10 cose che ho pensato quando ho visto Cuba

Quando mercoledì scorso Barack Obama e Raul Castro hanno annunciato la storica svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba, una parte di me ha pensato: peccato esserselo perso per così poco. Sono stato a Cuba un anno fa: un anno non è una settimana, certo, ma in confronto ai tempi della Storia è una cosa da niente, una bazzecola. Forse i miei figli un giorno studieranno la svolta del 2014 e mi chiederanno: quand’è che sei stato tu a Cuba, proprio nel 2014? E io: no, nel 2013. “Ah, ok”. Certo, potrò dire di aver visto l’Avana poco prima di un cambiamento storico, ma queste cose comunque non cambiano dall’oggi al domani: per dire, il regime di Cuba ha annunciato un anno fa la fine della doppia moneta e la doppia moneta è ancora lì. Sarebbe stato bello proprio essere lì adesso, in questi giorni, per parlare con le persone e sentire un po’ l’atmosfera.

Comunque. Ho un amico molto caro e molto comunista che ha visto tanti posti del mondo ma non Cuba, e quando sono tornato mi ha chiesto impressioni e pareri sapendo che io sono molto non comunista. Complice il fatto che a Cuba tra le altre cose ho preso la dengue (niente di grave eh, tranquilli) gli scrissi una lunga email da una camera dell’ospedale Niguarda di Milano, quando la febbre è scesa e non avevo veramente nulla da fare. Oggi che la situazione di Cuba è tornata improvvisamente attuale, la pubblico di seguito con qualche minima variazione. Lo so che Cuba è una di quelle cose di cui allo stesso tempo non si può discutere e di cui si discute da decenni senza arrivare da nessuna parte, lo so che è un simbolo e tutto quanto. Lo so che sono stato poco e ho visto poco, è sempre poco; ma ne ho anche letto molto, prima e dopo. In ogni caso questa non è una voce enciclopedica su Cuba, non è un editoriale, non è un articolo, non è un’analisi di un centro studi. Sono le cose parziali e incomplete che io ho pensato quando sono andato a Cuba e che ho messo in un’email per un amico – e ora in un post sul mio blog.

Premessa uno: io sono molto non comunista ma penso che la storia della rivoluzione cubana – parlo proprio della lotta contro Batista e della sua deposizione – sia una magnifica storia popolare di liberazione, una roba da farci romanzi, film, quadri, di tutto. Premessa due: ho visto soprattutto la parte dell’isola che versa nelle condizioni migliori, la parte meno arretrata. Premessa tre: Cuba va ovviamente valutata nel suo contesto. Non ha senso paragonare i servizi, i pregi e difetti dell’Avana con quelle grandi città europee (siamo lontani anni luce, per la cronaca) ma semmai con quelli dell’Uruguay, del Venezuela, del Brasile, di Haiti. Premessa quattro: queste mie impressioni non sono esaustive e non sono una guida turistica. Non ho scritto che il mare è spettacolare, che i cubani sono chiacchieroni e amichevoli, che il tempo è quasi sempre spettacolarmente bello, che la natura è incredibile. Sono alcune cose che ho pensato, sparse, scritte a un amico.

1.
L’Avana ha un centro storico meraviglioso ma che salvo alcuni angoli “riqualificati” è in stato di completo abbandono. Non abbandono tipo “cartacce per terra”: abbandono tipo ruderi, palazzi vecchissimi con vernice scrostata, strade di terra con voragini o pozzanghere di liquame, case semidistrutte senza porte e finestre dove non credi qualcuno possa vivere finché non noti i panni stesi. Una delle riforme di Raul Castro è stata permettere ai cittadini di vendere e comprare le case: prima la casa era formalmente proprietà degli individui, non dello Stato, ma era una proprietà che non si poteva cedere (“e quindi era dello Stato”, dicono i cubani). Poter comprare e vendere le case ha fatto sì che oggi in certe zone – all’Avana soprattutto la zona del Vedado – si vedano di tanto intanto case tinteggiate da poco, finestre in ordine, cancelli non arrugginiti.

