Ambientalismo e capitalismo non vanno d’accordo

“Il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine”.

Ignoro se, nei giorni di alti pensieri che si succedono a Villa Pamphilj attorno ai modelli dello sviluppo futuro, una posizione di questo tipo (nella forma citata, figura al paragrafo 194 dell’enciclica Laudato si’ di J.M. Bergoglio) venga in qualche modo rappresentata o discussa (forse accade piuttosto all’esterno). In ogni caso, chi non la ritenga del tutto inutile o fuorviante potrà utilmente leggere il fresco libretto di Paolo Cacciari, Ombre verdi: l’imbroglio del capitalismo green (Altreconomia 2020), che sulla base di una profonda conoscenza degli studi di scienziati, economisti e polemisti, e sul binario di una critica già ben radicata (si pensi alla letteratura sulla fake sustainability, ma anche alla Naomi Klein di Una rivoluzione ci salverà, o all’ultimo libro di Carola Rackete), analizza le contraddizioni del cosiddetto Green new deal, prevedibilmente destinato a ricicciare come panacea in era post-Covid per i buoni uffici di Frau Ursula e degli “ambientalisti dei consigli di amministrazione”.

L’idea di fondo del libro è che la cosiddetta green economy serva a rivitalizzare il mercato (sempre più stagnante, già prima dell’epidemia) anziché l’ambiente, che anzi con tali ricette proseguirà il suo trend entropico; che manchi da parte delle classi dirigenti (spesso le medesime da ieri a oggi) qualsivoglia riflessione critica sulle ragioni che hanno a tal punto aggravato la conclamata crisi ambientale (non solo il clima, ma anche la perdita di biodiversità e di suoli fertili, la crisi idrica etc.; la stessa epidemia non discende in fondo dalle conseguenze di un insensato sfruttamento di ambiente e animali?); che insomma la “riconversione” sia poco più di un nuovo business verso il quale orientare fondi e investimenti (stornati dal fossile ormai poco fashion e sempre meno redditizio), restando ben dentro la trappola economicista e finanziaria che segna l’attuale sistema capitalistico. Come fin qui si è voluto – si pensi all’osceno mercato delle “quote di emissioni”, sancito da Kyoto a Parigi – applicare un valore sostanzialmente monetario all’ambiente finendo per parlare di “capitale naturale” (così anche nell’Agenda 2030 dell’ONU) e per considerare la ricchezza bio-geo-chimica della terra alla stregua di un insieme di servizi ecosistemici, così ora la retorica del Green New Deal (con gli slanci filantropici dei miliardari e la “bollinatura verde” delle multinazionali in cerca di greenwashing) coprirebbe logiche di profitto che non propiziano in alcun modo un cambio di paradigma, bensì presuppongono la conservazione del livello di benessere dei Paesi ricchi a scapito di quelli più poveri, e dell’equilibrio delle risorse del pianeta.

Cacciari mostra come la stessa chimera del decoupling (la divaricazione tra la curva della crescita economica e quella della pressione ambientale) sia di fatto inconsistente e impraticabile all’interno di un sistema capitalistico come l’attuale, mentre solo un ridimensionamento diretto della produzione e del consumo (“dall’efficienza alla sufficienza”) potrebbe portare benefici durevoli in termini di sfruttamento delle materie prime, di de-carbonizzazione, di ricalibrazione del fabbisogno energetico – anche senza considerare i per ora deludenti o minacciosi esiti dei processi di bio- o geo-ingegneria, gli apostoli delle sacrosante rinnovabili devono per esempio fare i conti con le colossali e distruttive dighe della Cina o con i vasti campi di pannelli solari che la Germania vuole delocalizzare nel Sahara. Di qui lo scetticismo verso quell’attivazione di enormi flussi finanziari (una forma di “neo-keynesismo verde”) che la Commissione Europea ha promesso, in epoca pre-Covid, per riaccendere il ciclo economico espansivo puntando su tecnologie costose e di incerto futuro, concentrando peraltro la gran parte degli sforzi sulla sola de-carbonizzazione (e l’agricoltura chimicizzata? gli allevamenti intensivi? le terre rare? lo stesso nucleare?) ma rinunciando nel contempo a varare provvedimenti di sicuro impatto come una seria carbon tax e l’allungamento del ciclo di vita dei beni di consumo.

