Tre cose su Renzi e la Cultura

Matteo Renzi non ha ancora formato il governo, si è dato una settimana di tempo e si è ascritto l’impegno ponderoso di portare a termine una riforma al mese. In questi giorni è comprensibilmente frenetico, ma non soltanto per quanto riguarda il programma da concepire e al quale legare una squadra di governo assai impegnativa da formare; perché riguardo la questione Ministero della Cultura, in realtà sembra ancora più vivace di altri ambiti. Domenica a pranzo ha visto Alessandro Baricco, che ha preferito ritagliarsi un ruolo da spin-doctor invece che da candidato ministro, e tra ieri e oggi in sole 24 ore è riuscito a trasmettere vari segnali che sembrano molto chiaro su quale sarà la sua impronta sulle politiche culturali.

Primo segnale

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, doveva fare un piccolo rimpasto di giunta: escono Rifondazione Comunista e Centro Democratico, decadono tre assessori (Salvatore Allocca, Cristina Scaletti, Stella Targetti), ne subentrano altri due (Emanuele Bobbio e Stefania Saccardi). Rossi poi dichiara che: «Avrei voluto che Tomaso Montanari assumesse le deleghe alla cultura. Ho una forte stima per lui, studia e difende con passione e militanza civile uniche il nostro patrimonio. La presenza di giovani come lui mi fa ben sperare nel futuro del nostro paese e della nostra cultura. Anche se non sarà lui direttamente a guidare l’assessorato continuerò a coinvolgerlo e a confrontarmi con lui. Il prossimo assessore alla cultura dovrà avere un profilo alto, solido, con forte autonomia come il suo». Perché Tomaso Montanari non sarà dunque assessore, uno si chiede: è gravemente malato? Gli hanno offerto una cattedra a Stanford?
No, nonostante sia la persona perfetta per quel ruolo, ha il difetto di essere da almeno due, tre anni un intellettuale espressamente critico con le politiche culturali di Matteo Renzi, quindi il suo nome non è spendibile. Montanari, viene da domandare proprio a lui, non conosce per caso uno con le sue stesse qualità, il suo stesso profilo alto, la sua forte autonomia, che però sia un po’ più servile con Renzi?
Rossi difende questa scelta, sostenendo «la necessità di aiutare Renzi nel difficile compito che sta affrontando sul piano del governo nazionale»: «Non c’è nulla di male in questa operazione. Solo il fanatismo antirenziano – dice Rossi – può offuscare questa verità elementare». Devo essere un fanatico antirenziano, perché mi sembra scorretto, non solo nel metodo ma anche nel merito, affermare: ho la persona qualificata per fare l’assessore, a Renzi (neo-presidente del Consiglio e – sottolineerei – sindaco uscente che si appresta a fare campagna elettorale per il suo candidato Dario Nardella) questa persona non sta bene, per cui meglio rinunciarci. Il tornaconto elettorale del Pd renziano è il bene del Paese.

Secondo segnale

Pur fagocitato nella concitata e delicatissima fase di composizione del governo – l’altro giorno era allo stadio a chiacchierare con Diego Della Valle per esempio – Matteo Renzi ha trovato però il tempo per una dichiarazione estemporanea. Ancora con la fascia di sindaco indosso, l’altroieri ha detto: «Quando mi dicono che per salvare la cultura bisogna fare come stanno facendo al Teatro Valle di Roma, io dico che ci sono altre soluzioni, come ad esempio abbiamo fatto noi con il Teatro della Pergola, il più antico d’Europa». Rimasticavo questa facile boutade stasera, mentre in un palchetto del Teatro Valle assistevo alla presentazione dell’ultimo film di Otar Iosseliani, Chantrapas, un film passato per Cannes nel 2010. Chi ha visto Caccia alle farfalle, o Briganti, o Addio, Terraferma, o Lunedì, mattina, sa che Iosseliani è uno dei più grandi registi al mondo. Prima della proiezione, ha parlato per venti minuti del perché era al Valle, del cinema italiano che ha più amato, e di cosa voglia dire per lui Roma. Poi ho visto l’ennesimo piccolo capolavoro, dopo il quale – lavori da finire, sonni arretrati – sono dovuto andare via, senza poter sentire il dibattito: ancora lo splendido ottantenne Iosseliani che avrebbe parlato del suo cinema, accompagnato da Enrico Ghezzi, che ha fatto non poco nel tempo per far conoscere a Fuori orario il cinema del georgiano.

Avevo pagato per assistere a tutto questo un cosiddetto prezzo responsabile, 5 euro consigliati. E questo evento, la proiezione di un film di un maestro internazionale poco conosciuto in Italia, non è un caso isolato al Teatro Valle. Ossia, non è un caso che il Valle in questi tre anni di occupazione si sia dato il compito di fornire un tipo di offerta sfidante dal punto di vista culturale. Non solo una stagione teatrale buona, come accadeva fino all’ultimo anno della gestione Eti, ma cinema, assemblee, convegni, laboratori, formazione continua: una specie di contenitore bulimico e fluido di quello per quello che oggi si pensa debba fare un teatro, anche un teatro antico, anche un teatro al centro storico di una città come Roma: molto più di un teatro con una stagione buona.

