Il picco del petrolio rivelato

Il picco del petrolio, sintetizzando brutalmente, è il momento in cui la domanda di petrolio raggiunge (e supera) l’offerta. Altrimenti detto, è il momento in cui non c’è abbastanza petrolio per tutti.

La discussione sul picco del petrolio risale al 1956, quando il geologo Hubbert predisse un picco nella produzione del petrolio in America intorno al 1970. Circa 15 anni fa, nel 1998, Colin Campbell scrisse l’articolo The end of cheap oil rifacendosi ad Hubbert. Campbell sosteneva che le riserve petrolifere mondiali si stavano impoverendo a causa del crescente e eccessivo sfruttamento. Sostenuto da dati empirici, Campbell prevedeva l’imminenza di un picco mondiale della produzione di petrolio, cercando di capire e quantificarne l’impatto sulla società, l’economia, e le vite della gente comune. Da allora, sul picco del petriolio sono stati scritti centinaia di articoli, alcuni intelligenti altri meno, oltre ai tre film della serie di Mad Max, che più di tutti hanno lasciato un segno nell’immaginario comune sulle conseguenze della scarsità di petrolio.

E’ dal 1998 che si parla di picco della produzione raggiunto, di produzione in calo, di domanda insostenibile con le immancabili relative smentite. Pochi giorni fa Nature ha pubblicato un articolo – poi tradotto su Le Scienze – in cui James Murray e David King sostengono che il picco del petrolio è già arrivato e che il punto di non ritorno è gia stato superato. Secondo gli autori, infatti, l’offerta di petrolio non riesce e non riuscirà più a sostenere la crescita della domanda, stritolando la crescita economica. Al contrario, la scorsa, settimana scorsa uno studio di Bloomberg ha concluso esattamente l’opposto: il petrolio non scarseggia, ve n’è per altri 70 anni di consumi attuali, senza contare ulteriori scorte derivanti dal progresso tecnologico. Ottenere risposte chiare è desiderio di molti ma districarsi tra informazione e controinformazione pilotata da interessi politici ed economici di tale dimensione è compito arduo.

L’argomento del picco del petrolio è molto ampio e sicuramente non può essere trattato in dettaglio nello spazio di poche righe. Qui di seguito, senza perderci in eccessivi tecnicismi, proveremo a dare qualche risposta sui punti fondamentali sollevati dall’articolo di Nature: la datazione del picco della produzione di petrolio e i suoi effetti sull’economia reale.

Il problema del picco

Gli studiosi del picco del petrolio si dividono in due grandi categorie: i “geologi” e gli “economisti”. Mi si passi l’antipatica etichetta, ma questa distinzione aiuta a capire meglio come stanno le cose. I “geologi” prevedono il picco ipotizzando un ritmo pieno di estrazione dei pozzi petrolieri e si basano su analisi puramente geologiche della presenza di greggio. Gli “economisti” derivano invece il ritmo di estrazione da domanda e offerta: dato il petrolio probabilmente presente sulla terra, ipotizzando una crescita della domanda x e un prezzo y si può prevedere un ritmo di estrazione z, e da qui datare il picco.

Uno degli argomenti usati da Nature, e dai picchisti “geologi”, è che le compagnie petrolifere non riescono ad aumentare l’offerta di petrolio. Ergo, nonostante i corposi investimenti in esplorazione, altro petrolio non si trova e la produzione è in perenne affanno. Sull’ammontare delle riserve conosciute, Nature fa giustamente notare come in molti dei paesi produttori il petrolio è considerato un bene strategico e l’informazione sullo stato delle riserve è tutto fuorchè trasparente. Proprio l’incertezza sull’ammontare delle riserve è alla base del catastrofismo, secondo il quale l’improvviso esaurimento delle risorse porterà al crollo della civiltà moderna.