2.
A Cuba ci sono i ricchi e ci sono i poveri. Li vedi. Ci sono i senzatetto, ci sono i mendicanti, ci sono quelli che rovistano nella spazzatura. La doppia valuta è la cosa che secondo tutti quelli con cui ho parlato ha creato – e allargato – la differenza tra i “ricchi” e i poveri. Chi guadagna in CUC, la “moneta dei turisti” agganciata al valore del dollaro, riesce a vivere dignitosamente; chi guadagna in moneda nacional, MN, la moneta locale dal valore bassissimo, vive malissimo. Con una conseguenza paradossale: gli impiegati statali – su tutti gli insegnanti e i medici, l’orgoglio della rivoluzione – sono tra quelli che fanno la fame, mentre tassisti, albergatori, ristoratori e venditori di souvenir se la cavano molto meglio. Se sei cubano il governo ti da una specie di tessera alimentare, la libreta: con quella tessera ogni mese hai diritto ad avere un prezzo agevolatissimo un tot di riso, olio, fagioli, pollo, grano, latte, carta igienica (poca), poco altro. Il reddito medio è circa 15-20 CUC al mese (1 CUC = 1 dollaro) ma in realtà è una media che dice poco, come nella storiella per cui se io mangio un pollo e tu non mangi niente, in media abbiamo mangiato mezzo pollo ciascuno. Il reddito di chi guadagna in CUC è più alto, quello di chi guadagna in MN è molto più basso. La sensazione è che manchino un sacco di cose. Persone “normali” per strada chiedono ai turisti se hanno del sapone o della carta igienica, ragione per cui nei bagni nelle hall degli alberghi, anche quelli extra lusso, non c’è il sapone e la carta igienica va chiesta. I bambini vanno in giro chiedendo caramelle.

3.
Se non vuoi fare il turista ricco a Cuba non devi dormire in albergo ma nelle case particular, che sono praticamente dei bed and breakfast gestiti da famiglie cubane per arrotondare. Prima i cubani potevano affittare ai turisti solo una camera della casa in cui vivevano, ora se hanno la fortuna di avere una casa in più possono affittarla interamente ai turisti. Io ho dormito in una casa particular gestita da due sorelle molte sveglie, toste e simpatiche: una insegnante d’inglese all’università dell’Avana e l’altra ginecologa ospedaliera. La ginecologa ci ha spiegato che la sua paga per un giorno di un lavoro le permette di comprare una papaya (e bisognava vedere la sua faccia quando ci spiegava che non aveva mai lasciato Cuba, perché fino a poco tempo fa ai medici era proibito espatriare). Quando una volta chiacchierando abbiamo detto en passant che la vita all’Avana tutto sommato non è cara, loro hanno strabuzzato gli occhi: per loro è tutto caro all’inverosimile. Poi ci abbiamo pensato ed effettivamente abbiamo ricostruito di aver pagato un deodorante quanto lo avremmo pagato in Italia, per esempio. La carne costa moltissimo, per loro, la maggior parte delle persone semplicemente non ne mangia. C’è il pollo, però, e soprattutto c’è un sacco di pesce fantastico a prezzi – per noi europei – veramente stracciati.

4.
Questa difficoltà fa sì che praticamente ogni cubano si arrangi per racimolare qualche soldo sotto banco. L’impiegata della fabbrica dei sigari vende i sigari di nascosto alla fine della visita guidata. Due casalinghe del nostro palazzo si davano il cambio e il loro lavoro era star sedute in ascensore con un ventilatore puntato addosso, premere i pulsanti e sperare in una mancia dai turisti. Il venditore di cocchi in spiaggia ti mette due cocchi in mano senza che tu glieli abbia chiesti sperando che gli allunghi 2 CUC. In una zona dell’Habana Vieja, il centro storico, le finestre di tutte le case al piano terra sono aperte ed espongono merce: orecchini, piccola bigiotteria, oggettini per turisti. Ma non sono negozi: sono le case delle persone. Se vuoi comprare qualcosa devi chiamare la signora che nel frattempo sta guardando la tv in poltrona o è in cucina. Tutto questo crea una bizzarra situazione in cui da una parte c’è l’economia ufficiale “socialista” regolata dalle leggi rigidissime dello Stato (e sono relativamente molto meno rigide da qualche anno grazie alle riforme di Raul, dicono tutti); dall’altra parte c’è un’enorme economia clandestina che, essendo clandestina, è praticamente il liberismo puro. Nessuna legge, nessun diritto dei lavoratori, nessuna sicurezza, nessun ammortizzatore sociale, nessun controllo contro le discriminazioni, nessuno stipendio minimo, niente ferie, nessun controllo su prezzi o qualità. La pressione fiscale equivale allo zero per cento: forse pure Reagan lo considererebbe un po’ esagerato.

