La macchina del caffè che la Nazionale italiana di baseball ha sempre in panchina
È solo uno dei rituali con cui la squadra – formata soprattutto da italoamericani – ostenta il legame con le proprie origini

L’Italia è la nazionale più sorprendente del World Baseball Classic, i Mondiali di baseball che si stanno giocando negli Stati Uniti, oltre che in Porto Rico e Giappone. Ha battuto gli stessi Stati Uniti, i favoriti per la vittoria del torneo, ed è diventata il primo paese europeo a vincere tutte le sue partite del girone, qualificandosi ai quarti di finale come prima classificata. Ma questa Italia fa parlare tanto di sé anche per il modo stereotipato con cui i suoi giocatori – che sono soprattutto italoamericani – cercano di mostrare il legame con le proprie origini italiane, cioè gesticolando o, tra le altre cose, portandosi sempre in panchina una macchina per il caffè espresso.
Queste cose non sono una novità: le facevano già al World Baseball Classic del 2023 e già allora avevano ricevuto molte attenzioni. Ma quest’anno se ne parla ancora di più, per via degli ottimi risultati della Nazionale e per la funzione rituale che il caffè espresso ha dopo ogni fuoricampo. Nel baseball è l’azione più spettacolare e quella che porta sicuramente almeno un punto e l’Italia ne sta facendo parecchi. In quel caso, infatti, il capitano Vinnie Pasquantino fa bere un caffè espresso al compagno che l’ha fatto, dopo avergli fatto indossare una giacca Armani e prima di salutarlo con due baci sulle guance.
A torneo in corso, l’Italia ha anche deciso di personalizzare la propria macchina del caffè: per ogni fuoricampo, viene attaccato sopra il numero del giocatore che l’ha realizzato.
L’allenatore della Nazionale, l’italo-venezuelano Francisco Cervelli, ha spiegato a inizio torneo che per la sua squadra questa è una cosa normale: «In Italia beviamo caffè circa 20 volte al giorno. È una tradizione. Stai camminando per strada, vedi un bar e prendi un caffè. Poi chiacchieri un po’, e poi continui a camminare e fai la stessa cosa ancora e ancora. È così che funziona in Italia».
Ma non tutti i suoi giocatori – perlopiù persone nate negli Stati Uniti, che in Italia sono state poche volte – apprezzano questa tradizione. C’è chi si è dovuto abituare, come Dante Nori. Dopo il suo primo fuoricampo e il rituale bicchierino di caffè sembrava abbastanza disgustato. Dopo la partita ha detto: «Non mi piace il caffè, quindi non aveva un buon sapore. Il primo soprattutto, ho pensato ‘Ugh’. Ma il secondo, mi è piaciuto un po’ di più».