La via d’uscita dal cul-de-sac non è semplice, in quanto passa per un cambio di paradigma che metta al centro (ma seriamente, e non per operazioni di facciata; e non soltanto in àmbiti strettamente legati al contesto ambientale) valori diversi dal puro profitto economico e dal mito della crescita infinita. Si tratta, né più né meno, di una rivoluzione culturale del tipo di quella predicata da Serge Latouche – dunque “economia di cura”, assunzione di responsabilità del cittadino-consumatore, forme di commercio equo, forme di solidarietà diffusa ed economia collaborativa, estensione del ruolo dei beni comuni, cultura del recupero e dell’economia circolare, auto-produzione energetica… Nel replicare alle sensate obiezioni del filosofo John Gray (non è un modello applicabile perché soprattutto nel breve periodo non ha il supporto di buona parte della gente, e perché inoltre contraddice l’aspirazione, innata nell’uomo, all’onnipotenza e al dominio sul mondo circostante), Paolo Cacciari evidenzia come serva un ripensamento radicale del concetto odierno di un’“economia” fatta di umiliazione, competizione, stress, inquinamento, produzione di morte e arricchimento fine a se stesso (si critica qui anche l’arretratezza di una sinistra troppo incline a concepire il benessere materiale dell’individuo in modo disgiunto dal modo in cui lo si raggiunge), e una sostanziale rinuncia dell’uomo al proprio innato antropocentrismo – su questo punto di fondo, come su altri, si misura l’irriducibile distanza rispetto ai capisaldi teorici della pur più volte citata e per vari versi notevole enciclica bergogliana, per non parlare delle assai più ambigue dottrine emesse dalla Congregazione della dottrina e della fede.

È facile liquidare questa linea di pensiero come utopistica: le forme di autogestione e di micro-interventi assomigliano più alla creazione di comunità monastiche “aperte” dotate di avanzatissime regole e votate alla conservazione della natura prossima, che non a manifesti di imminenti rivoluzioni sociali e collettive. Tuttavia, proprio l’ambizione di proiettare le questioni essenziali su uno sfondo più ampio (che investe, di fatto, la globalizzazione e l’economia finanziaria, e dunque abbraccia le radici delle disuguaglianze, dei nazionalismi, delle migrazioni e dei conflitti) porta l’autore a mettere sul tavolo i problemi in modo organico, e a fornire una lettura della realtà effettivamente alternativa alla pacificante narrazione mainstream, superando e integrando le proposte (alcune utilissime, a testimonianza del fatto che si ragionava anche prima delle task force e degli Stati Generali) della “Bozza della strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile” emanata tre anni fa dal Ministero dell’Ambiente.

Se questo sguardo ampio è forse il più grande vantaggio del libro, tuttavia proprio esso induce a mio parere a un maggiore pessimismo rispetto alla fioritura dei movimenti ambientalisti che in vario modo si richiamano a Greta Thunberg: il fatto che molte di tali manifestazioni – a differenza di quanto avveniva con quelle di segno analogo nei decenni passati – siano oggi guardate con sostanziale favore dal medesimo establishment che ha portato il mondo fin qui (tolti i Trump e i Bolsonaro, che peraltro fungono ottimamente da “cattivi”) finisce forse per depotenziare il loro stesso potere di contestazione nel momento in cui vogliano rivendicare non già delle “toppe verdi”, ma un cambio di paradigma a 360 gradi. Anche perché non è affatto certo che i manifestanti di oggi, per lo più molto giovani, siano davvero pronti da un lato a cambiare concretamente il proprio stile di vita in nome della tutela del pianeta e di un ideale di decrescita felice, dall’altro a impegnarsi e sacrificarsi per battaglie ben più concrete e quasi sempre meno foriere di peani mediatici come quelle legate alla tenuta ambientale dei loro territori (quanti di quei ragazzi poi promuovono e promuoveranno attivamente, nelle loro realtà, difficili lotte contro un inceneritore, contro un TAV, contro un ecomostro, contro l’inquinamento di un fiume? certo alcuni, ma forse non la maggioranza).

