Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 20 Giugno 2021

Buzzfeed che fa di nuovo Buzzfeed

Buzzfeed è un grande sito di news americano con una storia ormai ricca: nacque individuando il potere di traffico e numeri – e ricavi pubblicitari conseguenti – di notizie virali, frivole, stupide, di liste qualunque e di gallery di sciocchezze; si diede una presentabilità investendo parte dei ricavi in una sezione di giornalismo di qualità e di inchiesta, Buzzfeed News; subì il declino dei ricavi pubblicitari; e ultimamente ha fatto notizia per avere acquistato lo Huffington Post: di cui Jonah Peretti, creatore di Buzzfeed, era stato cofondatore insieme ad Arianna Huffington.
Questa settimana Buzzfeed ha voluto invece far conoscere di nuovo la sua parte più spregiudicata nel perseguimento di obiettivi di traffico a basso costo e a prescindere dalla qualità dei contenuti: e ha proposto una sorta di “concorso” della durata di due mesi in cui gli articoli proposti da chiunque che raggiungano determinati (grossi) obiettivi di visualizzazioni saranno retribuiti con compensi crescenti: 150 dollari per 150mila visualizzazioni, 500 dollari per 500mila, 2mila dollari per un milione, e 10mila dollari per 4 milioni di pagine viste. L’obiettivo è naturalmente generare traffico e ricavi pubblicitari a basso costo, ma anche sperimentare gratis e senza impegno l’efficacia di una grandissima varietà di articoli, la loro capacità di diventare virali, le dinamiche del traffico online.


domenica 13 Giugno 2021

Mancini come modello di business

L’inizio degli Europei di calcio ha portato grandi vivacità nelle pagine pubblicitarie dei quotidiani italiani. Il giorno della partita inaugurale, intanto, c’è stato un investimento formidabile di Poste Italiane – sponsor della Nazionale – che ha comprato delle “sovracopertine” su quasi una decina di giornali, in molti casi rivestendoli con proprie immagini promozionali legate agli Europei, ma nei quotidiani maggiori associandole anche ad articoli originali sponsorizzati scritti da giornalisti importanti (Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, Emanuela Audisio su Repubblica). Su alcune di queste testate le iniziative di Poste hanno quindi ricevuto un trattamento di favore anche in articoli su altre pagine.

Poi c’è l’iperpresenza dell’allenatore Roberto Mancini come testimonial: in simili pose, è comparso per due giorni come indossatore di polo, ospite di un teatro, consegnatore di pacchi. E nel primo di questi contesti la pubblicità opaca ha fatto infine traboccare il vaso della tolleranza dello stesso Comitato di redazione del Corriere della Sera, che ha deciso di dire la sua al direttore contro l’associazione sul giornale tra una pubblicità e un articolo dedicato allo stesso inserzionista.
“Ci dispiace dover intervenire per segnalare l’ennesimo caso di invadenza del marketing sulle pagine del nostro giornale. Ieri, 10 giugno, sulle cronache nazionali del Corriere è stata pubblicata una pagina sul commissario tecnico della Nazionale Roberto Mancini che è palesemente un’inserzione pubblicitaria, nella quale viene con ridondanza messo in evidenza un noto marchio di moda, senza segnalarla come tale ai lettori. Che si tratti di pubblicità lo conferma l’inserzione, questa chiaramente pubblicata come tale, uscita oggi, con foto sempre di Mancini che indossa un capo del medesimo marchio di moda”.
I lettori di Charlie sanno come queste sovrapposizioni poco rivelate siano frequentissime sui maggiori quotidiani, e sul Corriere della Sera in particolare, e lo stesso CdR ha sottolineato come si tratti di un “ennesimo caso”. È probabile che la richiesta di “una maggiore vigilanza per tenere separati i contenuti giornalistici da quelli pubblicitari” sarà messa alla prova già da qui alla prossima domenica, e che ne riparleremo.


domenica 13 Giugno 2021

È sparito Business Insider Italia

Era la versione italiana di un popolare sito di news statunitense, Business Insider, che si occupa principalmente di finanza e tecnologia (ma soprattutto ultimamente è sempre più generalista e ha cambiato nome in Insider). Ha smesso di pubblicare all’improvviso, senza che ci fossero comunicazioni ufficiali, e tutto il sito è andato offline: dal primo giugno cliccando sui link ancora esistenti di Business Insider Italia si viene reindirizzati alla URL statunitense. Business Insider Italia faceva parte del Gruppo GEDI (quello di Repubblica e della Stampa, tra le altre), che lo pubblicava grazie a un accordo con il grande editore tedesco Axel Springer, proprietario di molte grandi testate internazionali. I due editori hanno deciso di non rinnovare l’accordo, che scadeva quest’anno: negli ultimi mesi se n’era parlato, ma non erano state date spiegazioni per il mancato rinnovo e la chiusura non era stata annunciata. Business Insider Italia era nato a novembre del 2016 e si era costruito un piccolo spazio nell’informazione italiana (secondo gli ultimi dati disponibili era 50mo nel traffico tra le testate italiane), anche grazie alle possibilità del suo editore e alla fama internazionale del suo marchio. Ha sempre avuto una redazione piuttosto piccola che si avvaleva di tanti collaboratori esterni, e questo permetterà di ricollocare nelle altre testate del Gruppo GEDI i pochi che lavoravano in redazione, chiudendo invece le collaborazioni. Al momento tutto l’archivio degli articoli prodotti in questi quattro anni e mezzo non è più consultabile online, e non è chiaro se tornerà a esserlo.


domenica 6 Giugno 2021

The finger in the piaga

Quest’ultimo passaggio della richiesta americana è da mettere da parte e particolarmente importante: perché mostra la consapevolezza del rischio persino da parte di chi chiede i contributi, e lo segnala come il problema universale maggiore nel destinare i contributi pubblici. Se portiamo la stessa riflessione in Italia, oggi i contributi pubblici diretti ai giornali sono assegnati con criteri apparentemente “neutrali” (cooperative, non profit, minoranze linguistiche) ma che hanno come risultato di fatto un sostegno “partigiano” accettato da diversi partiti perché destina i maggiori contributi a una piccola quota di testate “protette” da questo o da quel partito: con interferenze nella concorrenza e favoritismi che non tengono in nessun conto dei criteri di qualità dell’informazione, ammesso che se ne possano trovare. Sarà interessante vedere anche cosa si possono inventare negli Stati Uniti.


domenica 6 Giugno 2021

Un nome familiare ai lettori

All’inizio dello scorso febbraio, quando era ormai quasi certo che si sarebbe formato il governo Draghi, comparve sul Corriere della Sera una pagina intera di pubblicità piuttosto insolita, con solo una scritta su sfondo rosso che diceva: “Grazie Presidente Mattarella”. La pagina pubblicitaria – che normalmente vale diverse migliaia di euro – era stata pagata da Giancarlo Aneri, imprenditore 73enne di Legnago, in provincia di Verona, la cui azienda produce soprattutto vino (e poi olio e caffè). Qualche giorno dopo il Corriere raddoppiò lo spazio e gli dedicò una breve intervista rivelando l’identità del misterioso inserzionista, che a suo dire avrebbe preferito «rimanere anonimo», ma che allo stesso tempo non sembrava essersi fatto troppo pregare per uscire allo scoperto. Aneri è in realtà una presenza frequente nei quotidiani italiani, non solo per le pubblicità che compra spesso ma anche per le numerose interviste che ottiene, sempre molto benevole per lui e per la sua attività. Ha una storia di successo e la fama di uno che si è “fatto da sé”, ma il motivo principale per cui finisce così spesso sui giornali è che nell’ambiente dell’informazione italiana tradizionale Aneri è una presenza di vecchia data e ha molti amici, a partire dalla sua organizzazione annuale del premio “ È Giornalismo ”, che fondò nel 1995 con Giorgio Bocca, Enzo Biagi e Indro Montanelli, tre dei più illustri giornalisti italiani del Novecento, e che viene assegnato ogni anno in una conviviale cerimonia milanese.
Dalla creazione del premio Aneri è sempre stato in rapporti di amicizia con una parte rilevante del giornalismo italiano, di cui si dice grande appassionato (oltre a definirsi “giornalista mancato”), e lo si trova spesso sul Corriere sul Sole 24 Ore sul Giornale , su Libero e su diversi altri . A volte è presente in interviste in cui parla lui stesso, altre volte è citato insieme ai suoi prodotti, e non necessariamente in occasione di grandi notizie: Aneri che fa bere il suo vino a Xi Jinping e a Obama, la Juventus che regala magnum di Amarone Aneri ai giocatori per festeggiare lo scudetto, e così via. Di recente alcuni giornali hanno dedicato articoli all’inaugurazione di un modello di bottiglie mignon di prosecco, definite “ da passeggio ” e descritte come un’idea che dovrebbe facilitare la ripresa del settore dei vini dopo la pandemia. Ancora venerdì Aneri ha comprato una pagina di pubblicità sul Sole 24 Ore per l’Amaro Anerissimo .


