Il no profit si apra a qualche critica

Martedì della scorsa settimana, dopo una giornata di impegni trascorsa a Roma, finalmente alle 19:00 salgo sul treno che mi riporterà a Milano. Non ho molto da leggere, i principali quotidiani li ho già abbondantemente “saccheggiati” la mattina all’andata, di aprire i libri che ho in valigetta non ho molta voglia, mi rimangono l’Unità ed Europa. Il primo lo sfoglio velocemente, il secondo, invece, mi colpisce subito per un articolo in prima pagina, intitolato “La sussidiarietà abbandonata”. Conosco l’autore, lo stimo e anche se non ci sentiamo da diversi anni, ne conservo il ricordo di una persona con cui il dialogo si è sempre mosso sul piano della più sincera franchezza. Mi viene spontaneo, quindi, pensare di replicargli perché non sono affatto d’accordo con quanto sostiene e, soprattutto, con il “mood” dell’articolo in cui ravviso quella “apologia” della società civile che ritengo finisca con il farle più male che bene.

Recupero gli indirizzi di posta elettronica del direttore e del vicedirettore di Europa e il giorno successivo invio loro alcune riflessioni in cui mi soffermo su alcune questioni peraltro già più volte affrontate sul Post. Forse perché il pezzo è troppo lungo, forse perché non conforme alla linea editoriale, forse per altre ragioni che mi sfuggono, fatto sta che la mia replica non è stata finora pubblicata. E dopo sette giorni credo che, verosimilmente, non lo sarà più. Eppure vi sostenevo un concetto piuttosto semplice: ossia, che se è opportuno invocare discontinuità alla politica, lo stesso deve valere ancor di più per il nonprofit e, più in generale, per la società civile organizzata. Con le seguenti argomentazioni.

Martedì 20 settembre, Edoardo Patriarca, già portavoce del Forum del Terzo settore e oggi consigliere dell’Agenzia per le Onlus (da poco denominata Agenzia per il Terzo settore) denunciava su queste colonne la “lontananza” del Governo dal settore nonprofit. E giù un lungo elenco di promesse non mantenute sebbene, a suo avviso, le premesse per una fruttuosa collaborazione ci fossero tutte, a partire dal libro bianco sul futuro del welfare presentato dal ministro Sacconi il 6 maggio 2009. A parte il fatto che il libro in questione dedica al settore nonprofit appena un paragrafo di una paginetta (su 69, e già questo la dice lunga sulle menzionate premesse) in cui essenzialmente si evidenziano le «enormi, e in parte non ancora esplorate potenzialità del terzo settore nella rifondazione del nostro sistema sociale», purtroppo il ”grido di dolore” di Patriarca non è una novità. Bensì è l’ennesimo che da tempo, esponenti a vario titolo del Terzo settore, lanciano senza mai però accompagnarlo a una sana autocritica delle tante cose che al suo interno non vanno, avendo ormai adottato come unica o comunque prevalente cifra di comunicazione il “piagnisteo”. Ignari delle conseguenze fatali che un simile atteggiamento può sortire: scriveva, infatti, il premio Nobel per la letteratura Thomas Eliot che «il mondo finisce non con il rumore di un’esplosione ma con un fastidioso piagnisteo».

Dico subito che conosco e stimo da molti anni Edoardo e credo che sia stato uno dei migliori portavoci del Forum. Ricordo, in particolare, un confronto televisivo nel 2001, ai tempi del G8 di Genova con l’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero in cui, con rara pacatezza e altrettanta forza di argomentazioni seppe tener testa al ministro che non poté non convenire sulla solidità delle ragioni della società civile sostenute da Patriarca. Ma proprio per questo mi dispiace che anche lui, sono convinto in assoluta buona fede, sia caduto in quella che chiamerei la trappola dell’autoreferenzialità. Provo a spiegarmi con qualche esempio. Patriarca cita le cooperative cui il Governo ha con l’ultima manovra tagliato determinate agevolazioni fiscali. È vero, può costituire un problema per il settore, ma credo che un altro, altrettanto attuale, sia quello del ricambio dei vertici. Non perché abbiano fatto male ma semplicemente perché c’è bisogno di discontinuità che tutti sono concordi a richiedere alla politica e all’economia ma non capisco perché la stessa cosa non debba riguardare la società civile.

Il presidente di Confcooperative è, dal 1991, Luigi Marino. Persona degnissima, ci mancherebbe, ma vent’anni sono un’eternità. E, per rimanere in ambito cooperativo, il presidente di Federcasse (la federazione cui fanno capo le banche di credito cooperativo) è, sempre dal 1991, Alessandro Azzi. Anche lui, persona capace e lungimirante. Ma vent’anni sono davvero troppi. Come si fanno a liberare le potenzialità di un settore se poi la classe dirigente non cambia? Siamo sicuri che energie più “fresche” non sappiano con la loro capacità di iniziativa e creatività superare meglio le difficoltà oggettive che una riduzione delle agevolazioni fiscali comporta?

Patriarca cita poi le imprese sociali (figura giuridica definita da una legge ben fatta di cinque anni fa, il d.lgs 155/2006) che, dal suo punto di vista, non decollano perché non ci sono incentivi fiscali. E se fosse invece perché semplicemente il Terzo settore si è ritrovato tra le mani una macchina troppo potente che fa fatica a imparare a guidare? E ancora, viene ricordato l’ultimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro secondo il quale le imprese sociali e il settore nonprofit sono motori di buona occupazione, soprattutto per giovani e donne. C’è un altro studio recente, tuttavia, stavolta dell’osservatorio sulle risorse umane nel nonprofit della fondazione Sodalitas, da cui emergerebbe una realtà meno rosea, che il Terzo settore attrae ma non trattiene, che c’è un turnover altissimo, molto più alto del settore profit, con livelli retributivi mediamente ben al di sotto di questo (nello studio si usa, in proposito, l’espressione “forte sobrietà retributiva” che è tutto un programma).

L’elenco potrebbe continuare a lungo anche sulle cose non dette, come la progressiva riduzione delle erogazioni delle fondazioni bancarie o il semi flop della cosiddetta legge Più dai, meno versi (l. 80/2005, sulla deducibilità delle donazioni alle organizzazioni senza fine di lucro da parte di persone fisiche e giuridiche fino al dieci per cento del reddito dichiarato e, comunque, nella misura massima di settantamila euro annui) tanto desiderata dal nonprofit quanto poco utilizzata, soprattutto dalle imprese (meno del 40% si avvale di questa possibilità mentre il 30% nemmeno la conosce).

Fatto sta che se opportunamente, da più parti e, in particolar modo, per la politica e l’economia, si invocano cambiamento e discontinuità risulta piuttosto controproducente continuare ad alimentare una sorta di apologia della società civile che fa male innanzitutto a se stessa. Come ben sottolinea Mauro Magatti nel suo libro Il potere istituente della società civile (Laterza): «Spesso, sia nel dibattito politico e mediatico, sia in quello scientifico, questo termine viene usato con un’enfasi positiva, come una sorta di regno incontaminato all’interno del quale possono accadere cose meravigliose. Ho sempre trovato stucchevoli queste posizioni, soprattutto perché, a mio parere, non aiutano la società civile: anzi, paradossalmente, la indeboliscono, creando un alone ideologico che, come spesso accade in questo Paese, sembra fatto apposta per creare due fazioni contrapposte. E quando ciò accade diventa quasi impossibile riuscire a trattare un tema a prescindere dal pregiudizio (positivo o negativo) che di esso si ha».