Poiché credo che proprio su questo crinale si giochi il destino del rinato movimento ambientalista, mi piace concludere citando un altro libro fresco di stampa, ben diverso e molto più glocal (perdonerete il campanilismo). Con Per un pugno di gradi (nuovadimensione, Portogruaro 2020) il consigliere regionale Stefano Fracasso (PD) lancia la “svolta energetica per cambiare il Veneto”, declinando un vero programma di sostenibillità ambientale concretato in un apposito sito. Dopo aver elencato i guai recenti in qualche modo connessi ai cambiamenti climatici e ai guasti ambientali (dalla tempesta Vaia nel Bellunese all’acqua granda di Venezia nel novembre 2019, dall’innalzamento delle acque al ritiro dei ghiacciai all’aumento dei morti per inquinamento atmosferico), Fracasso identifica la soluzione in un “ambientalismo del Sì” (dichiaratamente agli antipodi, dunque, dei comitati di protesta locale o delle teorie di decrescita): la strada da percorrere è per lui quella di un massiccio investimento nelle fonti rinnovabili (in particolare il solare, in parte anche l’eolico; buone anche le centrali a biomassa di ultima generazione, le acque calde termali etc.), che porti ad aumentare (si badi) la produzione energetica, e a rilanciare la mobilità collettiva (le metropolitane di superficie, ma anche il TAV Padova-Milano), l’auto elettrica, l’efficientamento degli edifici, le pompe di calore, le caldaie a idrogeno. Suona decisa in questo senso la critica alla destra che da molti anni governa la Regione Veneto (e che, dopo il trionfo nell’emergenza Covid, si accinge a guidarla per altri decenni), la quale ha più volte negato financo la radice del problema (il climate change in generale, e nello specifico l’esistenza di una vera emergenza ambientale nella regione) e continua a puntare su forme di sviluppo ormai obsolete.

Fracasso non vuole ovviamente scrivere un trattato sulle ragioni dell’ambientalismo contemporaneo, e dunque il suo volume non è comparabile, in termini di genere letterario, con quello di Cacciari. Ma proprio qui sta il punto: mentre si declinano una serie di interventi pratici, alcuni dei quali senz’altro di buon senso, è come se le più vaste questioni delle Ombre verdi per Fracasso (e, più in generale, per la politica ambientale di parte del PD) di fatto non esistessero: è come se, pienamente nell’ottica del Green new deal, una somma di interventi tecnologici potessero risolvere il problema strutturale dinanzi al quale si trova l’umanità. A questo approccio non si nega naturalmente la buona volontà, e spesso anche la capacità di mettere in campo soluzioni intelligenti (del resto, tutti devono fare la propria parte, e partire dal piccolo è inevitabile): ma poiché è chiaro che non sarà mettendo le pompe di calore nelle case di Preganziol che si eviterà l’innalzamento dei mari o il surriscaldamento dell’atmosfera, bisognerebbe almeno dire onestamente che si stanno predicando interventi magari giusti in sé, ma circoscritti per portata e per ambizione. Altrimenti, dinanzi al prevedibile fallimento (perché gli uragani e le acque alte continueranno, e peggio), e in mancanza di una visione e di un ideale verso il quale tendere, fatalmente si finirà per lasciare vieppiù campo ai “cattivi” che offrono soluzioni spicce negando tout court il problema o puntando sulle comodità del breve periodo.