domenica 6 Giugno 2021

Lo HuffPost tutto italiano

Confermando le ipotesi di cui avevamo raccontato i mesi scorsi, l’editore GEDI ha annunciato di avere acquisito la totalità delle quote della società Huffington Post Italia, ovvero dell’edizione italiana dello HuffPost (il sito di news che si chiamava Huffington Post dal cognome della sua fondatrice). L’anno scorso lo HuffPost era stato acquistato da Buzzfeed (l’altro grande successo dell’informazione online dello scorso decennio in cerca di un rilancio commerciale) che aveva proceduto a chiudere e ridimensionare le edizioni internazionali: quella italiana era in una condizione anomala, frutto di un accordo col gruppo che pubblica Repubblica e la Stampa, tra gli altri, e che ha deciso di rilevarne tutta la proprietà, probabilmente con l’intenzione di portare anche lo HuffPost verso una forma a pagamento, come ha fatto – in un modo o nell’altro – la quasi totalità delle testate internazionali negli ultimi anni.


domenica 30 Maggio 2021

A Reuters era sfuggita una cosa

Il progetto di Reuters – una delle agenzie di stampa più importanti del mondo – di far funzionare i suoi contenuti online come quelli delle normali testate giornalistiche e dare l’accesso a pagamento ai suoi servizi tramite abbonamento, è andato momentaneamente a sbattere contro una conseguenza apparentemente imprevista. Nei giorni successivi all’annuncio il più grosso cliente di ReutersReuters ha come core business la vendita di informazioni finanziarie ad aziende ed enti interessati – che si chiama Refinitiv e fornisce dati e servizi alle borse e ad altre istituzioni finanziarie, aveva contestato il progetto sostenendo che violasse i termini del contratto tra le due aziende, minacciando l’annullamento del contratto stesso, che per Reuters vale più di 300 milioni di dollari l’anno.
Giovedì Reuters ha comunicato la sospensione del progetto di paywall


domenica 30 Maggio 2021

In mano alle banche

Il Fatto ha pubblicato un lungo articolo sulla dipendenza di praticamente tutti i quotidiani da prestiti bancari che garantiscono alle banche coinvolte diverse misure di potere sui quotidiani stessi (le si percepiscono molto facilmente sfogliando le pagine di economia, ma anche riflettendo su come il giornalismo di inchiesta dei quotidiani affronti la categoria delle banche quasi solo in caso di bancarotte e truffe conclamate).
“Oggi, a conti fatti, sono davvero poche le case editrici di giornali che non devono soldi al gruppo guidato da Carlo Messina. Per esempio l’editore del Giornale, Paolo Berlusconi, predilige Bpm e la Popolare di Sondrio, mentre in passato il Foglio si è rivolto al Creval e a Chianti Banca e la Società editoriale Il Fatto, che pubblica questo giornale, a Unicredit per il prestito da 2,5 milioni ottenuto lo scorso anno con la garanzia del Fondo Centrale di Garanzia, ma il grosso dei finanziamenti all’editoria passano per Intesa e per la sua boutique degli affari, Banca Imi”.


domenica 23 Maggio 2021

I quattro cantoni

Riassunto degli scambi di direttori tra i tre giornali maggiori della destra italiana (più uno, romano): il Giornale fu fondato nel 1974 dal giornalista Indro Montanelli: tra il 1976 e il 1979 ne divenne maggiore azionista la famiglia Berlusconi. Montanelli e i Berlusconi litigarono nel 1993, Montanelli se ne andò e dal 1994 il direttore del giornale fu Vittorio Feltri (che aveva diretto l’Indipendente, quotidiano nato due anni prima e chiuso poco dopo) con Maurizio Belpietro come vicedirettore, che nel 1996 andò a dirigere solo per pochi mesi il Tempo di Roma. Feltri si stufò e se ne andò nel 1997, e nel 2000 fondò Libero, portando via una buona quota di lettori al Giornale, di cui contemporaneamente divenne direttore Belpietro fino al 2007 (quando andò a dirigere Panorama). Nel 2009 Feltri tornò a dirigere il Giornale con Alessandro Sallusti condirettore, mentre Belpietro andò a dirigere Libero. Nel 2010 Sallusti divenne direttore del Giornale con Feltri “direttore editoriale” (Feltri ha da allora ruoli non di “direttore responsabile” per essere stato radiato, ripreso, poi sospeso dall’Ordine dei Giornalisti, che ha infine lasciato), ma i due litigarono presto e Feltri tornò a dirigere Libero con Belpietro per qualche mese, salvo rientrare al Giornale, e di nuovo a Libero come direttore nel 2016 (con Pietro Senaldi come direttore responsabile). Belpietro intanto aveva litigato con l’editore (la famiglia Angelucci, imprenditori delle cliniche, che da allora possiede anche il Tempo) e fondò la Verità, diventandone anche editore (dal 2018 ha comprato anche Panorama e altre testate da Mondadori): ne è tuttora direttore. Questa settimana Sallusti ha raggiunto di nuovo Feltri a Libero.


domenica 23 Maggio 2021

Hanno vinto i cattivi

La storia più importante nell’imprenditoria giornalistica americana di questi mesi, che abbiamo aggiornato in molte edizioni di Charlie, è finita nel modo più realistico, e meno cinematografico: l’acquisto del gruppo Tribune Publishing (che possiede molte testate quotidiane importanti, a cominciare dal Chicago Tribune) da parte del famigerato e temuto fondo Alden è stato approvato dagli azionisti, e nessun tentativo di trovare un editore più benintenzionato è riuscito. Al risultato del voto ha contribuito anche la scelta di astenersi – di fatto un voto a favore – dello stesso Patrick Soon-Shiong di cui abbiamo parlato nel prologo, che è anche azionista del gruppo Tribune e otterrà 150 milioni di dollari dalla vendita.


domenica 23 Maggio 2021

Prologo – Ci vogliono teste nuove

Il Washington Post aveva giovedì un articolo sul particolare personaggio che è l’editore del Los Angeles Times, di cui abbiamo parlato in altre occasioni: medico di enormi successi scientifici e imprenditore miliardario, nato in Sudafrica da genitori cinesi e rimasto in California dopo i perfezionamenti universitari. Uno di quegli uomini o donne che chiamiamo geni, dice il Washington Post. Eppure, è in grosse difficoltà nell’applicare le sue ambizioni e intelligenze ai destini di uno dei più grandi quotidiani statunitensi: come ha commentato un esperto di media che lo conosce, «Patrick si è sopravvalutato, penso sia stato sorpreso lui stesso dalle difficoltà del business dei giornali: che non è destinato a nessuna soluzione facile».
I parziali successi che Soon-Shiong ha finora ottenuto si devono principalmente a due fattori, che condivide con quello che Jeff Bezos ha portato proprio al
Washington Post: molti soldi da metterci e disponibilità a innovare e cambiare molto. I suoi insuccessi invece si devono alla terza cosa che Bezos ha e forse Soon-Shiong – e molti altri imprenditori di successo anche da noi – no: la familiarità con le trasformazioni digitali, culturali e sociali che permettono di immaginare l’editoria dei giornali come una cosa completamente diversa da quello che era appena vent’anni fa.


domenica 16 Maggio 2021

Le notizie comprate dalla Cina, anche in Italia

Abbiamo scritto altre volte del lavoro di propaganda avviato da tempo dal governo cinese, investendo denaro e impegno sulla collaborazione in questo senso con alcune testate internazionali. Questa settimana la questione è stata raccontata su molte testate americane per via di una indagine svolta dalla International Federation of Journalists (IFJ) che descrive questi investimenti a partire da una serie di casi internazionali, tra cui anche quello italiano (a pagina 5): nel report si cita in particolare l’agenzia Ansa, sulla cui “promozione” cinese avevamo raccontato il mese scorso questa storia (con questa postilla).

