Il direttore del Sole 24 Ore dovrebbe dimettersi

Nei giorni scorsi al Sole 24 Ore è successo una sorta di cataclisma di cui Il Post ha già ampiamente reso conto. Sono stati resi noti i dati della semestrale di bilancio che ha fatto segnare un rosso di quasi 50 milioni di euro. Si sono dimessi il presidente del consiglio di amministrazione Giorgio Squinzi e alcuni suoi membri. Il comitato di redazione ha sfiduciato il direttore Roberto Napoletano. Quindi Confindustria, che detiene la maggioranza delle azioni del quotidiano, ha rinnovato con un comunicato stampa la fiducia al direttore Napoletano «auspicando che in questa fase delicata si recuperi quel clima di armonia e serenità necessario per affrontare sfide difficili».

Può un direttore che riveste la carica di direttore responsabile del giornale (dal 24 marzo 2011) e di direttore editoriale del Gruppo 24 Ore (dal primo marzo 2012) rimanere al suo posto, forte “solo” del parere della proprietà e contro una grossa fetta della redazione? Penso di no. Perché Il Sole 24 Ore è un unicum nel panorama editoriale italiano che ha nella propria autorevolezza e credibilità il suo principale fattore identitario. Se si rompe la fiducia tra giornalisti e direttore, come peraltro già accaduto al predecessore di Napoletano Gianni Riotta, è difficile che non ne risenta la fattura del giornale. Per cui rimane solo una via da percorrere per recuperare «quel clima di armonia e serenità necessario per affrontare sfide difficili» che tanto auspica Confindustria: che Napoletano si dimetta e faccia posto a un nuovo direttore. Altrimenti è alto il rischio che l’autorevolezza e la credibilità del giornale (ossia la sua identità) possano alla lunga venirne minate. Provo a spiegarmi meglio.

Lo scorso primo maggio, per festeggiare i sui 150 anni, Il Sole 24 Ore affidò a quindici “grandi firme” il compito di ripercorrere, decennio per decennio, gli accadimenti politico-economici più salienti dell’ultimo secolo e mezzo. In prima pagina, a segnalare titoli e rimandi di questa lunga sfilza di commenti, c’era una frase virgolettata che molti hanno ascoltato e/o pronunciato chissà quante volte: «Lo ha detto Il Sole». Una frase che vuole racchiudere tutta l’autorevolezza di cui il giornale di Confindustria gode in fatto di approfondimento di questioni economiche, giuridiche, finanziarie.

Anche per questo, suscitò scalpore (e valse anche numerosi riconoscimenti al quotidiano) il titolo di apertura della prima pagina dell’edizione dell’11 novembre 2011 “FATE PRESTO” scritto a caratteri cubitali. Se persino il “razionale” Sole arrivava a “urlare” che uno spread che aveva allora superato i 550 punti base stava diventando insostenibile e che bisognava agire con la massima urgenza voleva dire che davvero la situazione era diventata molto grave. Insomma, lo «aveva detto Il Sole» e bisognava a tutti i costi tenerne conto (per inciso, anche lo scorso 25 giugno, all’indomani del referendum sulla Brexit, Il Sole 24 Ore ricorse a un altro titolo a caratteri cubitali in prima pagina, “EUROPA SVEGLIATI”, ma l’effetto che mi ha fatto questa riproposizione grafica è stato, francamente, quello di una specie di minestra riscaldata).

In quel primo maggio 2016 vennero ripubblicati (a pag. 9) alcuni stralci di un editoriale del direttore Napoletano apparso il 9 novembre 2015 (data in cui ricorreva il cinquantenario della fusione tra la testata de Il Sole che nacque il primo agosto 1865 e quella del 24 Ore) intitolato “Il coraggio di innovare con la forza del passato”. Tra questi stralci compariva la seguente affermazione: «Il Sole 24 Ore è (ndr)… un bene che appartiene all’Italia tutta, va maneggiato con cura e onorato ogni giorno con la cifra del rigore e della competenza, le armi affilate del giornalismo d’inchiesta senza sconti per nessuno, un affaccio mai convenzionale sul mondo e la forza documentale».

Parole suggestive e pienamente condivisibili, a cominciare da quel richiamo nel titolo della parola coraggio.
Devo anche aggiungere che proprio la parola coraggio, o meglio un aggettivo ad essa abbinato da Napoletano qualche anno prima mi aveva lasciato piuttosto perplesso. Mi riferisco a un suo editoriale del 7 maggio 2011, intitolato “Ognuno faccia la sua parte”, in cui parlando dell’allora presidente di Confindustria Emma Marcegaglia scrisse che aveva avuto lo «scomodo coraggio» («di rimettersi in gioco in una operazione verità chiamando a raccolta a Bergamo migliaia di imprenditori, energie e forze vitali di una borghesia produttiva che affonda le sue radici nel capitalismo familiare» eccetera, eccetera). Quell’aggettivo «scomodo» confesso di averlo trovato fuori luogo nei confronti del proprio “datore di lavoro”. Si possono apprezzarne le qualità, ma «scomodo coraggio» mi era parso un po’ eccessivo.

Comunque, dicevamo, la scorsa settimana i dati della semestrale hanno fatto emergere un rosso di bilancio pesantissimo, pari a circa 50 milioni di euro. Ancor più pesante poi se si pensa che proprio il 2016 doveva essere l’anno della svolta per il ritorno all’utile. Ecco infatti cosa affermava, tra le altre cose, il 29 aprile 2014 Giovanni Negri del comitato di redazione del giornale all’assemblea degli azionisti del Sole 24 Ore: «Proviamo a fare un po’ di accademia: se anche i giornalisti non ci fossero stati più oppure avessero lavorato gratis, i conti del 2013 non sarebbero neppure lontanamente stati vicino all’equilibrio. Un equilibrio invece che i vertici aziendali si sono pubblicamente impegnati a raggiungere a partire già da quest’anno con marginalità via via sempre più positiva, per tornare all’utile nel 2016».

Purtroppo abbiamo visto che non è andata così. Naturalmente le responsabilità non sono tutte di Napoletano. Ma nemmeno nessuna, visto anche il duplice importante ruolo direttivo ricoperto all’interno della galassia del Gruppo 24 Ore.

Nell’editoriale poc’anzi citato del 7 maggio 2011 egli a un certo punto scrive: «Sarebbe un bene che ognuno cominciasse a chiedere prima a sé stesso piuttosto che agli altri in che cosa ha sbagliato e che cosa può (e deve) ancora fare». Ottime domande, sempre attuali. Per la seconda delle quali la risposta Napoletano oggi l’avrebbe già: lo «scomodo coraggio» di dimettersi.