Saviano e Kruscev

In un articolo pubblicato oggi su Repubblica, Roberto Saviano spiega come, secondo lui, il caso Snowden e quello di Wikileaks abbiano per sempre cambiato il mondo dei rapporti tra governanti e governati. Secondo Saviano: «Verità importanti che un tempo restavano segrete, o confinate in nicchie che nessuno scopriva, con la rete giungono immediatamente a tutti».

Il merito, secondo Saviano, è proprio di internet: «La rete ha modificato il lavoro di intelligence che sino ad ora aveva caratterizzato i servizi segreti del pianeta». Ad esempio: «Nel 1956 il Mossad riesce a individuare una copia del rapporto di Kruscev sui crimini di Stalin. Un documento che avrebbe cambiato per sempre il mondo, ma che non fu, allora, reso pubblico. La forza dell’intelligence era la segretezza: i vertici sapevano? Ma la gran parte delle persone no».

Non conosco abbastanza il mondo dell’informazione per misurare quanto la tesi di Saviano sia vera e quali sono le implicazioni di questa nuova situazione per la società. In molti hanno criticato il suo articolo e la parte in cui invocava nuove “regole” per la rete (qui e qui trovate due esempi). Altri hanno sottolineato che la rete non basta e senza i giornali tradizionali che hanno raccontato prima Wikileaks e poi Prism, le rivelazioni di Snowden e Assange non avrebbero fatto molta strada.

Nel mio piccolo, mi limito a fare due osservazioni, più attinenti al mio campo: una sull’esempio di Kruscev utilizzato da Saviano – che è un esempio sbagliato. La seconda è una mia esperienza diretta (perdonatemi) che mi porta a pensare che forse Wikileaks, e i casi simili, non hanno aumentato la trasparenza, ma per uno strano caso, potrebbero averla persino diminuita.

Nikita Kruscev prese il potere in Unione Sovietica dopo la morte di Stalin. Il discorso del 1956 fu la pietra miliare del suo regime: un discorso che serviva a legittimare la sua leadership. Per farlo, Kruscev, attaccò il suo predecessore: lo stesso Stalin. Denunciò quello che definì “il culto della personalità” e accusò Stalin per le purghe degli anni ’30, i massacri a cui il dittatore sottopose gli stessi membri del suo partito – Kruscev tralasciò di menzionare quasi tutti gli altri crimini e massacri di Stalin, nei quali anche lui stesso aveva avuto parte.

Il discorso era “segreto” perché venne letto a porte chiuse, durante una sessione del congresso del partito comunista dell’Unione Sovietica nella quale non erano presenti giornalisti. Una copia del discorso venne inviata a tutti i leader sovietici e poi a tutte le sezioni del partito comunista sovietico – per essere letta agli attivisti durante le riunioni. Altre copie vennero inviate prima ai leader dei paesi dell’Europa dell’Est e poi a quelli dei partiti comunisti occidentali – che non la pubblicarono, come sottolinea giustamente Saviano.

In poche settimane, però, vennero stampate migliaia di copie del rapporto e decine di migliaia di persone lo lessero o lo sentirono declamare a una riunione del komsomol. Per quanto non fosse ancora stato pubblicato sulla stampa, il rapporto era diventato tutto meno che segreto. Era questione di giorni prima che, in un modo o nell’altro, una copia arrivasse alla stampa occidentale.

E infatti, in quelle settimane, un giornalista polacco trovò una copia del rapporto sulla scrivania a della sua fidanzata, che lavorava come segretaria per il leader del partito comunista polacco. Il giornalista, di origine ebraica, prese il documento, lo lesse e lo consegnò a un funzionario dell’ambasciata israeliana. Il funzionario era un membro dello Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano (e non del Mossad, il servizio segreto che opera all’estero, come dice Saviano), fotografò il documento e lo inviò ai suoi superiori, che a loro volta lo inviarono alla CIA che lo passò al New York Times.

Nel giugno del 1956 tutto il mondo venne a sapere del discorso segreto di Kruscev, la cui segretezza non era riuscita a durare più di qualche mese – ed è difficile pensare che Kruscev ne fosse poi molto dispiaciuto. Esattamente come decine e centinaia di altri discorsi segreti, complotti e cospirazioni, quello di Kruscev venne scoperto e reso pubblico senza bisogno di internet, di Edward Snowden o di Julian Assange.

L’altra riflessione riguarda in maniera specifica Wikileaks e il suo impatto sulla trasparenza. Una parte consistente delle rivelazioni di Assange era costituita da comunicazioni tra le sedi diplomatiche americane e il Dipartimento di stato. In questi messaggi gli ambasciatori raccontavano i loro incontri con leader politici dei vari paesi, le loro impressioni e valutazioni su quei paese e così via.

Questi documenti, come i rapporti degli agenti segreti veri e propri, finiscono nei grandi archivi governativi che in genere, per lungo tempo, rimangono segreti e non sono accessibili per l’opinione pubblica. Ma per gli storici delle generazioni successive, questi archivi rappresentano una delle fonti principali per scoprire come “le cose andarono veramente”.

Ed eccoci al punto. Qualche anno fa ho assistito a una lezione tenuta da un membro del Dipartimento di stato americano. Eravamo nel pieno di Wikileaks e quando terminò la lezione facemmo molte domande, off the records, sul caso. Ci venne spiegato che in realtà Wikileaks aveva diminuito la trasparenza, invece che aumentarla (ovviamente la fonte di questa spiegazione non era certo una fonte terza e va quindi presa con un certo grado di scetticismo e prudenza).

Una delle reazioni a Wikileaks, ci spiegarono, fu che molti comunicati degli ambasciatori da allora vengono inviati depurati delle informazioni più compromettenti: i nomi delle persone con cui parlano i funzionari americani vengono omessi e le parti più sensibili vengono comunicate a voce o con altri mezzi. In altre parole, quando tra trenta o quarant’anni gli storici avranno accesso agli archivi del 2013 troveranno molte meno informazioni su “come andarono veramente le cose”, rispetto a quante ne avrebbero trovate se Wikileaks non fosse mai avvenuta. E questa, forse, non è una grande conquista per la trasparenza.