“The state-run news agency ANSA signed an accord with China’s state media agency Xinhua to launch the Xinhua Italian Service. This has translated into Ansa running fifty Xinhua stories a day on its news wire, with Xinhua taking editorial responsibility for the content while Ansa serves as a tool of distribution. One Italian journalist commented that the agreement has been trouble-free so far, “They were mainly on economics and Chinese culture… If we find something which we believe interesting, especially on economic matters, we might take a few news and decide autonomously to broadcast them.” The agreements have also led to Italian television stations airing Chinese documentaries and artistic content”.


domenica 16 Maggio 2021

Il guaio che il Corriere si è cercato

Il problema principale di RCS, l’azienda editrice del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport oltre che di diversi periodici, è diventato questa settimana un altro rispetto alle complicazioni note del settore e condivise con molte società giornalistiche. La storia è quella della vendita della “storica sede di via Solferino” che avevamo raccontato il mese scorso. È infatti stata comunicata la decisione dell'”arbitrato” che ha sancito che non ci sia stato niente di illecito nella vendita del palazzo milanese che ospita tuttora – in affitto – la redazione del Corriere della Sera , e ha dato così torto alla richiesta di RCS e del suo editore Urbano Cairo.

Ma la conseguenza potenzialmente rischiosa per RCS è che la sentenza ha dato quindi un argomento alla denuncia americana del fondo Blackstone – acquirente e proprietario del palazzo – che sostiene che la contestazione di RCS abbia fatto saltare la vendita successiva a un altro acquirente (si dice da allora che fosse la società Allianz), con un grosso danno economico per Blackstone: che ha richiesto 600 milioni di euro di danni complessivi. Se le corti americane dovessero convenire su questo, i conti di RCS sarebbero in guai enormi: per questa ragione sabato, mentre tutti quotidiani titolavano sulla sconfitta di Cairo e RCS, il Corriere ha raccontato la notizia “proteggendola” con un’altra più positiva e cercando di contenere i danni, e di sottolineare come la sentenza sostenga che la richiesta dell’arbitrato non sia stata comunque pretestuosa e infondata.
Uno scenario realistico ora è anche la ricerca di un accordo tra le parti per evitare rischi maggiori.


domenica 16 Maggio 2021

La trasformazione di CNN

Non è una novità e risale ormai a qualche anno fa, ma il Washington Post ha pubblicato un articolo esauriente che la riassume e ne fa un bilancio. CNN non è più infatti la rete delle news e dei fatti “distaccati” di cui il mondo aveva un’idea dalla sua nascita, ma una testata tra quelle divenute più vivacemente partigiane soprattutto durante l’amministrazione Trump – contro Trump – e il cui presidente Jeff Zucker (in carica dal 2013) ha spinto in generale verso una forte personalizzazione ed emotività da parte dei conduttori e giornalisti, ritenendo questo indirizzo più adeguato ai tempi e ai gusti del pubblico, che infatti gli ha dato ragione.


domenica 16 Maggio 2021

Il Washington Post ha una direttrice

La prima della sua storia, nominata al posto di Martin Baron che si era dimesso come preventivato alla fine del 2020 dopo aver guidato il quotidiano in un periodo di grande crescita e successi (aiutati dagli investimenti del proprietario Jeff Bezos). La direttrice è Sally Buzbee, 55 anni, che viene da 33 anni all’agenzia Associated Press dove ha assunto successivamente ruoli di dirigenza sempre più importanti. Lo stesso articolo del Washington Post racconta la sua scelta come inattesa rispetto ai nomi che erano circolati nei mesi scorsi, e la spiega soprattutto nell’ottica di un’espansione del giornale sui mercati internazionali, dove gli altri due grandi quotidiani statunitensi – il New York Times e il Wall Street Journal – hanno presenze molto più forti e consolidate.


domenica 16 Maggio 2021

E la Gazzetta del Mezzogiorno ha di nuovo un direttore

La Gazzetta del Mezzogiorno, il più radicato quotidiano della Puglia e della Basilicata, di storia secolare, ha da sabato un nuovo direttore, scelto dalla nuova proprietà che ha acquistato il giornale l’anno scorso salvandolo da un periodo difficile e da concreti rischi di chiusura. Il direttore è Michele Partipilo, che era caporedattore al giornale. Per qualche mese all’inizio dell’anno l’editore aveva discusso una proposta di direzione con Concita De Gregorio – giornalista di Repubblica – ma il progetto non è stato sufficientemente convincente.


domenica 9 Maggio 2021

Audiweb e Audipress (e Auditel)

Venerdì è stato bruscamente interrotto un progetto di fusione tra due società che registrano e comunicano i dati sui lettori dei giornali di carta e dei siti web, Audipress e Audiweb (avevamo spiegato meglio qui cosa sia Audipress). Il progetto avrebbe dovuto concludersi in queste settimane, e i dati di traffico online usualmente comunicati da Audiweb (che mensilmente citavamo qui su Charlie) sono sospesi da tre mesi e ne era stata annunciata la ripresa per fine aprile: ma non sono invece stati ancora pubblicati proprio per le nuove complicazioni di tutta l’operazione.

Quello che è successo nei giorni scorsi è legato alle ragioni stesse che avevano suggerito la fusione: ovvero una perdita di rilevanza nel mercato pubblicitario dei due enti di misurazione. Audiweb perché sul web si è persa del tutto la distinzione tra siti di informazione e siti in genere (grandi piattaforme comprese) rispetto alla pubblicazione di pubblicità: e uno strumento che dia solo i numeri dei siti di informazione è del tutto insoddisfacente per il business della pubblicità. Audipress perché il ruolo dei giornali di carta nello stesso settore pubblicitario è molto diminuito. La loro fusione in un unico sistema di conteggi intendeva rinnovare il senso delle misurazioni e renderle di nuovo più interessanti per quel settore.

Il problema è che queste stesse ragioni (la perdita di definizione di cosa sia “giornale”, cosa sia “testata”, cosa sia “media”, eccetera) generano sovrapposizoni e conflitti che erano già difficili da affrontare e che hanno coinvolto anche il più importante e noto degli enti di misurazione italiani, ovvero Auditel. Che misura il pubblico della tv. E che a sua volta è interessata a gestire le analisi di fruizione dei contenuti video e televisivi online. Per farla semplice: chi misura RaiPlay, Audiweb perché è un sito web (o il nuovo Audiweb/Audipress) o Auditel perché è un contenuto televisivo? Così Auditel si è messa di traverso e siccome i vari consorzi sono formati dalle stesse associazioni di pubblicitari, si è bloccato tutto.


domenica 9 Maggio 2021

C’è un nuovo direttore a Los Angeles

Sono mesi in cui si aspettavano e si aspettano nuove nomine importanti in alcune grandi testate americane. Quella più seguita riguarda la direzione del Washington Post, dopo le previste dimissioni del leggendario Marty Baron (quello del Caso Spotlight, ricordiamo), sulla quale c’è una novità: il successore non sarà Kevin Merida, 64 anni, stimato ex editor del giornale dove era stato 22 anni prima di andare al nerwork sportivo ESPN, e che era stato dato tra i più probabili.
Ma Merida ha accettato invece di andare a dirigere il Los Angeles Times, uno dei quotidiani “locali” più importanti degli Stati Uniti, che copre una città e uno stato (la California) di grandissime dimensioni e di grandissima importanza.
Merida ha raccontato in giro di avere avuto l’impressione che il Post non lo volesse più di tanto, pur avendolo preso in considerazione: la spiegazione più probabile è che quel giornale (posseduto da Jeff Bezos, il fondatore di Amazon) abbia ambizioni e progetti che suggeriscano un nuovo direttore più giovane.


domenica 2 Maggio 2021

Stringiamci a coorte

Questa è la questione più grossa che tormenta il sistema della pubblicità online da più di un anno, e che ha ricadute rilevanti sul mondo delle aziende giornalistiche, sulla loro capacità di sostenersi economicamente attraverso la pubblicità e sui modi delle loro dipendenze dalle grandi piattaforme digitali. Ne parleremo spesso nei prossimi mesi, oggi ci limitiamo a una breve introduzione.

Il sistema dei cookie di terze parti implica delle ingerenze nella privacy evidenti – malgrado noi le consentiamo quando accettiamo sbrigativamente quelle condizioni che troviamo sui siti alle nostre prime visite – e il dibattito sul limitarle dura da molto, ma la questione ha subito un’enorme accelerazione quando si è mossa Google, come sempre. Che all’inizio dell’anno passato ha annunciato che avrebbe inibito l’uso dei cookie di terze parti sui propri browser Chrome, adducendo appunto ragioni di maggior rispetto della privacy. Che sono da una parte fondate senza essere disinteressate: Google percepisce la domanda da parte dei propri utenti e cerca di rispondere. D’altra parte Google ha interesse ad aumentare ancora di più il proprio potere sul mercato dei dati e della pubblicità proponendo soluzioni sempre più adeguate a questo. E la proposta che ha fatto è una soluzione tecnologica dal buffo nome (sembra una puntata del Trono di Spade): Federated Learning of Cohorts, abbreviato in FLoC. Vuol dire, grossomodo, “apprendimento collaborativo delle coorti”. Per farla davvero molto breve, l’idea è la creazione di un sistema di categorie di utenti (moltissime, le coorti) che riconosca a quale di queste appartenga ciascuno di noi quando visita un sito, senza identificarci singolarmente.

