Falcone, a presente memoria

«Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell’acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta». Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 18 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e, nel 1999, le ha raccontate a Saverio Lodato in un libro impressionante: «Il mio risentimento nei confronti di Falcone era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa Nostra: era il primo magistrato, dopo Rocco Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Era riuscito a entrare dentro Cosa Nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato».

Non erano i soli. Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e «mafia» era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. «Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982» racconta Brusca. «Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo».

Altro che «trattative». Per il resto, Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c’è «l’albero Falcone», scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l’apertura del maxiprocesso alla mafia nell’aula bunker di Palermo, il 29 febbraio 1986, la democristiana Ombretta Fumagalli Carulli scrisse sul Giornale delle «coperture date da Falcone al costruttore Costanzo». Fu, anche questa, una delle tante infamie che lo riguardò: uno dei fratelli Costanzo – primi costruttori della Sicilia – stava raccontando a Falcone alcuni retroscena che avrebbero sicuramente anticipato la scoperta di Tangentopoli, ma il consigliere istruttore Antonino Meli glielo mandò ad arrestare. La collaborazione finì.

Intanto l’istruttoria del maxiprocesso a Cosa Nostra stava quasi schiantando Falcone e Paolo Borsellino, vecchi amici e nati entrambi alla Magione, alle spalle della Kalsa, nel vecchio cuore di Palermo. Avevano giocato e studiato insieme, i loro ricordi riaffioravano con battute e freddure che sancivano un’amicizia d’acciaio. Borsellino, poi, era uno che compilava con pazienza certosina dei quadernetti dove annotava tutto: nome dell’imputato, circostanze che lo riguardavano, pagine processuali in cui era citato. Allora i computer non c’erano, il computer era lui. Giuseppe Ayala era il giudice istruttore di quel maxiprocesso che alla mafia diede un colpo da cui non si sarebbe ripresa più.

«Dal gennaio al novembre del 1985», racconterà Borsellino, «non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno dal mio bunker senza finestre. O meglio: ne uscii perché dopo l’omicidio del commissario Ninì Cassarà io e Falcone fummo chiamati dal questore che ci disse che lo stesso giorno dovevamo essere segregati in un’isola deserta con le nostre famiglie: perché se questa ordinanza non la facevamo noi, se ci avessero ammazzati, non la faceva nessuno perché nessuno era in grado di metterci mano. Siccome io protestai, dicendo che questa decisione non doveva essere attuata immediatamente, perché Falcone è senza figli, ma io avevo famiglia e dovevo regolarmi le mie faccende, mi fu risposto in malo modo che i miei doveri erano verso lo Stato e non verso la mia famiglia. Sta di fatto che riuscii a ottenere 24 ore di proroga, ma dopo 24 ore scaricarono me, Falcone e le rispettive famiglie in quest’isola. Tra parentesi, io non amo dirlo, ma lo devo dire: tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l’anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all’Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta». Parole di Borsellino al Csm in data 31 luglio 1988.

Ma poi, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise comminò 19 ergastoli, il colpo alla mafia fu sensazionale. Democristiani e socialisti giunsero ad accusare Falcone di filo-comunismo per come aveva affrescato i rapporti tra mafia e politica. L’incriminazione dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino farà il resto.

Le polemiche crebbero soltanto. Tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio, 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. I consiglieri di destra e di sinistra votarono tutti contro di lui (fece eccezione Giancarlo Caselli) e a poco servirono gli sforzi del presidente della Commissione antimafia Gerardo Chiaromonte. Il pool di Falcone e Borsellino fu praticamente cancellato e le istruttorie antimafia tornarono all’età della pietra, parcellizzate, annacquate, eterodirette, banalizzate. Le proteste di Borsellino fecero un gran baccano ma si risolveranno in nulla. Per Falcone fu una delegittimazione terribile, proveniente dai livelli più alti: di lì in poi i nemici spunteranno come scarafaggi.

Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani,  era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta primavera di Palermo che auspicava un certo gioco di sponda tra procura e istituzioni, anzi, «una sinergia» come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani: Falcone fiutò subito la calunnia, ma Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti. Fu durante la puntata di Samarcanda del 24 maggio 1990, in particolare, che Orlando scagliò l’accusa: Falcone – disse – ha una serie di documenti sui delitti eccellenti ma li tiene chiusi nei cassetti, anzi, in otto scatole chiuse in un armadio. L’accusa verrà ripetuta a ritornello anche da molti uomini del movimento di Orlando, tra i quali Carmine Mancuso Alfredo Galasso.
Falcone risponderà a Orlando a mezzo stampa («I nomi, altrimenti stia zitto», dirà all’Unità del 20 maggio) ma il sindaco  era un carroarmato. Sicché iIl giudice, dopo aver stradetto che quelle carte non contenevano niente di nuovo, l’11 settembre 1991 dovrà addirittura discolparsi davanti al Csm dopo un esposto sempre di Orlando.

È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone allo scoglio dell’Addaura, dietro Palermo. Era il 20 luglio 1989 e il magistrato si trovava nella sua casa al mare, presa in affitto, in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman, impegnati in un’inchiesta sul narcotraffico. Verso mezzogiorno tuttavia fu trovata in spiaggia, dalla scorta, una borsa contenente 58 candelotti di esplosivo per fortuna inesplosi. La vicenda dell’Addaura è da poco tornata in auge dopo l’annuncio di una nuova e fumosissima inchiesta della Procura di Caltanissetta, subito cavalcata da Repubblica e da Annozero: «Perché», si è chiesta Repubblica, «le indagini sull’attentato al giudice sono partite con vent’anni di ritardo?». In realtà un processo per i fatti dell’Addaura c’è già stato, e il 19 ottobre 2004 si è espressa chiaramente anche la Cassazione: 89 pagine che hanno confermato condanne a 26 anni per Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia; 9 anni e 4 mesi per Francesco Onorato e 2 anni e mezzo per Giovanni Battista Ferrante. La Suprema Corte ha detto chiaramente che i servizi segreti non c’entrano niente perché la responsabilità fu di Cosa Nostra, e, come era accaduto in primo e secondo grado, la sentenza ha ricostruito l’attentato nei particolari. Le pagine della Cassazione mettono nero su bianco anche quello che viene definito «l’infame linciaggio» di Giovanni Falcone, che in buona sostanza fu accusato di essersi piazzato la bomba da solo. Fu il citato Gerardo Chiaromonte, comunista, defunto presidente dell’ Antimafia, a scrivere che «i seguaci di Leoluca Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». Ma la sentenza della Cassazione fa altri nomi: tra questi i giudici Domenico Sica, Francesco Misiani e il colonnello dei carabinieri Mario Mori, futuro capo del Sisde: chi più e chi meno, misero tutti in dubbio un attentato che in troppi cercarono di derubricare a semplice avvertimento. Ma la sentenza della Cassazione – filtra ora da Caltanissetta – potrebbe corrispondere a «un depistaggio che ha voluto Totò Riina e i suoi Corleonesi come unici protagonisti del terrore». Potrebbe.

Fu allora, comunque, che un Falcone sempre più delegittimato decise di accettare l’invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli per dirigere gli Affari penali. La gragnuola delle accuse non poté che aumentare: l’obiettivo del magistrato, ossia la creazione di nuovi strumenti come la procura nazionale antimafia, gli valse l’accusa di tradimento e megalomania. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due Cosa Nostra, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura… s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L’Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria,  fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». E’ la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto». Non bastasse, persino Paolo Borsellino fu primo firmatario di un documento contro la superprocura di Falcone: «“Gli diceva: la superprocura è fatta su misura per te, chiunque altro dovesse prenderla in mano sarebbe un’altra cosa», ha raccontato Rita Borsellino nell’eccellente «Falcone e Borsellino» scritto da Giommaria Monti.