Poi c’è l’economia della truffa, e lì il turista è il bersaglio numero uno.

5.
Prima di partire ho chiesto consigli a un amico che è stato all’Avana di recente. Mi ha dato qualche dritta e mi ha detto che lui ha preferito dormire al Vedado perché l’Habana Vieja, il centro storico, “è un po’ stressante”. Ho capito cosa intendeva quindici minuti dopo il mio arrivo. Il turista occidentale all’Avana e in generale nelle principali città – a Trinidad è ancora peggio – è oggetto costante di tentativi di vendita di qualsiasi cosa, alcuni leciti ma molti illeciti e insolenti. Non è un modo di dire: davvero ogni venti passi che fai qualcuno ti ferma o prova a fermarti. E non ti ferma per chiederti di comprare dei sigari: ti ferma perché vuole sapere l’ora o magari sente che sei italiano e allora ti chiede dove vivi, è contento, ti dice che anche lui è stato in Italia, sua sorella lavora in Italia, ti dà un paio di dritte su Cuba, conversa piacevolmente con te per minuti e minuti e poi solo alla fine capisci che vuole venderti dei sigari (che spesso sono carta straccia) oppure vuole portarti in un presunto posto fantastico in cui mangiare (che poi non è fantastico e ha prezzi che considereremmo alti anche a Milano). Questo accade continuamente finché decidi di ignorare chiunque attacchi cerchi di attaccare bottone “gratuitamente” per strada in zone turistiche. Ti senti un po’ uno stronzo ma ogni volta che cedi ti rendi conto che era un tentativo di abbordaggio. Rimane che ti senti un po’ stronzo.

6.
La sanità è una di quelle cose che è davvero scadente se paragonata ai livelli europei o occidentali ma più che all’altezza, se non addirittura eccellente, se inquadrata nel contesto della regione. Il divieto di espatrio per i medici però negli anni ha portato sempre meno gente a fare medicina, ci ha spiegato la ginecologa, che ci ha raccontato anche dei dieci piani inaccessibili del suo ospedale per mancanza di fondi per la riqualificazione. Una cosa ero curioso di sapere ma non ci sono riuscito, una volta tornato a casa: il tasso di incidenza di tumori all’Avana. Altri dati che mi sarebbero andati bene: la posizione dell’Avana nella classifica delle città più inquinate al mondo, tipo, o la quantità di pm10 nell’aria. All’Avana non si respira. Letteralmente: dopo un po’ tossisci, ti bruciano gli occhi. Le affascinanti macchine anni Cinquanta smarmittano fumi neri e densi che lasciano una nebbia visibile a occhio nudo. Hai presente quando capita che ti passi accanto una macchina vecchissima che fa puzzissima? Ecco, immagina una grande città in cui 7 macchine su 10 sono così. E conta che io vivo a Milano e a Milano vado in bici e lo so che qui l’aria fa schifo. Ma lì è un altro campionato, un altro livello. I mezzi pubblici quasi non esistono: ci sono 12 linee di autobus – vecchi, smarmittanti, fabbricazione cinese – per tutta la città. Ne passa uno ogni ora. Non ci sono dati pubblici sull’inquinamento dell’aria – il governo li tratta come segreti di stato – ma quel poco che si trova in giro conferma che la cosa è piuttosto seria.