La proposta ha inizialmente spiazzato i moltissimi coinvolti (ovvero chiunque usi internet, nei fatti), presentandosi come un servizio di rispetto della privacy. Ma presto se ne sono comprese anche le implicazioni in termini di maggiore potere affidato a Google, e di possibili violazioni diverse della privacy stessa. Oltre che di sovversione del mercato pubblicitario pericolosa per molte aziende e business. Quindi in questi mesi in cui Google sta avviando la sperimentazione del sistema ci sono molte diffidenze e cautele, anche nelle aziende giornalistiche in cui si cerca di capire se e come adeguarsi, se ci siano più rischi o più opportunità, se collaborare con Google o provare a mettersi di traverso.


domenica 2 Maggio 2021

E un giudizio sul diritto all’oblio

Il Garante per la privacy, cosiddetto, ha pubblicato questa settimana una propria sentenza, che stabilisce alcuni criteri, a prescindere dalla singolarità di ciascun caso (il caso non è descritto). Al Garante ricorrono le persone che non trovino soddisfacenti le risposte ricevute dalle testate a cui hanno presentato una richiesta.
(il Post, per esempio, è stato due mesi fa destinatario di una sentenza del Garante che ha rifiutato una richiesta che venissero cancellati due articoli su un personaggio pubblico oggetto di un’inchiesta giudiziaria successivamente terminata con un’assoluzione – e che il Post su sua richiesta aveva aggiornato linkando un altro articolo esistente su questo sviluppo – ordinando però la loro deindicizzazione, dato il tempo passato, otto anni).

La sentenza pubblicata martedì riguarda invece un articolo della Stampa su una vicenda giudiziaria del 1998. Il Garante ha deciso:
– di respingere anche qui la richiesta che l’articolo sia cancellato o che il nome del protagonista sia rimosso, confermando il valore di “informazione e documentazione storica” anche dopo molto tempo;
– di ritenere corretta e soddisfacente la scelta del giornale di deindicizzare l’articolo;
– di respingere la richiesta che l’articolo sia aggiornato, non avendo il richiedente offerto documentazione sugli aggiornamenti richiesti; e quindi di ritenere il giornale non responsabile di indagini proprie successive sugli sviluppi delle notizie pubblicate;
– di multare il giornale per 10mila euro per non avere dato risposta alle richieste ricevute, ritenendo che questo sia invece un dovere del giornale a prescindere dalle sue scelte.


domenica 2 Maggio 2021

Il diritto all’oblio, una grande conversazione quotidiana

Le regolamentazioni e le sentenze introdotte – soprattutto nelle sedi dell’Unione Europea – a proposito del diritto delle persone di attenuare o cancellare da internet informazioni giornalistiche che le riguardano, entro determinate circostanze, hanno creato un fronte di occupazioni del tutto nuove, nei giornali e negli studi legali.
Le richieste in questo senso sono infatti molto frequenti, e nel caso dei giornali quasi quotidiane: ci sono studi legali che le seguono, e sono nate società che svolgono servizi in questo senso. Nelle aziende giornalistiche si sono investite risorse, tempo e competenze per dare risposta a queste richieste.

Le risposte sono complesse, perché le variabili intorno a cui viene discussa la legittimità delle richieste sono tante: quanto tempo è passato, che notorietà aveva e ha la persona coinvolta, quanto siano rilevanti la sua presenza e la citazione del suo nome nell’articolo discusso, che valore di servizio pubblico abbia tuttora la notizia. E poi ci sono tipicamente tre diverse richieste che vengono avanzate, in successivi subordini: la cancellazione dell’articolo, la rimozione del nome del cliente dall’articolo, la “deindicizzazione” dai motori di ricerca (ovvero l’introduzione di un breve codice che faccia sì che l’articolo non compaia su Google e sui motori di ricerca).
Poi, l’esperienza del Post sarebbe tentata di aggiungere qui una lunga trattazione sui toni bulli e minacciosi – quasi sempre dei bluff senza fondamento per intimidire interlocutori inesperti – di alcuni degli studi legali richiedenti, ma non ci sfogheremo in questa occasione.

Più in generale, per i giornali è anche una questione di valutare ogni volta – contemplando le variabili citate sopra – una scelta di equilibrio tra il diritto di cronaca e di documentazione storica, e i diritti o le spesso comprensibili esigenze delle persone protagoniste delle notizie.


domenica 25 Aprile 2021

Le contese sulla “storica sede del Corriere”

Questa settimana c’è stato un piccolo sviluppo non favorevole a RCS – la società editrice di Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport , e di diversi periodici, la cui maggioranza è dell’imprenditore Urbano Cairo – di una contesa giudiziaria che ha enormi implicazioni economiche, e in parte anche simboliche. Si tratta infatti della ” storica sede ” del Corriere della Sera in via Solferino a Milano: che RCS vendette nel 2013 al fondo americano Blackstone, mantenendo in una parte degli immobili la redazione del Corriere della Sera , in affitto (la Gazzetta dello Sport fu invece spostata nella sede principale di RCS, nella periferia nordest di Milano). La vendita aiutò le casse di RCS in un momento di grosse difficoltà, ma fu molto contestata dai giornalisti del gruppo.
Quando pochi anni dopo Urbano Cairo divenne azionista di maggioranza e sostanzialmente “editore” del gruppo, decise di contestare quella vendita (era il 2018) sostenendo che fosse stata fatta a condizioni svantaggiose a cui RCS sarebbe stata costretta dalle sue difficoltà (RCS avrà presto pagato in canone di affitto più di quanto ricavò dalla vendita). Il procedimento legale avviato da Cairo (una richiesta di “arbitrato“) interruppe così una nuova trattativa di vendita dell’immobile alla società Allianz da parte di Blackstone (che ne avrebbe ottenuto un ricavo doppio, generando i risentimenti di Cairo): e Blackstone quindi presentò a sua volta negli Stati Uniti una denuncia contro Cairo con una enorme richiesta di danni, denuncia il cui percorso è stato sospeso in attesa dell’arbitrato italiano: la storia è raccontata più estesamente qui .
La richiesta di Cairo non ha come priorità l’annullamento della vendita dell’immobile, ma soprattutto un risarcimento economico per RCS, come ha spiegato lui stesso. Ed è una questione che ha una grande importanza per i bilanci di RCS (con molte implicazioni societarie e bancarie: la più rilevante è che RCS non ha messo a bilancio nel cosiddetto “fondo rischi” la richiesta di danni da parte di Blackstone: questo favorisce i bilanci attuali di RCS ma mette a rischio quelli futuri se Blackstone ottenesse ragione).
La novità di questa settimana è che in un procedimento parallelo a quello avviato da Cairo, la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione dichiarando in sostanza che nella vendita non ci siano stati rilievi penali di “usura”. La decisione sull’arbitrato dovrebbe esserci a fine luglio ed è del tutto indipendente da questa indagine penale, ma una decisione diversa da parte della procura l’avrebbe senz’altro condizionata in senso favorevole a RCS.

(a margine: il Corriere della Sera, che aveva celebrato la denuncia e l’apertura dell’inchiesta per usura, non ha invece dato notizia della richiesta di archiviazione)


domenica 25 Aprile 2021

La Super Lega e i quotidiani italiani

La spettacolare catastrofe del progetto “Super Lega” tra dodici squadre di calcio europee ha avuto dei tratti peculiari italiani che hanno riguardato i maggiori quotidiani. Si dà infatti il caso che le due società che pubblicano i tre maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, Repubblica e Stampa) possiedano ciascuna una squadra di Serie A (Torino e Juventus: una esclusa e una promotrice della Super Lega), e che questo abbia creato un groviglio di conflitti di interessi. Dal momento che la gran parte delle opinioni e delle posizioni – anche quelle sui giornali – è stata contraria al progetto Super Lega, per ilCorriere della Sera è stato meno problematico dare spazio ai pareri (contrarissimi) del proprio editore. Anche se faceva impressione, mercoledì, vedere in prima pagina rispettivamente sul Corriere e su Repubblica foto e intervista dell’editore del primo e foto e intervista del cugino dell’editore della seconda (per giunta la stessa mattina il Sole 24 Oreapriva con un grande virgolettato del presidente di Confindustria, ovvero a sua volta l’editore di quel quotidiano: ma non sulla Super Lega).
Repubblica ha come la gran parte degli altri quotidiani scritto piuttosto criticamente del progetto Super Lega, riportando le accuse molto pesanti contro il suo maggiore promotore: il presidente della Juventus Andrea Agnelli, importante membro della famiglia e dell’azionariato che possiede Exor, la società di cui fa parte GEDI, editrice di Repubblica. Mercoledì però ha dedicato ad Agnelli un’intervista di due pagine intere, condotta addirittura dal direttore del quotidiano Maurizio Molinari (venerdì è intanto passato un anno dal traumatico licenziamento del suo predecessore Carlo Verdelli): intervista senza indulgenze e giornalisticamente rilevante nella sostanza, ma appunto problematica in linea di principio (il rapporto dell’intervistato con la testata non era indicato in nessun modo, per esempio).

