I primi emoji di sempre fanno parte della collezione del MoMA

I primi emoji di sempre fanno parte della collezione del MoMA

Il Museum of Modern Art di New York (MoMA) ha aggiunto alla sua collezione di design i primi emoji mai realizzati, le 176 icone disegnate da Shigetaka Kurita e dai suoi colleghi per l’operatore telefonico giapponese NTT DOCOMO. Furono disponibili per la prima volta sui cellulari nel 1999 e sono grandi 12×12 pixel. Il nome “emoji” è formato dall’unione di tre parole giapponesi che significano “immagine”, “scrittura” e “carattere”: in pratica significa “pittogramma”. Gli emoji della NTT DOCOMO furono subito un successo in Giappone e furono adottati in breve anche dalle altre compagnie telefoniche; nel 2010 sono stati approvati dall’Unicode Consortium ma hanno cominciato a essere usati negli altri paesi solo dopo il 2011, quando furono introdotti sui dispositivi iOS di Apple. Al momento gli emoji approvati da Unicode sono quasi 1.800.

Gli emoji sono stati disegnati come miglioramento delle emoticons, le sequenze di caratteri che imitano delle facce – come 🙂 o anche solo 🙂 ad esempio – usate per indicare il tono dei propri messaggi: esistono dagli anni Ottanta, quando venivano usate dalle prime persone che usavano i computer per comunicare. In Giappone dopo le emoticons e prima degli emoji si diffusero anche i kaomoji, un tipo di emoticon reso possibili dal maggior numero di caratteri della lingua giapponese; un esempio di kaomoji è l’alzata di spalle rappresentata da ¯\_(ツ)_/¯.

emoji_1999Gli emoji di Shigetaka Kurita, disegnate tra il 1998 e il 1999 (NTT DOCOMO)

Matteo Renzi, “The Young Pop”

Matteo Renzi, "The Young Pop"

Il numero di novembre dell’edizione italiana di Rolling Stone contiene un’intervista al Presidente del consiglio Matteo Renzi, richiamata già in copertina con una grande foto di Renzi e il titolo “The Young Pop”, che fa riferimento alla nuova serie tv di Paolo Sorrentino The Young Pope. Il numero di Rolling Stone è disponibile in edicola dal 28 ottobre:

Il bizzarro spot di Trump rivolto agli indiani

Il bizzarro spot di Trump rivolto agli indiani

Su alcune piccole tv americane viste soprattutto da americani immigrati dall’India, il comitato elettorale di Donald Trump sta trasmettendo uno spot elettorale piuttosto bizzarro in cui Trump parla indiano e viene mostrato mentre fa gli auguri per una nota festa indiana di questi giorni. Il consigliere di Trump per i rapporti con la comunità indiana ha detto a BuzzFeed che la campagna «intende raggiungere gli indiani-americani per far capire loro che Trump ama l’India e gli induisti». A un certo punto Trump viene anche ripreso mentre dice Ab ki baar Trump sarkaar, che tradotto dall’indiano significa “È il momento di un governo-Trump”: Ab ki baar Modi sarkaar è stato lo slogan della campagna elettorale vincente dell’attuale primo ministro indiano Narendra Modi.

Lo spot in sé è molto diverso da quelli ben costruiti e montati che siamo abituati a vedere durante le campagne elettorali americane: alterna molto rapidamente scene diverse – come una foto di Modi dietro a una nuvoletta con i colori della bandiera indiana – strane musichette e video di archivio della campagna elettorale. È brutto, ma sembra volutamente brutto.

Il Washington Post ha spiegato che Trump è molto indietro rispetto a Clinton fra gli indiani americani: un recente sondaggio dice che solo il 7 per cento di loro intende votare per lui, mentre il 70 per cento sostiene Clinton.

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