Ho scelto il caso del Veneto non solo perché è la terra in cui vivo, e in cui vive e opera lo stesso Paolo Cacciari, ma anche perché – a fronte della popolarità del governatore, che ad onta del suo profondo conservatorismo e ad onta di tutto ciò che si sa circa l’humus politica da cui proviene la sua cerchia, riscuote ormai consensi anche trasversali come “statista” – il libro di Fracasso è sintomatico della rimozione che una larga parte della sinistra opera nei confronti di ciò che veramente avviene sui territori. Non si trova infatti granché, nel libro, circa alcune delle vicende più gravi che hanno stravolto e compromesso l’equilibrio ambientale della Regione, tra le quali la realizzazione della superstrada Pedemontana Veneta tra violazioni del paesaggio e attraversamento di pericolose discariche; la devastazione della Laguna di Venezia perpetrata in decenni di scavi di canali e sublimata nel mastodonte del Mose; lo sverginamento delle colline del Trevigiano inondate dalla redditizia (e arcichimica) viticoltura del prosecco; le mancate bonifiche di Porto Marghera, un SIN tra i più inquinati d’Italia; i piani di una nuova linea ferroviaria che presso Vicenza buca addirittura la collina su cui sorgono le ville palladiane; le eredità irrisolte dei cementifici di Monselice, i rifiuti dentro l’autostrada della Valdastico, e decine di altre offese mortali a un territorio che ha sacrificato alla “produttività” non solo la salute dei propri figli, ma anzitutto la propria identità. Tutte vicende che hanno incontrato l’opposizione, talora feroce, delle comunità locali, ma che discendono in realtà da un modello di sviluppo (e da un conseguente ordine di priorità) che nemmeno la “sinistra” vuole davvero mettere in discussione.

Sarebbe forse blasfemo (ma non del tutto errato) sostenere che dinanzi ad alcuni di tali scempi il Partito Democratico del Veneto è stato silenzioso o addirittura complice, condannandosi di fatto – a dispetto dell’attivismo di alcuni suoi esponenti – a una discreta irrilevanza politica (perfino il tentativo di candidare a governatore un esponente più “rosso”, Arturo Lorenzoni, cerca oggi di coprire le contraddizioni di un partito che come in altre parti del Nord troppe volte non ha saputo né cantare né portare la croce). Risulta allora utile, per chiudere il cerchio, prendere in mano un volumetto di tutt’altro segno, ma vergato da un perfetto conterraneo di Fracasso, ovvero il regista e scrittore Alberto Peruffo, molto noto anche come attivista: Non torneranno i prati (Cierre edizioni, 2019; voluta la parodia del titolo del mediocre film di Ermanno Olmi) rappresenta un diario, quasi un breviario delle lotte che hanno mobilitato migliaia di cittadini nella zona più contaminata della Regione, quella di Trissino, Arzignano e Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza, dove più gravi sono stati i danni inferti all’ambiente (alle falde acquifere, anzitutto) dagli sversamenti dalla fabbrica chimica ex-Rimar Marzotto poi Miteni – il famigerato inquinamento da Pfas, che ha raggiunto, tramite la semplice acqua potabile e la catena alimentare, centinaia di migliaia di persone tra le province di Padova e Vicenza. Chi non vive su quei territori non ha idea del dramma che vi si sta consumando, in termini di patologie oncologiche, di infertilità diffusa, di valori ematici sballati nel sangue dei giovani e degli anziani. E ciò che più colpisce è, negli anni, l’atteggiamento delle autorità, e anche a tratti l’immobilismo di parte dell’opinione pubblica – un capitolo a sé meriterebbe l’identificazione da parte di Peruffo della categoria antropologica degli “Spannoveneti”. Ma per tornare a bomba, non è chiaro come una parte politica che dovrebbe avere nel proprio DNA una spiccata sensibilità a questi temi, e che non può non capirne il nesso indissolubile con il modello di sviluppo di un territorio e di un intero Paese, possa poi sposare la proposta – sostenuta dal Partito Democratico, per altro verso così pronto a incensare Greta Thunberg – di piazzare il più grande inceneritore del Nordest a Fusina, nel bel mezzo del SIN di Porto Marghera, quasi come sancendo l’esistenza di territori “perduti” da sacrificare (loro e i loro abitanti) alla falce del profitto. E lasciando così l’iniziativa di fornire una narrazione completa della nostra epoca ai pensatori come Paolo Cacciari, agli scrittori-attivisti come Alberto Peruffo, e ai tanto bistrattati (ma insostituibili) “comitati del No”.