Ad aggiungere una complicazione ulteriore e puntuale ci si è messo il precipitoso fallimento del progetto Super Lega nella serata di martedì, alla vigilia della pubblicazione dell’intervista. Andrea Agnelli era stato intervistato da Repubblica la mattina di martedì e aveva dato risposte di totale e perentoria certezza rispetto al successo («Fra i nostri club c’è un patto di sangue, andiamo avanti», «[il progetto] ha il cento per cento di possibilità di successo»): quando a inizio serata sono arrivate le prime notizie di probabili defezioni di alcune squadre l’articolo è stato parzialmente integrato nel suo incipit e nelle domande iniziali, ricevendo dalla Juventus indomita conferma su quelle due prime risposte. Ma quando poco dopo mezzanotte il quotidiano è stato pubblicato online, l’incipit conteneva ora la presa d’atto del fallimento (“si sono ritirate le sei squadre inglesi”) e sosteneva che Agnelli “ci parla prima di partecipare ad una riunione digitale notturna tra i soci fondatori della Super Lega”, ma le risposte di Agnelli non avevano ricevuto nessun emendamento (il “patto di sangue” era raccontato come morto poche righe prima che Agnelli lo garantisse: però è stato tolto nella notte dalla prima pagina), facendole così apparire la mattina dopo un’ulteriore dimostrazione di un’ingenuità comunicativa della Juventus e del suo presidente.


domenica 25 Aprile 2021

È una buona idea per i giornali buttarsi su Clubhouse?

È raro che un precoce investimento su una cosa nuova si riveli proficuo, alla lunga: statisticamente i nuovi formati o tendenze che si affermano sono assai pochi rispetto a tutti quelli che vengono presentati come “the next big thing”, e quindi salirci sopra immediatamente ha maggiori probabilità di fallimento che di riuscita. Ed è sicuramente più efficace aspettare e far passare le eccitazioni iniziali. Ma è vero che individuare un successo prima di tutti genera un vantaggio maggiore, ed è più facile riuscirci se si fanno esperimenti più numerosi.
Il sito britannico PressGazette, che si occupa di news e media, ha provato a scrivere un piccolo manuale per i giornali indecisi se fare progetti e investimenti su Clubhouse, il cosiddetto “social dell’audio” che ha avuto grandi attenzioni nei mesi scorsi ma di cui è già percepito e raccontato un grosso ridimensionamento dell’interesse, probabilmente fisiologico. Le conclusioni dell’articolo sono un po’ ambigue – e mettono molto in conto il successo di prodotti concorrenti da parte di Facebook o Twitter – ma qualcosa dicono:
“La verità è che, per come stanno le cose, Clubhouse non è una piattaforma imprescindibile per gli editori, che dovrebbero dare priorità ad altri social media. Ma i più lungimiranti hanno ragione a tenere d’occhio Clubhouse. Se mantiene lo hype dei mesi scorsi, può diventare presto un investimento di tempo più valido per chi sappia sfruttarlo”.


domenica 18 Aprile 2021

Il caso più delicato di conflitto tra giornalismo e pubblicità

Abbiamo raccontato spesso di come le difficoltà economiche delle testate giornalistiche generino sovrapposizioni sempre più spregiudicate e meno trasparenti tra i contenuti giornalistici e quelli pubblicitari, con rischi di conflitto e di inaffidabilità dei primi o ingannevolezza dei secondi. Ma parliamo sempre di promozione di prodotti o servizi commerciali riconoscibili come tali. La questione sta diventando ancora più delicata e pericolosa da quando gli spazi promozionali sui giornali vengono acquistati da strutture e istituzioni interessate a una narrazione propagandistica della realtà, producendo quindi contenuti in conflitto con quelli della più rilevante attualità, ovvero con il ruolo principale del giornalismo.
C’erano stati nei mesi scorsi i casi di Cina e Polonia, ma questa settimana una questione più puntuale è stata notata da alcuni lettori del sito di Ansa e successivamente raccontatadal Fatto: Ansa ha pubblicato un articolo sponsorizzato dall’ambasciata del Qatar che nega le accuse – sostenute e dimostrate da molte inchieste giornalistiche – di sfruttamento, schiavitù e morti sul lavoro nell’organizzazione dei Mondiali di calcio. Un uso di questo genere degli “articoli sponsorizzati” – e un’adesione alla “difesa” presentata da Ansa nell’articolo del Fatto – implica che una testata giornalistica accetti di ospitare notizie false o di propaganda politica e ideologica con la candida dizione “in collaborazione con”.
«Alle domande del Fatto Quotidiano, il direttore dell’Ansa Luigi Contu ha risposto così: “L’articolo contiene l’estratto di un’intervista pubblicata sul quotidiano francese Le Figaro, crediamo abbia valore giornalistico”. La collaborazione commerciale con il Qatar, spiega Contu, “non ci imbarazza: lo facciamo con molte ambasciate, anche di Stati non democratici. Manteniamo autonomia e controllo su quello che scriviamo”. Si tratta di contenuti assimilabili ad articoli commerciali, è come affittare uno spazio giornalistico a uno stato estero. “Vero – conviene Contu – ma lo facciamo in maniera trasparente”. Sull’entità economica dell’accordo, il direttore non è d’aiuto: “Non la conosco, non credo sia rilevante, forse poche migliaia di euro”.
Il presidente dell’Ansa, Giulio Anselmi (che occupa la stessa carica in capo alla Fieg, federazione degli editori di giornali), conferma le parole di Contu: “È un accordo commerciale che non mina l’autonomia giornalistica della nostra redazione. L’altro giorno infatti abbiamo pubblicato una notizia critica sul Qatar”».


domenica 4 Aprile 2021

Una specie di patteggiamento

Questa settimana Google ha attivato in Italia il progetto Google News Showcase, con cui promuove i contenuti di alcune testate giornalistiche: è il risultato delle trattative internazionali tra Google e le aziende giornalistiche, di cui abbiamo parlato quasi ogni settimana negli scorsi mesi. In Italia i giornali coinvolti lo hanno raccontato celebrandolo ognuno come un proprio successo e come il riconoscimento di un particolare valore da parte di Google. A descrivere più esattamente la natura dell’accordo è uscito invece un più accurato articolo su Domani, martedì scorso.
“Assomiglia molto di più a una complicata manovra di pubbliche relazioni”.


domenica 4 Aprile 2021

Lo strano giornale che è Harper’s

È una testata americana assai illustre, di cui da noi è piuttosto noto il nome – anche perché a volte lo si confonde con il mensile femminile Harper’s Bazaar, nato da una sua costola ma venduto alla grande multinazionale Hearst un secolo fa – ma praticamente ignota ogni altra cosa. Harper’s Magazine è un mensile newyorkese di attualità e cultura nato nel 1850 che ha pubblicato nella sua storia grandi scrittori, autori famosi, reportage che sono nella storia del giornalismo. Da quarant’anni ha degli editori/direttori che lo hanno portato su posizioni molto di sinistra ma anche molto indipendenti, che hanno generato negli anni occasionali ma intense attenzioni e discussioni. Ha fatto di nuovo notizia in tutto il mondo l’anno passato per la pubblicazione dell’articolo di critica contro la “cancel culture” firmato da diversi intellettuali. Nella sua rubrica dedicata ai media sul New York Times, Ben Smith ha raccontato domenica scorsa le diverse anomalie del giornale: tra cui la scelta di far lavorare la redazione negli spazi della redazione malgrado la pandemia.


