In difesa della buona politica: la strategia italiana del gas

Alla fine di marzo l’Autorità per l’energia (AEEG) ha comunicato l’aggiornamento trimestrale dei prezzi delle bollette energetiche, preannunciando che in aprile le tariffe del gas diminuiranno del 4.2 per cento. Entro la fine dell’anno, il costo del gas dovrebbe scendere di un ulteriore 7 per cento. In totale, un meno undici per cento sulla bolletta del metano in un anno. Dopo che il Ministero dello Sviluppo Economico lamentava da tempo prezzi più alti del 20 per cento in Italia, i prezzi del gas naturale sul mercato italiano si sono dunque allineati con quelli degli hub europei. Un risultato non da poco, certamente frutto della buona politica. Ma andiamo per gradi.

Come si forma il prezzo del metano. La componente centrale del prezzo del gas è il costo d’importazione stabilito con i fornitori, che per l’Italia sono Russia, Libia e Algeria. In Italia, come nel resto d’Europa, il metano viene acquistato prevalentemente con i contratti Take or Pay. I contratti Take or Pay sono tipici negli scambi di gas di grandi dimensioni: sono contratti di lunghissima durata (normalmente 20 o 30 anni) e obbligano l’acquirente a pagare comunque una quantità minima di gas anche quando il metano non viene ritirato. Cosa più importante, nei contratti Take or Pay la determinazione del prezzo del metano è agganciata al prezzo del petrolio. Brutalmente, se sale il prezzo del petrolio sale anche il prezzo del gas in Europa. È ovvio che questo meccanismo finisce per favorire i Paesi produttori. In Russia, ad esempio, si stima che il costo di estrazione del gas sia di circa 2 centesimi di euro al metro cubo. Anche considerando i costi di trasporto del gas, i 30-35 centesimi al metro cubo pagati alla frontiera italiana restano comunque lontani. I prezzi dei contratti Take or Pay non sono pubblicamente disponibili ma coperti da segreto commerciale. Nella valutazione pubblica si fa allora affidamento a stime deduttive di esperti del settore. Secondo gli esperti di Nomisma Energia, il costo del metano in Italia non è superiore al resto d’Europa, dato che i fornitori sono gli stessi. Al costo della materia prima vanno aggiunti i costi di stoccaggio, trasporto e distribuzione, che in Italia sono regolati dall’AEEG e appaiono come voci fisse nella tariffa finale. A questi vanno aggiunti circa 30 centesimi di tasse (IVA e altre imposte statali e regionali). Conseguentemente, a fronte dei 30-35 centesimi al metro cubo di metano pagati alla frontiera, la tariffa finale per le utenze domestiche italiane si aggira così sugli 85-90 centesimi a metro cubo.

L’altro mercato. Da tempo le associazioni dei consumatori si lamentano degli aumenti in bolletta del gas. Le cause sono descritte sopra: indicizzazione dei contratti Take or Pay al prezzo del petrolio e, per quel che concerne l’Italia, un carico fiscale eccessivo, certamente superiore alla media europea. Tuttavia, stante il meccanismo di composizione del prezzo di cui sopra, le componenti su cui ottenere vantaggi grazie alla concorrenza sono ridotte ai margini al dettaglio e all’ingrosso, che incidono però solo per pochi centesimi di euro sul totale. Il problema è che il mercato del gas europeo è dominato da contratti di fornitura Take or Pay di lungo periodo, onerosi e poco convenienti, frutto di scelte di strategia energetica passate miopi e improduttive.

Esiste però un altro mercato del gas, svincolato dalle dinamiche del prezzo del petrolio: il mercato spot. Nel mercato spot il prezzo del gas viene composto direttamente dall’incontro di domanda e offerta. Ad esempio, a causa dell’immissione di grandi quantità di gas e per la contrazione dei consumi causata dalla crisi, nei mesi scorsi il prezzo del gas naturale in Europa sul mercato spot era calato fino a circa 20 centesimi al metro cubo, molto al di sotto dei 30-35 dei Take or Pay. Tutto facile? Non così in fretta: i 40 centesimi al metro cubo raggiunti di recente dal gas sempre sul mercato spot europeo – dunque al di sopra dei prezzi Take or Pay – sono lì a ricordare che le fluttuazioni di mercato sono sempre possibili. Nonostante distorsioni di breve periodo, per quel che concerne il nostro paese rimane comunque consigliabile applicare la logica di mercato al prezzo del gas. Il decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti ha stabilito infatti che il prezzo del gas debba essere calcolato tenendo conto anche dei mercati spot e non solo dei contratti Take or Pay, solitamente più onerosi, come accaduto fin qui. Il Governo ha inoltre agito incoraggiando la concorrenza – un esempio è lo scorporo forzato di Snam da Eni – scoraggiando posizioni quasi monopolistiche nella proprietà dei gasdotti che finivano per riversarsi sulle bollette dei consumatori.