Nel frattempo, nel frattempo che sono stati questi tre anni, gli occupanti del Valle hanno fatto di tutto – questo Renzi lo tace o lo fraintende – per cercare di smettere di essere occupanti, e hanno (giustamente, a mio avviso) pensato che l’idea di teatro-comunità, di teatro-agorà il cui bisogno e la cui evidenza erano riusciti a mostrare, necessitava anche di uno statuto giuridico diverso dall’assegnazione privata, tramite una fondazione pubblica, privata, o mista.
Al Valle si è vissuta una stagione incredibile di democrazia dal basso, che solo i malevoli possono etichettare come «i soliti quattro okkupanti che si sono messi a fare i direttori artistici». Lo statuto della Fondazione, risultato di un processo democratico ampissimo e lunghissimo, che si è voluto per niente illegale, ma ipercostituzionale, contiene e palesa un’idea politica molto contemporanea: quella del bene comune.
I libri di Ugo Mattei, di Stefano Rodotà, del premio Nobel Elinor Ostrom… Pregeherei Matteo Renzi o quelli come lui che ogni tanto si mettono a criticare d’emblée il Teatro Valle, di leggersi una bibliografia ragionata minima sui beni comuni, e se vogliono – com’è legittimo – dissentire politicamente, entrino nel merito della questione. Perché gestire un teatro come bene comune non va? Non si responsabilizza in questo modo la cittadinanza alla gestione e alla cura di un bene che appartiene a tutti invece di affidarlo a pochi? Perché è meglio una fondazione come quella che gestisce il Teatro La Pergola: quali sono i vantaggi nel senso dell’interesse pubblico?

Quello che secondo me non è perspicuo a Renzi è che il modello del Teatro La Pergola e quello proposto per il Teatro Valle non sono affatto opposti. L’idea che sta dietro allo Statuto stilato per il Valle è fare non soltanto tutto quello che si fa alla Pergola, ma di più. Il Valle è un La Pergola 2.0. Come si puà fare? Responsabilizzando i cittadini alla cura e alla gestione del teatro. Un’ipotesi impossibile? In questi lunghissimi e sfiancantissimi anni è sembrato proprio il contrario: se a distanza di trentadue mesi dall’inizio di quest’esperienza di occupazione/restituzione/liberazione, il programma per le prossime settimane prevede una rassegna di cultura georgiana, un ciclo di film di Derek Jarman, una serie di spettacoli di drammaturgia straniera contemporanea con gli autori presenti, un’assemblea pubblica sul futuro di questo spazio, e laboratori per la formazione di insegnanti di danza con l’idea di inserire le arti espressive e quelle performative nella scuola pubblica a partire dalle elementari vuol dire che non c’è stata una regressione centrosocialara qui, ma tutto il contrario.

Terzo segnale

Oggi, 19 febbraio, si sarebbe dovuta tenere l’attesa riunione del gruppo di lavoro che sta preparando il Piano per la lettura, un programma voluto e sostenuto dall’ormai ex-ministro dei Beni e le Attività Culturali Massimo Bray. Quest’incontro, col governo Letta andato a gambe all’aria non si farà. Ora, da anni si cercano di trovare dei risultati seri sulla politica di promozione alla lettura. E qualcosa con Bray stava accadendo. E anche, forse, con i tempi complicati della politica, si stava riuscendo a fare di quella struttura debole e mal diretta del Centro del Libro e la Lettura un organo di coordinamento e intervento più efficiente.
L’altro giorno parlando con quelli che è per me uno dei affidabili analisti di politiche culturali in Italia, Giovanni Solimine, mi passava questi dati:

«Secondo Save the Children, più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.
La partecipazione ad attività di educazione formale o informale per adulti è in Italia la più bassa tra i paesi OCSE: siamo al 24% rispetto a una media del 52%. Le conseguenze si vedono: le persone di età superiore ai 55 anni che hanno partecipato ad attività formative fanno registrare livelli di competenze nella lettura, nella scrittura e nel calcolo pari a più del doppio dei coetanei che non hanno avuto esperienze formative. L’assenza di iniziative di formazione per gli adulti va ad aggiungersi a una situazione che ci vede già in posizione arretrata rispetto ad altri paesi avanzati, con i quali dobbiamo confrontarci: solo il 15% degli italiani adulti (25-64 anni) ha raggiunto un livello di istruzione universitaria, mentre nei paesi OCSE il dato medio è più che doppio, essendo pari al 31%, e nell’Europa a 21 è 28%. Solo due nazioni su 36 dell’area OCSE presentano percentuali inferiori alla nostra».

Ora per me è chiaro è che se vero che esistono emergenze varie per l’Italia in crisi: artigiani e commercianti con l’acqua alla gola che oggi protestavano in massa a Roma, una legge elettorale che restituisca un minimo di credibilità alla politica, una riforma del lavoro in controtendenza rispetto a Biagi, Treu, Fornero e compagnia… Ma è vero che per me c’è un’emergenza ancora più urgente – quella di un Piano di alfabetizzazione culturale che interessi tutta l’Italia, le province remote, i paesini sperduti, le regioni depresse.
Nella scelta di chi nominare come ministro, e invece di lanciarsi in altri slogan ad effetto, Matteo Renzi potrebbe partire semplicemente da qui.