domenica 4 Aprile 2021

Libero e la violazione della regola

Il criticabile e criticato sistema dei “contributi pubblici diretti” ai giornali ha criteri poco convincenti a giustificare sostegni che superano per diverse testate il milione di euro, e che sono facilmente aggirabili: le “cooperative di giornalisti”, per esempio, sono in alcuni casi una formalità fittizia che nasconde un editore e proprietario del tutto simile a quello di altri quotidiani. E non potendo intervenire sulla qualità dei contenuti – per delicate ragioni legate alla libertà di espressione ed editoriale – la legge che attribuisce i contributi ha stabilito pochissimi vincoli minimi di rispetto civile per le aziende giornalistiche che vengono finanziate. Uno di questi richiede comprensibilmente “l’obbligo per l’impresa di adottare misure idonee a contrastare qualsiasi forma di pubblicità lesiva dell’immagine e del corpo della donna”.
Il movimento “Non una di meno” ha individuato la pubblicazione su Libero di una pubblicità che corrisponde palesemente alla definizione di “pubblicità lesiva dell’immagine e del corpo della donna” e viola quindi la norma, e ha chiesto al Dipartimento per l’Editoria – in rispetto delle prescrizioni della legge – di ritirare il contributo di ben 5.407.119,97 euro (il terzo più ricco) destinato a Libero per il 2019.


domenica 4 Aprile 2021

Non lo fare più

Julian Reichelt, il direttore della Bild – il giornale tedesco scandalistico che è il quotidiano più venduto in Europa – è di nuovo direttore dopo l’autosospensione legata alle indagini interne sulle accuse di abusi del suo ruolo da parte di alcune dipendenti. L’indagine ha individuato comportamenti inadeguati ma non gravi abbastanza da sanzionarlo in qualche modo, e ha parlato di “sbagli fatti” e “confusione tra le vite professionali e private” ma specificando che “a differenza da quanto riportato da alcuni media, non ci sono state molestie sessuali” o abusi di questo genere. Alexandra Würzbach, la direttrice dell’edizione domenicale che aveva sostituito Reichelt durante le scorse settimane, resterà condirettrice a garanzia di maggiori prudenze future.


domenica 28 Marzo 2021

Showcase must go on

Lo sviluppo italiano delle trattative di Google con gli editori di giornali che vi avevamo anticipato tre settimane fa è stato ufficializzato mercoledì: Google ha comunicato i nomi di alcune testate che hanno accettato di essere pagate per l’uso dei propri articoli nel nuovo contenitore di news che si chiama Google News Showcase (che avrà maggiore visibilità sugli smartphone, ma anche su Google News). Un gruppo molto eterogeneo che comprende tra gli altri il Corriere della Sera, Libero, Fanpage, il Sole 24 ore, Varese News, il Foglio e il Fatto. L’accordo è stato anche molto celebrato dalle testate coinvolte, per le quali significa sia un interessante contributo economico (forfettario su tre anni, diverso per ciascuna testata), sia un’occasione di promozione maggiore dei propri contenuti, data la potenza in questo senso della distribuzione di Google. Le uniche possibili controindicazioni, per le testate coinvolte, sono di aver accettato compensi economici che qualcuno ha giudicato invece non soddisfacenti, e di offrire agli utenti di Showcase contenuti che altrove sono destinati solo agli abbonati paganti: perdendo così abbonati potenziali.

Ma le ragioni del progetto, al di là delle sue ricadute, sono poco raccontate in tutti questi articoli: l’operazione è nata come un modo per Google di accontentare le richieste economiche dei giornali in tutto il mondo (che chiedono da tempo e con sempre maggior forza di essere compensati per la citazione da parte di Google dei loro contenuti) scegliendo il modo e i termini per farlo, piuttosto che correre il rischio di esserne obbligata in base a nuove legislazioni su cui non abbia il controllo, e per evitare di legittimare le richieste che riguardino l’uso degli articoli sulle pagine del motore di ricerca e su Google News. Gli accordi prevedono infatti che le testate coinvolte e compensate rinuncino così a ogni diversa pretesa nei confronti di Google, e attenuano così il loro lavoro di lobbying sulle istituzioni legislative.

Il compromesso “ok, ti paghiamo, ma come diciamo noi, e tu smetti di piantare grane” non ha convinto tutti negli altri paesi. In Italia invece tra le testate maggiori mancano solo quelle del gruppo GEDI (l’editore di Repubblica e Stampa, il più grande del paese nei quotidiani), ma è probabile che facciano annunci simili nei prossimi giorni, una volta ottenute condizioni economiche convincenti.

Di tutto questo abbiamo parlato spesso nei mesi scorsi: ricordiamo soltanto la critica maggiore rivolta a questi accordi, che è di privilegiare una retribuzione economica puntuale che non interviene sulle condizioni strutturali di crisi e sulle prospettive future delle aziende giornalistiche, e trascurare il vero danno radicale causato da Google sul loro business, ovvero l’essersi impadronito (insieme a Facebook soprattutto) del mercato pubblicitario generando un crollo del suo valore per i media.


domenica 28 Marzo 2021

Invece i periodici Mondadori

Anche Mondadori ha diffuso i suoi bilanci nel 2020, che confermano come i migliori risultati e le maggiori priorità siano sui libri piuttosto che sull’informazione, in particolare quella di carta (Mondadori è tuttora il maggiore editore di periodici, pubblicando tra gli altri Sorrisi e Canzoni, Chi, Donna Moderna, Grazia):
“nel 2021 il Gruppo Mondadori intende proseguire nell’opera di consolidamento della propria leadership nell’area Libri – sia nel segmento dell’editoria scolastica sia Trade, aumentandone la rilevanza e l’incidenza sul complesso delle attività del Gruppo – e di completamento delle proprie competenze e offerta in ambito digitale […] Nel 2020 il mercato pubblicitario ha registrato un calo complessivo del 15,3%, risentendo pesantemente degli effetti negativi conseguenti all’emergenza sanitaria Covid-19. Tutti i canali hanno registrato nel periodo una contrazione, tra cui il digital -0,8% e periodici -36,6%“.


domenica 28 Marzo 2021

Sistemi loschi

Gli americani chiamano “dark patterns” i meccanismi ingannevoli creati online per indurci a scelte diverse da quelle nei nostri interessi: “scelte di design che rendono molto facile l’ingresso in una situazione e molto difficile uscirne”. Contro i tanti modi con cui i siti più diversi utilizzano “dark patterns” per far sì che gli utenti accettino delle condizioni o fatichino a rifiutarle ci sono campagne da diverso tempo, e questa settimana la California ha approvato una legge per vietarne l’uso e invalidare i consensi ottenuti con questi sistemi.
Tra gli esempi di “dark patterns” elencati dal sito Digiday c’è anche – già – “nei servizi di abbonamento: rendere molto difficile la cancellazione di un servizio o l’individuazione dei link per rifiutarlo”. La California era già intervenuta tre anni fa specificamente su questo.

Come ricorderete, eravamo tornati a parlare ancora la settimana scorsa degli ostacoli all’annullamento degli abbonamenti creati da molti giornali, e abbiamo ricevuto ulteriori segnalazioni questa settimana, che riguardano anche siti esteri: la pratica non è assolutamente solo italiana. E infatti la non profit American Press Institute ha pubblicato lunedì scorso una ricerca dedicata alle scelte dei giornali americani per conservare gli abbonati che tra l’altro dice che “solo il 41% rende facile la disdetta online di un abbonamento”. Il tema di questo uso di “dark patterns” è stato ripreso anche da un articolo sul sito NiemanLab, che si occupa di giornalismo per una fondazione di Harvard.


domenica 28 Marzo 2021

Brevi di cronaca

Nel processo di trasformazione dello HuffPost, finora passato soprattutto per tagli e chiusure di edizioni internazionali, Buzzfeed – che ha comprato lo HuffPost alla fine dell’anno passato – ha nominato una nuova direttrice del sito di news americano: Danielle Belton, che ha 43 anni e fino a oggi dirigeva il sito di news e cultura afroamericana The Root.

La Paris Review è un’ammirata e illustre rivista letteraria nata a Parigi tra un gruppo di intellettuali americani nel 1953 e poi trasferita a New York, famosa per aver pubblicato e promosso grandi scrittori internazionali, soprattutto americani, e per ospitare ricche interviste a scrittori e autori. Questa settimana Emily Stokes è stata nominata nuova direttrice della rivista. Stokes viene da ruoli importanti in molte testate famose, ultima delle quali il New Yorker.

Il sito di news italiano Fanpage – che tra i giornali nati online è quello che ha il trafficomaggiore – ha nominato direttore Francesco Cancellato, che ne era vicedirettore ed era stato direttore del sito Linkiesta fino al 2019. Prende il posto di Francesco Piccinini, che era direttore di Fanpage dal 2013: Piccinini resterà dentro l’azienda Ciaopeople, che pubblica Fanpage.