7.
Mi sono fatto tre idee sull’embargo. La prima e più importante è che l’embargo contro Cuba sia una misura vessatoria, colpevole e politicamente ridicola, mantenuta in piedi dalle varie amministrazioni americane praticamente solo per opportunismo politico. Inoltre, come ogni embargo, colpisce soprattutto i bersagli sbagliati e finisce per rafforzare il regime. La seconda cosa, infatti: credo che l’embargo sia anche un po’ un alibi. Non solo per una città in cui non c’è una cosa che funzioni bene e per i singoli cubani che allargano le braccia, ma soprattutto per il regime. Castro vorrebbe davvero la fine dell’embargo? Ripresa economica, commercio, viaggi, prosperità e formazione di una classe media spesso – non sempre, ma spesso – minacciano i regimi quanto la povertà. Se otterranno la fine dell’embargo, dovranno prepararsi a grandi cambiamenti. La terza cosa è solo un’impressione e forse è sbagliata, ma è difficile non pensarci quando sei lì. La Cuba affascinante e “senza tempo” che vedi e che ti piace è possibile almeno in parte grazieall’embargo. È un concetto del cavolo e un paradosso, ma seguimi: senza l’embargo cosa sarebbe ora Cuba? Il Malecon sarebbe come è adesso o avrebbe i palazzoni? L’Avana avrebbe il suo centro con i grattacieli? Senza la rivoluzione, certo, ma anche senza l’embargo, forse oggi Cuba sarebbe uno stato fallito come Haiti. O forse sarebbe una specie di appendice della Florida, una Florida low-cost, un’isola povera piena di casinò e resort turistici. O forse sarebbe ancora governata dalla mafia come prima della rivoluzione. Insomma, scusa l’espressione orrenda, ma forse l’embargo ha anche contribuito a preservare l’autenticità di Cuba.

8.
C’è un’onnipresenza del passato, in giro, mentre il presente è piuttosto snobbato e il futuro non esiste. La sensazione che ci sia stato un passato magnifico è soprattutto circoscritta alla rivoluzione, oltre alle gesta dell’onnipresente José Martì. In giro non c’è pubblicità – una delle prime cose che noti, sei sei abituato alle nostre città – ma ci sono ovunque grandi manifesti e murales di propaganda. I protagonisti della rivoluzione sono di fatto quelli che per noi sono i santi. La gente disegna le loro facce sui muri esterni di casa, i bambini a scuola scrivono “Che Guevara ci guidi il tuo esempio”. Come Gesù. La storia fantastica della rivoluzione avrebbe meritato un museo più bello: il palazzo è spettacolare ma l’esposizione è molto povera.

9.
La faccenda dell’informazione ha a che fare con tutto questo, con questa onnipresenza del passato. Internet praticamente non esiste e se io turista occidentale posso decidere, durante la vacanza, di spendere la folle cifra di 6 CUC per un’ora di connessione da 56k o quasi, per il cubano medio – ricorda il reddito medio – si tratta di una spesa improponibile. I giornali internazionali non ce li ha nemmeno l’albergo più lussuoso della città, il Parque Central; non ci sono nemmeno in aeroporto al terminal della partenze nella zona dei duty free, dove passa solo chi va via. Granma non è un giornale, è una brochure: è anche divertente da leggere ma non è un giornale. Juventud Rebelde e un paio di altri giornali più piccoli sono leggermente migliori e sono anche più letti dai cubani in giro.

10.
Questo è un po’ emblematico della questione culturale, per l’idea limitata che mi sono potuto fare. Le scuole sembrano tutte belle – decadentissime anche loro ma belle, vive. Se chiedi di entrare ti fanno entrare, gli studenti ti ronzano attorno facendoti mille domande, è divertente. Il tasso di analfabetismo è praticamente inesistente. Un vecchietto in ascensore quando gli ho detto che sono siciliano si è messo a raccontarmi tutta la storia di Portella della Ginestra, ché prova a chiedere quanti la conoscono in Italia. Dall’altra parte molti grandi scrittori internazionali del Novecento non sono mai arrivati. Nelle librerie c’è praticamente solo letteratura locale, soprattutto roba molto molto vecchia. Anche musicalmente, a parte il reggaeton anche quello un po’ datato, tutto sembra non molto vispo. I film americani al cinema li danno (immagino non tutti) un paio d’anni dopo l’uscita. Ah, sempre a proposito del paradosso sull’autenticità di Cuba: c’è un modo per distinguere i locali più “turistici” da quelli frequentati dai cubani ed è la musica. Se suonano musica tradizionale cubana, è un locale per turisti che propone un’esperienza forse divertente ma un po’ farlocca. Nei veri locali rozzi e autentici, quelli frequentati dai cubani, si sente il classico neomelodico latinoamericano o del pop un po’ coatto. Oppure direttamente i videoclip americani, Justin Bieber, Rihanna, cose così. Ci sono bettole che hanno la tv fissa su MTV. Come fanno ad avere MTV?, ci siamo chiesti. Poi abbiamo notato che c’era anche un lettore DVD: insomma c’è anche un giro clandestino di DVD su cui è registrata la programmazione di MTV, pubblicità inclusa. E ai cubani piace un sacco.