Ma Cosa Nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio 1992 confermò gli ergastoli del maxiprocesso. Il primo a cadere fu Salvo Lima, garante andreottiano degli equilibri dell’isola: fu ucciso dai corleonesi come sancito a sua volta dalla Corte di Cassazione.

Due mesi dopo Giuseppe Ayala decise di candidarsi al Parlamento per i repubblicani. Chiese ai due amici Giovanni e Paolo se volevano intervenire a un incontro elettorale per sostenerlo, e così fu. L’appuntamento fu alle 18 a Palazzo Butera, Palermo. Falcone entrò un po’ in ritardo e si sedette vicino a Borsellino, sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Quell’espressione di serena complicità, bloccata per sempre, è la foto che tutti ricordiamo.

Giovanni Brusca intanto stava facendo dei sopralluoghi sull’autostrada Palermo-Punta Raisi. Fu lì, al chilometro 4, che esplosero i 500 chili di esplosivo che spazzarono via tre auto blindate e Giovanni Falcone e Francesca Morvillo più gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Lo show televisivo del sabato sera, sulla Rai, andò puntualmente in onda tre ore dopo la strage.

Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all’inchiesta Mani pulite: uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord» e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l’inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine milanese». L’Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Lunedì 25 maggio «la Repubblica» uscì in edizione straordinaria col titolo «L’ultima telefonata con Di Pietro»: «Provava un’affettuosa invidia per Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro: li vedeva correre, trovare, scavare, coordinare blitz, mentre lui stava dietro una scrivania del ministero… si è saputo solo ieri che Giovanni Falcone seguiva da vicino l’inchiesta sulle tangenti… ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine milanese». Il «Giornale» titolò: «Di Pietro: Giovanni collaborava con me». Il Ministero della Giustizia, il giorno dopo, fu costretto a un comunicato: «Falcone aveva da tempo individuato nella cooperazione internazionale un settore fondamentale per favorire le indagini all’estero. In questo solo intento egli ha seguito le richieste di rogatorie dei giudici milanesi, nel rispetto rigoroso della legge e dunque con l’esclusione di qualsiasi intervento nella materia oggetto dell’indagine».

Da direttore degli Affari Penali, insomma, Giovanni Falcone stava semplicemente disponendo le rogatorie chieste dal Pool: era il suo lavoro. «Venne da me indignato perché qualcuno, a Milano», disse Claudio Martelli, «aveva come dubitato che non seguisse con adeguata attenzione le rogatorie sui conti cifrati ed esteri. Era schifato».

La conferma più drammatica fu quella di Ilda Boccassini, a lui molto legata. Il 25 maggio intervenne durante una commemorazione organizzata nell’Aula Magna del Palazzaccio milanese: «Avete fatto morire Giovanni Falcone, lo avete fatto morire con la vostra indifferenza… Una cosa è criticare la superprocura, un’altra dire che si era venduto al potere politico. Falcone a Palermo non poteva più lavorare, per questo ha scelto la strada del ministero… Lui non voleva essere lasciato solo ed essere considerato un traditore… Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati. Non dimenticherò quel giorno. Le parole più gentili erano queste: Falcone si è venduto al potere politico… E tu, Gherardo Colombo, tu che diffidavi di Giovanni, che sei andato a fare al suo funerale? L’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da voi di Milano, gli avete mandato una rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Mi telefonò quel giorno, e mi disse “che tristezza, non si fidano del direttore degli Affari Penali”».

Quello stesso giorno, su l’Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: «Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della superprocura. In queste ore terribili una cosa l’abbiamo capita tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo…. Siamo stati faziosi». E’ la sola autocritica, seria, messa nero su bianco da sinistra. Fa eccezione il bellissimo «Cent’anni di solitudine» scritto da Mario Pirani su Repubblica.

Dal 23 maggio 1992, undici inchieste hanno affrontato la strage di Capaci, sei processi hanno invece inchiodato i corleonesi alle rivelazioni di Brusca, mentre infinite altre indagini hanno esplorato e sfibrato la favola dei «mandanti». Ma non mai finita.