Il problema con le fondazioni (bancarie o no?)

Mentre Umberto Bossi, sull’onda dei successi ottenuti dalla Lega alle elezioni regionali, annuncia determinato «ci prenderemo le banche del Nord», mentre il sindaco di Torino Chiamparino e il presidente della Fondazione Cariplo Guzzetti se ne dicono di santa ragione sul metodo che ha portato alla designazione dell’ex ministro dell’Economia Siniscalco a presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo (a scapito dell’attuale Enrico Salza), mentre sui media tutto ciò viene ricondotto inevitabilmente a lotte di potere e intrighi di natura politico-finanziaria, i veri oggetti del contendere se ne stanno zitti zitti.

Già, perché le fondazioni che hanno ancora in pancia quote di un certo peso (ma largamente minoritarie) del sistema bancario italiano, pur essendo il vero obiettivo di questo can can, stranamente tacciono.

Eppure, fino a qualche anno fa la musica era ben diversa. «Non chiamateci più fondazioni bancarie. Noi siamo ormai fondazioni di origine bancaria. La nostra identità non è più quella di banchieri bensì di soggetti facenti parte a pieno titolo del Terzo settore»: era più o meno questo il leitmotiv che non mancavano di intonare a ogni piè sospinto tanti dirigenti di questi 88 ricchissimi enti senza fine di lucro (quasi 50 miliardi di euro di patrimonio complessivo) che vent’anni fa Giuliano Amato aveva inventato (salvo poi pentirsi e, poi ancora, ricredersi nuovamente) e circa dieci anni dopo Carlo Azeglio Ciampi felicemente “reinventato”. E a dar loro manforte interveniva puntualmente la cosiddetta società civile organizzata, fedele alleata delle fondazioni nella battaglia campale condotta fin dentro il palazzo della Consulta contro il ministro Tremonti che, con la legge finanziaria del 2002 (n.448/2001), aveva provato a far entrare in modo massiccio la politica nelle loro ovattate stanze.

Una battaglia vinta innanzitutto culturalmente: «La funzione delle fondazioni si collega al Terzo settore» puntualizzava, per esempio, il 16 giugno 2002 sul Corriere della sera Giuseppe Guarino, uno dei più autorevoli giuristi italiani, «la legge 461/98 (“legge Ciampi”, ndr) ha canalizzato le erogazioni verso la ricerca scientifica, l’istruzione, l’arte, la conservazione e la valorizzazione dei beni e delle attività culturali e dei beni ambientali, della sanità, dell’assistenza alle categorie sociali deboli, che sono tutte materie del Terzo settore». E poi attraverso una pronuncia ineccepibile del 29 settembre 2003 della Corte Costituzionale, che stabiliva che le fondazioni sono «persone giuridiche private dotate di piena autonomia statutaria e gestionale, collocate a pieno titolo tra i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».

In questi anni recenti le fondazioni di origine bancaria non si sono evolute tutte allo stesso modo. Alcune sono diventate dei veri e propri gioielli di efficienza e organizzazione. Altre hanno fatto un po’ più fatica a strutturarsi, non sempre riuscendoci al meglio. Altre ancora, soprattutto al Sud, per via della loro relativamente bassa patrimonializzazione, hanno sofferto non poco il divario rispetto al resto del Paese. Tutte, in ogni caso, hanno offerto un significativo contributo “civile”, oltre che economico, sia al settore nonprofit che al mondo della finanza. Al primo riaccendendo, tra l’altro, i riflettori sulla figura giuridica delle fondazioni, per decenni invisa al nostro legislatore civilistico e che invece sono il perno su cui è costruito il nonprofit anglosassone.
Non a caso anche in Italia, da qualche anno, si parla di una vera e propria “rinascita delle fondazioni” (basti pensare a quelle di impresa e di partecipazione che spuntano ormai e, per fortuna, come funghi). Alla finanza il contributo è arrivato invece nella loro veste di investitori istituzionali i quali, dovendo usare criteri molto prudenziali nella messa a rendita e salvaguardia del loro patrimonio, hanno così offerto uno stimolo alla crescita della finanza socialmente responsabile anche in Italia.

Di pari passo, tuttavia, non si è sviluppata una diffusa azione di “accreditamento” di questi enti presso i cittadini. Che ancora oggi, in considerevole parte, ritengono che le fondazioni di origine bancaria siano un tutt’uno con le banche. E se ne stanno alla larga. Le fondazioni hanno le loro indubbie responsabilità in proposito. Ma ne hanno anche altri vasti settori del nonprofit, da tempo autoconfinatisi in una noiosa autoreferenzialità e in un improduttivo rivendicazionismo.

Scrisse qualche anno fa Giovanni Moro che «il nonprofit soffre del duplice complesso di superiorità morale e inferiorità politica». Non c’è quindi troppo da meravigliarsi se, quando la politica fa la voce grossa, le fondazioni bancarie fanno una gran fatica a rivendicare la propria “origine”.

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