Rigassificatori. Affinchè il mercato spot possa funzionare in modo efficiente, ovvero affinché il prezzo del gas sia la risultante dell’incrocio di domanda e offerta significative, è importante creare le condizioni adatte. Questo va oltre il cambio dei meccanismi di calcolo della tariffa sopra descritti. In sostanza vi è bisogno di aumentare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas venduto sul mercato libero. A questo si rendono necessari i rigassificatori, che consentono di allocare in maniera ottimale la capacità di stoccaggio, rendendo così più liquido e competitivo il mercato del gas. In Italia i rigassificatori sono da tempo al centro di polemiche e scontri d’ogni colore e schieramento politico. La verità è che, al netto di millemila polemiche, in Italia i rigassificatori operativi sono solo due, a Panigaglia e Porto Levante, mentre quelli in fase di progettazione a Falconara Marittima e Gioia Tauro sono da anni osteggiati dalla furia dei gruppi NIMBY (Not-In-My-Back-Yard, non nel mio giardino) di variopinte tipologie e affiliazioni politiche che ne rendono dubbia la messa in posa effettiva. È di pochi giorni fa la decisione negativa sul progetto del rigassificatore off-shore di Trieste, bloccato per incompatibilità coi piani di sviluppo futuro dell’area portuale triestina (cosa vi sia in concreto in questi piani non è ancora dato sapere). I rigassificatori sono fondamentali per il libero mercato: senza il gas delle navi metaniere una consistente offerta di metano sul mercato semplicemente non può esistere.

La buona politica. I decreti sulle liberalizzazioni del Governo Monti hanno profondamente innovato il settore del gas italiano, con il risultato di allineare i prezzi all’ingrosso in Italia con quelli europei. All’arrivo del governo Monti, in Italia il gas all’ingrosso costava circa il 20 per cento in più rispetto alla media europea. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha così portato l‘incidenza delle tariffe del mercato spot dal 5 al 20 per cento, facendo così scendere all’80 per cento l’incidenza dei contratti a lunga scadenza Take or Pay. Come risultato, nonostante le elevate quotazioni del petrolio (al cui prezzo sono legati i contratti Take or Pay, ma non i prezzi spot) si è potuto registrare un -7 per cento della componente sulla materia prima. Siccome questa incide per il 50 per cento sul costo finale, la riduzione in bolletta è stata fin qui del -3.5 per cento. Nei piani del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 l’incidenza della tariffa spot dovrebbe arrivare al 100 per cento e il calo si stima ancora maggiore. Lo scotto da pagare è una maggiore volatilità dei prezzi della materia prima, similarmente a quanto siamo già abituati col petrolio. L’opportunità è quella di far arrivare lo shale gas liquefatto dall’America (o dal Qatar o da chiunque altro ne voglia vendere) ai rigassificatori europei, maturandone un reale vantaggio in bolletta. Per questo i rigassificatori sono fondamentali nella strategia italiana per abbassare il costo dell’energia e delle bollette.

Il gas naturale è la fonte fossile principale a sostegno della transizione low-carbon europea verso l’indipendenza energetica, da qui e probabilmente per almeno un’altra generazione, o almeno quella che l’Unione Europea ha scelto di privilegiare. Ma la condizione sine qua non è che sia economicamente sostenibile. Nei piani di Bruxelles il gas deve progressivamente sostituire il carbone nella produzione di energia elettrica, impresa certo non facile. Per fortuna non siamo soli: oltre ai giacimenti scoperti di recente in America, lo shale gas è una realtà anche in parte d’Europa. L’Ucraina conta di diventare indipendente dal gas di Putin nei prossimi cinque anni. Il che equivale a riversare sul mercato 20 miliardi di metri cubi di metano all’anno. In Repubblica Ceca e Polonia hanno il coal-bed methane (anche detto “Grisù”). Anche in Cina hanno iniziato a estrarlo, e probabilmente ne hanno molto. Anche in Australia lo si estrae da tempo, anche se i recenti sviluppi del settore non sono proprio entusiasmanti. In Sardegna, nel Sulcis, ce l’abbiamo anche noi.

Va però ricordato che non esistono soluzioni drastiche, bianco o nero, dall’oggi al domani. L’importante sono i numeri generali che costruiscono i costi energetici italiani sul medio periodo confrontati alla media europea. L’idea del Ministero dello Sviluppo del Governo Monti di usare i rigassificatori come un’assicurazione sulle fluttuazioni del prezzo del gas naturale sul mercato spot è certamente assennata. In breve, l’aumento del rigassificatori e dei siti di stoccaggio così come l’aumento della produzione nazionale di gas naturale è un’assicurazione contro la volatilità dei prezzi del gas. Una rassicurazione da buona politica, insomma. Ciò di cui abbiamo bisogno in momenti di incertezza come questo.

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Si ringrazia sentitamente il blogger Defcon70 per segnalazioni, mail scambiate e discussioni.