Dai “ciaoni” ai “Burioni”

Nel piccolo mondo di noi che commentiamo la politica su Twitter e Facebook da ieri non si fa che parlare dell’intervento all’assemblea del PD di Dario Corallo, dirigente dei Giovani Democratici e candidato alle primarie, e della risposta che gli ha dato il medico e scrittore Roberto Burioni.

Corallo ha citato Burioni nella parte del suo intervento in cui criticava i dirigenti del partito per quello che secondo lui è l’atteggiamento arrogante usato nei confronti degli avversari e spesso anche dei loro elettori, quello esemplificato da un celebre tweet dell’ex deputato del PD Ernesto Carbone che aveva salutato il mancato raggiungimento del quorum al referendum sulle trivelle con l’espressione “ciaone”.

Qui sotto trovate la parte incriminata dell’intervento di Corallo, tagliata e pubblicata da una pagina di fan di Burioni e condivisa dal medico sul suo profilo.

Anche per il PD studiare con sacrificio e sapere diventa una colpa? PS: Mi sembra Napo Orso Capo (citazione per i miei coetanei).

Gepostet von Roberto Burioni, Medico am Samstag, 17. November 2018

Nel video Corallo dice che i dirigenti di partito si sono comportati “come dei Burioni qualsiasi”, un’espressione denigratoria sia per i dirigenti che per lo stesso Burioni, il quale gli ha risposto con una serie di commenti piccati. A sostegno di Burioni sono arrivati nelle ore successive numerosi parlamentari della destra del partito, gli stessi renziani a cui Corallo aveva implicitamente rivolto le sue critiche.

Il filo rosso che collega politicamente lo sberleffo di Carboni alla difesa non richiesta di un medico diventato famoso per “blastare” i provocatori tramite i suoi profili sui social network è l’idea che le recenti sconfitte subite dal Partito Democratico abbiano la loro origine in una mancanza di aggressività verso gli avversari e le loro idee. Tollerando opinioni inaccettabili, questa è la tesi, il PD ha permesso loro di diffondersi e prosperare. Contrastandole frontalmente, invece, sarebbe possibile recuperare il consenso perduto.

L’idea che esistano verità dimostrate sulle quali non si possono accettare compromessi dialettici è giustificata nel campo delle hard sciences, le scienze empiriche che si basano su prove certe. Lo ripete spesso lo stesso Burioni quando ricorda che “la scienza non è democratica” e che lui, un esperto virologo con anni di studi e di ricerca alle spalle, non può mettersi allo stesso livello e dibattere da pari con un anonimo commentatore su Twitter. Si può contestare che quello di Burioni non sia il modo migliore per fare divulgazione scientifica (e molti lo fanno con solidi argomenti), ma non che nel campo delle scienze esistano un vero e un falso.

La politica, invece, è una faccenda diversa. Primo, perché non la si può scindere dalla persuasione. È possibile scoprire che la Terra è tonda anche se il resto del mondo crede che sia piatta, ma non si può fare politica senza convicere qualcuno di qualcosa (i politici che non ci riescono si chiamano opinionisti).

Secondo, perché anche se in politica esistono verità, queste sono molto meno numerose di quanto crediamo. L’idea che mettendo intorno a un tavolo persone preparate e intelligenti si possa distillare una sorta di “buona politica” asettica e non ideologica è quello che, come è già stato ricordato, Norberto Bobbio liquidiva in una nota a pié di pagina come “illusione tecnocratica”. Quella che spesso viene presentata come l’alternativa tra “funziona” e “non funziona” è in realtà una scelta tra “giusto” e “ingiusto”, due categorie che fanno riferimento a sistemi di valori che sono per loro natura relativi.

È quello che ha detto Corallo nella parte più interessante del suo intervento, arrivata dopo la sua improvvida battuta su Burioni: «Abbiamo elevato a scienza assoluta quelle che sono scelte politiche spesso di destra». Non è un tema che ha inventato Corallo, ma è quello di cui si discute da almeno un decennio quando si parla di “crisi della sinistra”. È un fatto incontestabile che da un trentennio almeno, destra e sinistra si siano avvicinate su molti temi e se la prima ha ceduto sul piano dei valori tradizionali, la seconda lo ha fatto su quelli economici, adeguandosi all’idea che a un certo tipo di misure sociali ed economiche “non ci fosse alternativa“.

Ma in politica gli assoluti sono rari. Un anno fa l’economista di Harvard Dani Rodrik lo aveva spiegato facendo l’esempio di una delle idee diventate mainstream anche sinistra e cioè che la liberalizzazione del commercio internazionale sia, in ogni circostanza, una cosa buona.

Un giornalista chiama un professore di economia e gli chiede se il commercio internazionale sia una cosa buona. Il professore risponde entusiasticamente che sì, certo che è una buona idea. Pochi giorni dopo il giornalista si traveste da studente e inizia a frequentare un seminario avanzato sul commercio internazionale. Fa la stessa domanda: il commercio internazionale è una cosa buona? Questa volta il professore è seccato: «Cosa intendi per buono?» e «Buono per chi?». Il professore si lancia quindi in un lungo discorso che culmina con una lunga lista di condizioni: «E quindi se il lungo elenco che ho fatto viene soddisfatto, e dando per assodato che possiamo tassare i beneficiari, compensare i perdenti, allora il libero commercio ha la potenzialità per aumentare il benessere di ciascuno». Se il professore fosse particolarmente di buon umore potrebbe anche aggiungere che gli effetti di lungo termine del libero commercio su un’economia non sono affatto chiari e che dipendono da una lunga lista di requisiti del tutto differente.

“Buono per chi?” significa che c’è sempre un’alternativa. Ogni misura può favorire un gruppo oppure un altro ed è una scelta politica decidere a chi spettano i benifici e chi invece vada penalizzato. Quando a chi si trova dalla parte sbagliata del baratto si racconta che “non ci sono alternative”, il risultato è inevitabile. È il compito difficile dei politici quello di lavorare per fornire una risposta credibile a chi la chiede. Se rinunciano a questo compito, se accusano chi chiede un cambiamento di essere uno sciocco che vuole l’impossibile si condannano a perdere contro chi di alternative ne fornisce. Credibili o incredibili che siano.

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