Dal punto di vista dei picchisti “economisti”, però, le cose cambiano. Le teoria economica dello sfruttamento delle risorse naturali si basa essenzialmente sulla teoria marginalista. Secondo tale teoria, per una risorsa finibile di cui è noto l’ammontare, lo sfruttamento ottimale non consiste in una produzione sempre e comunque massimale. Al contrario, in particolari condizioni conviene tenere la risorsa da parte anzichè porla sul mercato. Questo fenomeno prende il nome di razionamento speculativo. Il motivo del razionamento è semplice: quando le proiezioni estrattive per il futuro sono negative – ed è il caso del petrolio, per il quale nessuno oggi si aspetta nuovi giacimenti giganti e/o prezzi da anni ’50 – acquista senso tenere la risorsa da parte, al fine di spuntare maggiori guadagni in futuro, in un mercato dai prezzi in rialzo o molto volatili.

Proprio con la stessa mancanza di trasparenza indicata da Nature, i maggiori paesi produttori potrebbero allora limitare l’estrazione del greggio, al fine di tenere stabile il prezzo di mercato, ma non di più. L’eccesso rimarrebbe sottoterra, evitando di saturare il mercato, per essere estratto e venduto in futuro, ad un prezzo più alto. Certo, che il prezzo salga è una scommessa, ma in condizioni di scarsità di greggio a buon mercato e di insostituibilità del petrolio come combustibile per l’autotrazione, è una scommessa a basso rischio che avrebbe senso (economico) fare. Inoltre, secondo i picchisti “economisti”, il picco del petrolio non è conseguenza di un picco dell’offerta quanto di un picco della domanda, avvenuto nel periodo 2004-2006 (IEA, World Energy Outlook 2010 e 2011). Può dunque essere che, date le condizioni economiche, i maggiori produttori di petrolio mondiale *non vogliano* aumentare la produzione, più che *non possano*, semplicemente perchè non conviene.

Insomma, se è ormai condivisa l’idea che l’epoca del petrolio a basso prezzo è finita, non è per nulla scontato che resteremo a secco domani o dopodomani, o che ogni riduzione della produzione di petrolio implichi un crollo imminente della civiltà moderna come nei film di Mad Max.

Gli effetti sull’economia

Il petrolio è il motore dell’economia mondiale. L’economia mondiale dipende dal petrolio. Quante volte avete sentito queste frasi? Molte, certamente. La più importante conclusione dell’articolo di Nature è per certi versi molto simile:

Se la produzione di petrolio non può crescere, ciò implica che non può crescere neppure l’economia.

Gli autori fanno infatti notare che:

delle 11 recessioni verificatesi negli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale, 10, fra cui la più recente, sono state precedute da un balzo improvviso dei prezzi del petrolio. [..]

Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito dai 75 centesimi al litro del 2010 ai 95 centesimi al litro del 2011. E dato che negli Stati Uniti se ne consumano circa 1,4 miliardi di litri al giorno, il paese ha speso circa 280 milioni di dollari al giorno in più per acquistare benzina, lasciando meno denaro a disposizione per le spese discrezionali.

[L’Italia], malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio, rispetto ai 12 miliardi del 1999. La differenza è prossima al corrente deficit della bilancia commerciale.

Per definizione, una volta oltrepassato il picco, la produzione non può crescere. Il che significa, seguendo il ragionamento degli autori, che questa crisi non finirà mai, almeno non finchè continueremo ad affidarci al petrolio. Questa spiegazione della crisi economica attuale, nella sua spietata immediatezza, probabilmente piacerebbe a molti. Peccato che le cose non siano così semplici.

Il limite più evidente è infatti proprio l’assunto base di una relazione di causa-effetto tra l’alto prezzo del petrolio e la recessione economica perdurante. In altri termini, secondo gli autori, l’economia mondiale boccheggia perchè il mondo spende troppo in petrolio, di cui se ne trova sempre meno. Gli esempi sulle convulsioni economiche di USA e Italia sarebbero lì a confermarlo.

