratuitamente diffamante. Quanto è stato espresso trasmette un’immagine negativa che non corrisponde alla realtà ma che penetra nelle menti di un’opinione pubblica già abbastanza confusa, producendo un ingiusto ed inaccettabile discredito».
Dico, ma non sarebbe stato più corretto e conciliante aggiungere, dopo l’aggettivo “confusa”, anche solo una frase incidentale del tipo «purtroppo a volte anche a causa di comportamenti non certo edificanti verificatisi all’interno del nostro mondo e di recente venuti alla luce»?
Certe omissioni non giovano a nessuno e men che meno alle tante (la maggioranza, sicuramente) organizzazioni non governative serie e meritorie. Né fanno loro un favore quei media o politici che pur di stigmatizzare l’azione del governo rinunciano a ogni obiettività.

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