Marco Minniti, discusso ex ministro dell’Interno da poco divenuto responsabile di una fondazione legata all’azienda aerospaziale e militare Leonardo (quella c he si chiamava Finmeccanica) è stato presentato ai lettori come nuovo collaboratore dal quotidiano Repubblica.

La complicata questione dell’eredità di Rupert Murdoch, forse il più famoso e famigerato editore di giornali al mondo, raccontata da un articolo del Post di questa settimana.


domenica 21 Marzo 2021

I famigerati tabloid britannici

Disegniamo una piccola mappa, ché noi li chiamiamo così ma sono testate anche molto diverse tra loro, pur condividendo oltre al piccolo formato una scelta di temi e storie mediamente più “larghe”, “popolari” e brevi: in alcuni casi traboccando soprattutto nello scandalistico, nel bellicoso, nel morboso e nel pettegolo, in altri conservando una quota di attenzioni a temi più seri.
I più importanti sono questi (escludendo la freepress Metro) e hanno una diffusione di gran lunga superiore a quella dei quotidiani considerati più seri come il Times, il Guardian, il Daily Telegraph, il Financial Times.
Il Sun è il più grande e importante: ha mezzo secolo ed è pubblicato da News Corp, l’azienda multinazionale di proprietà del famigerato editore Rupert Murdoch (famigerato per potere e spregiudicatezza) e che possiede anche il Times e il Wall Street Journal, tra gli altri. Il Sun stesso è famigerato per l’aggressività dei modi che spesso sconfinano nel criminale e per produrre contenuti sensazionalistici e demagogici: ancora giovedì il New York Times ha rivelato che il Sun ha pagato un losco investigatore per ottenere informazioni personali e riservate su Meghan Markle. Le sue posizioni politiche sono state varie, con orientamenti spesso conservatori ma disposti a sostenere candidati labouristi.

Il Daily Mail è il suo concorrente (sono i due con una diffusione che supera il milione di lettori), con posizioni molto di destra (qui c’è un grafico più ampio sulle posizioni politiche percepite dei giornali inglesi): appartiene alla famiglia che lo fondò più di un secolo fa ed è stato capace di costruire precocemente un enorme seguito anche su internet, grazie soprattutto ai formati del “boxino morboso” molto imitati anche in Italia, che lo rendono uno dei siti di news più letti del mondo. I suoi approcci sono ugualmente pessimi e la sua inaffidabilità banditesca è nota.

Il Daily Mirror si differenzia per essere sempre stato su posizioni più di sinistra nei 120 anni della sua storia. Nel suo curriculum recente c’è una famosa storia di intercettazioni telefoniche illegali sulle linee di personaggi famosi.
Il Daily Express è quello che ha posizioni più di destra, con grande sostegno al partito UKIP e a Brexit, e battaglie contro l’immigrazione. È nota la sua incessante attenzione per ogni evocazione di sospetto sulla storia e sulla morte di Diana Spencer, ancora oggi.
Il Daily Star è dedicato più esplicitamente alle celebrities, allo spettacolo e al gossip: è stato protagonista del peggio della copertura del caso di Madeleine McCann insieme all’Express: entrambi sono stati denunciati dai genitori della bambina scomparsa e condannati a un risarcimento e a una prima pagina di scuse. Ha smesso di pubblicare ragazze in topless a pagina 3 nel 2019 (ci sono ancora ragazze, non in topless). Venerdì aveva una pagina sugli inglesi che non si deodorano le ascelle e varie foto di sederi femminili nei contesti più diversi. Star ed Express sono della stessa società che pubblica il Mirror.
L’Evening Standard ha quasi due secoli ed è diventato una freepress nel 2009: è più specificamente londinese, più “presentabile” degli altri tabloid ed è di proprietà dell’imprenditore russo Alexander Lebedev, uno dei cosiddetti “oligarchi”, ex ufficiale del KGB.


domenica 21 Marzo 2021

Prigionieri

La scelta di alcune testate di trattenere gli abbonati mettendo ostacoli pratici all’annullamento degli abbonamenti (soprattutto richiedendo agli abbonati comunicazioni macchinose del tutto superflue) continua a raccogliere critiche e generare risentimenti: anche se probabilmente in numeri minori rispetto a quelli degli abbonati che permette di trattenere. Questa settimana tra gli altri si è lamentato Jonathan Bazzi, scrittore tra i finalisti del premio Strega dell’anno passato, che avrebbe voluto chiudere l’abbonamento alla Stampa.


domenica 14 Marzo 2021

L’articolo sparito su Coso e Coso

Domenica scorsa il sito del Corriere della Sera ha cancellato senza spiegazioni un articolo che aveva pubblicato poco prima, dedicato a una notizia che è stata ripresa da molte testate internazionali, e che è in effetti una storia.
In breve: alla fine della settimana scorsa, l’account di Instagram che si chiama Diet Pradae che si occupa di critica della moda (con due milioni e mezzo di followers) ha raccontato della causa per diffamazione da parte di Dolce & Gabbana – il brand di moda – a cui si sta opponendo, e che riguarda il modo in cui fu raccontato e rivelato un famigerato incidente di comunicazione dei due fondatori dell’azienda. La storia è raccontata qui.

La parte che interessa a Charlie è quella che riguarda l’anomalo rapporto del giornalismo che si occupa di moda con l’oggetto del proprio lavoro di informazione, ovvero le aziende di moda: sia perché la causa in questione è un nuovo pezzo di una storia di aggressive insofferenze delle aziende di moda nei confronti delle critiche o delle autonomie di giudizio (insofferenze però abituate da speculari disponibilità e indulgenze da parte dell’informazione sulla moda); sia perché a margine di questo caso è successa un’ulteriore cosa che conferma questa anomalia, ovvero che il Corriere della Sera abbia rimosso precipitosamente dal suo sito un articolo che era stato pubblicato per dare brevemente conto della notizia (di cui hanno scritto moltissimi altri siti internazionali, e nessuno italiano tra i più importanti, malgrado la storia riguardi per giunta una grande azienda italiana). Esempio vistoso della limitata autonomia dell’informazione dai propri inserzionisti in tempi difficili.
“E sulla stessa notizia della denuncia contro Diet Prada il sito del Corriere della Sera ha per esempio rapidamente rimosso un sobrio articolo che aveva messo online domenica pomeriggio riprendendo quello di Associated Press (l’articolo è rimasto online qui). Nessuna delle maggiori testate italiane ne ha scritto, e pochissimi anche tra i siti che si occupano di moda”.


domenica 14 Marzo 2021

Micromega tiene duro

Il direttore e fondatore della rivista di cultura e politica Micromega ha annunciato di avere costruito un modo per farne proseguire le uscite dopo che il gruppo Gedi (editore di Repubblica, Stampa ed Espresso, tra gli altri) aveva rinunciato a continuare a pubblicarlo.
“ho costituito “MicroMega edizioni impresa sociale s.r.l.”, che da adesso in poi pubblicherà la rivista. Società non profit: non potrà distribuire utili fra i soci. Tutto sarà reinvestito per allargare le attività di MicroMega.
La testata è stata rilevata a diverse condizioni, tra le quali la proibizione di avere, per anni quattro, anche come soci di minoranza, “società editrici, anche non italiane, ovvero soci di società editrici”.
Perciò, dovremo farcela da soli, diventando editori a partire da zero, con enormi difficoltà che stiamo già sperimentando ogni giorno (anche per il venire meno di economie di scala).
Abbiamo comunque ottenuto che Gedi, a costi contenuti, per tutto il 2021 continui a essere il nostro fornitore tipografico, curando anche distribuzione e abbonamenti. Senza tali accordi avremmo dovuto interrompere la pubblicazione della rivista per almeno sei mesi”.


domenica 7 Marzo 2021

Google come si muove travolge tutto

Ma stavolta si tratta di un’altra cosa, che riguarda internet in generale è di conseguenza anche le news online. Google ha annunciato di voler dismettere la pubblicità personalizzata in base ai nostri percorsi di navigazione: quella basata sui “cookies” che i siti depositano sui nostri computer e che contengono informazioni che vengono lette – tra gli altri – dai sistemi di pubblicazione dei banner e delle inserzioni, per decidere (non sempre con grande efficienza) quali pubblicità mostrarci. Non è chiaro ancora che tipo di meccanismo Google vorrà conservare sui propri browser, ma nei fatti è un grosso cambiamento – motivato con le richieste di rispetto dei propri dati da parte degli utenti – nei funzionamenti della pubblicità online e nel loro business.