Se però invertissimo la relazione di causa-effetto tra prezzo del petrolio e recessione economica, ne verrebbe fuori una spiegazione opposta a quella proposta da Nature ma altrettanto plausibile: se l’economia non può crescere, ciò implica che non può crescere neppure la produzione di petrolio. Infatti, in un’economia boccheggiante non solo la domanda cala, e non ha dunque senso estrarre più petrolio, ma va anche considerato l’effetto della speculazione finanziaria, che causa l’aumento del costo del greggio, limitando ulteriormente domanda e produzione. Un recente rapporto dell’Università di Oxford identifica proprio nella speculazione la ragione dell’aumento del prezzo del barile nel 2007, all’epoca della crisi dei mutui sub-prime, quando il petrolio toccò i 147 dollari al barile. Tornando agli esempi di USA e Italia, infatti, è immediato osservare quanto il meccanismo logico-causale tra esaurimento del petrolio e recessione economica proposto su Nature sia zoppicante. Non è infatti chiaro perchè gli aumenti del prezzo di greggio e benzina colpiscano le economie di alcuni paesi ma altri no. La Germania, ad esempio, compra anche più petrolio dell’Italia e subisce gli stessi aumenti del prezzo del barile del nostro paese. Tuttavia, l’economia tedesca è in crescita robusta. Inoltre, anche la Cina continua la sua crescita economica, nonostante un deciso aumento dell’indice di motorizzazione del paese (tutte auto a benzina, esattamente come negli USA in recessione).

Insomma, se il problema della datazione del picco del petrolio è relativamente chiaro, gli effetti del picco sull’economia reale sono questione molto più complessa di quanto semplicisticamente concluso da Nature e da molti picchisti “geologi”. E’ infatti probabile che la relazione tra picco del petrolio e crisi economia sia una correlazione spuria. In altre parole, anche se il prezzo del greggio e la crescita economica risultano correlati, questo non implica che tra di essi esista necessariamente un legame di causa-effetto. Basta pensare al seguente esempio riportato da Wikipedia:

Rilevando anno dopo anno il numero di matrimoni e il numero di rondini in cielo, si può osservare ad esempio una forte correlazione tra i due fenomeni, il che non è dovuto al fatto che uno dei due influenza l’altro, ma semplicemente al fatto che in certi Paesi le rondini compaiono durante le loro migrazioni in primavera ed autunno che sono pure i periodi preferiti dalle coppie nello scegliere il giorno delle nozze.

Insomma, la correlazione tra il picco del petrolio e la crisi economica globale può facilmente derivare da una terza variabile in comune, in assenza di un meccanismo causale plausibile che metta in relazione energia ed economia.

Tirando le somme

Abbiamo raggiunto il picco nella produzione di petrolio? L’impennata del prezzo del petrolio è la causa della recessione economica in corso? Eravamo partiti da qui e siamo arrivati, in sintesi, a questo:

Sull’ammontare delle riserve di petrolio economicamente sfruttabili e sullo sfruttamento dei pozzi non esistono stime precise e condivise, in primis per la scarsa trasparenza in materia di molti dei più grandi paesi produttori, dove il petrolio è considerato una risorsa strategica. Tuttavia, l’idea che sia finita l’epoca del petrolio a basso prezzo è oramai condivisa da tutti, fatta eccezione per qualche raro ottimista. Insomma, l’era dei cento dollari al barile e degli alti costi di benzina e diesel è qui per restare.

Sugli effetti del picco del petrolio sull’economia invece esistono ben poche certezze. L’energia è materia complessa e l’economia lo è ancora di più. La correlazione tra il picco del petrolio e la crisi economica globale attualmente in corso può facilmente dipendere da una terza variabile in comune, da cui originano entrambe. Qual è questa variabile, allora? Bella domanda. L’articolo di Nature ha l’indubbio merito di portare all’attenzione del pubblico e dei legislatori il problema dell’esaurimento delle risorse energetiche finibili e i suoi effetti sull’economia. Tuttavia, volendo portare i vincoli fisici e ambientali dell’energia all’interno della discussione sulla recessione economica globale saranno necessarie argomentazioni ben più solide di un paio di esempi a dimostrazione.

Questo articolo è apparso su iMille-magazine, venerdì.