La decisione di Google va in una direzione che in teoria dovrebbe essere apprezzata da tutti (quella del rispetto della privacy degli utenti), soprattutto se consideriamo quanto i “cookies” e la loro invasiva indiscrezione fossero demonizzati fino a pochi anni fa, prima che diventassero rapidamente parte della normalità della navigazione online. Ma proprio perché sono diventati “normali”, adesso ci è stato costruito sopra un grande e complesso sistema di business pubblicitario che riguarda tutta la Rete. Una similitudine che si può fare è quella con l’introduzione degli spot pubblicitari che interrompono i programmi in tv, alla fine del secolo scorso. Ci furono scandalo, irritazione e persino un referendum, in Italia: poi ci siamo abituati e ora quelle interruzioni sono una parte importante dei ricavi pubblicitari delle reti televisive, che non ne vorrebbero mai fare a meno.

Per questa ragione – tra gli altri – i grandi editori hanno già iniziato a protestare per questa scelta di Google, contraddicendo le predicazioni contro i cookies e contro le invasioni della privacy che gli stessi editori avevano ospitato fino a pochi anni fa. E lo stesso interesse di Google non è dettato da generosità nei confronti degli utenti come potrebbe sembrare, ma dalla consapevolezza che la propria condizione di potere enorme e prevalente nella gestione della pubblicità online gli permette di dettare le regole e imporre meccanismi diversi su cui avere maggior controllo e di cui essere il primo beneficiario.


domenica 7 Marzo 2021

Movimenti

New Scientist, una delle riviste di divulgazione scientifica più famose al mondo, pubblicata a Londra dal 1956, è stata acquistata dall’azienda britannica DMGT, la cui pubblicazione maggiore – nella sua divisione editoriale – è quella del quotidiano Daily Mail (e del suo sito, il più visitato sito di news in inglese del mondo), ma ha anche Metro e il quotidiano i, sempre nel Regno Unito. New Scientist prevede nel 2021 profitti per sette milioni di sterline.

Wired, testata mensile americana di illustre storia nelle rivoluzioni digitali della fine del secolo scorso (che descrivemmo qui) ha un nuovo direttore, dopo che Nick Thompson è andato a fare l’amministratore delegato del mensile Atlantic. L’editore Condé Nast (che pubblica anche Vogue, Vanity Fair, New Yorker, GQ, tra gli altri, sotto la direzione editoriale di Anna Wintour, famosa direttrice di Vogue) ha scelto Gideon Lichfield.
Lichfield, che era direttore della rivista dell’MIT e ha lavorato al sito Quartz e al settimanale britannico Economist, sarà responsabile anche delle edizioni internazionali di Wired, compresa quella italiana diretta da Federico Ferrazza.


domenica 28 Febbraio 2021

Il mondo a parte del giornalismo sulla Moda

Il New York Times ha pubblicato un articolo sul giornalismo che si occupa di Moda, interessante per la storia puntuale che racconta ma soprattutto per la scelta rara di indicare ai lettori le anomalie di quel settore dell’informazione: soprattutto nella confusione di rapporti privati e professionali tra i giornalisti e la aziende della Moda, e nelle questioni etiche che ci sarebbero in qualunque altro contesto. La storia è quella della casa “regalata” a un famoso giornalista americano dall’ex dirigenza del brand Manolo Blahnik, e delle liti giudiziarie successive, e di come questo evidenzi un sistema di regali e favori proprio di tutto il settore.
“Come scrive il New York Times, la vicenda non è solo l’ultimo aneddoto sui «problemi del mescolare lavoro e amicizia» ma «fa luce su un comportamento endemico da tempo nel mondo della moda, in cui regali, favori e influenza sono la moneta di scambio». Spesso si tratta di piccoli omaggi o favori: una borsa regalata a un giornalista famoso nella speranza che venga fotografato mentre la indossa, con un ritorno pubblicitario più o meno involontario per il marchio. Oppure l’invito a una sfilata dall’altra parte dell’Oceano, con volo in prima classe e pernottamento in hotel di lusso in cambio di un’intervista che altrimenti non ci sarebbe stata”.


domenica 28 Febbraio 2021

Un sottosegretario di qua o di là

Il governo ha scelto mercoledì sera i nuovi sottosegretari, e anche quello alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione ed editoria, che succede ad Andrea Martella e dovrebbe occuparsi di molte questioni che riguardano il tempestoso settore delle aziende giornalistiche, gli interventi pubblici in loro sostegno, la promozione dello sviluppo digitale. Il nuovo responsabile è Giuseppe Moles, che ha 51 anni, è lucano e di Forza Italia. La genesi della sua nomina non è molto promettente: ci si è arrivati dopo che la prima scelta – Giorgio Mulè, Forza Italia, già direttore di Panorama e di Studio Aperto – era stata ritenuta inaccettabile dal M5S  e dal PD per la sua contiguità con le aziende editoriali e gli interessi di Silvio Berlusconi. Quindi Mulè è stato riassegnato alla Difesa, e Moles – che ha competenze sui temi della Difesa e della geopolitica – è finito a fare il sottosegretario all’Editoria.


domenica 21 Febbraio 2021

Il panico nelle grandi testate “locali” americane

I “quotidiani locali” negli Stati Uniti sono una cosa diversa che da noi. A parte il più “popolare” USA Today, persino i tre quotidiani che vengono considerati più spesso “nazionali” – e uno di loro è il quotidiano più famoso del mondo – portano il nome della propria città, e uno addirittura di una strada della propria città (il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal).
Tutti gli altri sono considerati “locali”, anche quando il “locale” sono città enormi e il bacino di lettori potenziali è di milioni di persone: il Boston Globe, il Los Angeles Times, il Chicago Tribune, sono tra i più importanti.

Adesso sta succedendo un guaio grosso, dopo che molte testate locali importanti hanno sofferto grandi tagli o chiusure nei due decenni passati. Il fondo speculativo Alden sta concludendo l’acquisto di tutto il Tribune Publishing, la grande azienda editoriale che pubblica il Chicago Tribune, il Daily News a New York, l’Orlando Sentinel e molte altre testate (anche lo Hartford Courant, che è il più antico quotidiano americano tra quelli che non hanno mai sospeso le pubblicazioni). Alden è famoso e famigerato per operazioni precedenti su alcuni giornali che sono risultate in devastanti tagli alle strutture giornalistiche e riduzoni della qualità dei prodotti, e per il suo obiettivo di monetizzare in ogni modo gli asset proficui dei giornali e chiudere tutto il resto. Un giornale importante del gruppo Tribune, il Baltimore Sun, è riuscito a trovare un finanziatore per creare una propria società non profit e staccarsi dall’operazione: ma sui destini degli altri c’è molto pessimismo e preoccupazione sia nelle redazioni relative, che tra gli osservatori delle cose che riguardano i media, che tra i lettori di quelle testate “locali”.

Le loro maggiori speranze sono state appese nei giorni scorsi al possibile veto all’operazione da parte di un’azionista di minoranza del gruppo, Patrick Soon-Shiong, medico miliardario ed eccezionale personaggio che tre anni fa ha anche comprato il Los Angeles Times. Venerdì il Wall Street Journal aveva raccontato che Soon-Shiong si sarebbe invece stancato dei giornali, e vorrebbe vendere lo stesso Los Angeles Times: ma lui ha immediatamente smentito.


domenica 14 Febbraio 2021

I tormenti al New York Times generano tormenti al New York Times

Se vi hanno appassionato le tensioni e le questioni al New York Times i cui sviluppi accompagnano questa newsletter da sei mesi, questa settimana non è effettivamente successo niente di grosso in superficie, ma sono usciti alcuni articoli che indicano come le tensioni e le questioni siano ormai una storia che va oltre gli addetti ai lavori.
Vanity Fair ha una ricostruzione di come si è arrivati all’uscita di Donald McNeil, lo stimato giornalista scientifico messo sotto accusa per avere usato – per discuterne l’uso – il termine razzista e dispregiativo “nigger” in una conversazione con alcuni studenti; e quello che si è capito è che, per quanto discutibile possa essere il suo allontanamento, non era stato messo in relazione solo a una parola ma anche ad altri comportamenti poco apprezzati. Anche CNN ha altri “retroscena” sulle tensioni nell’azienda. Il Washington Post invece racconta di come il direttore del New York Times abbia corretto l’iniziale proclama per cui certi termini non possano essere accettati “a prescindere dalle intenzioni”: la formula aveva generato le proteste di chi aveva sostenuto che i contesti invece contino (al New York Times è capitato di citare lo stesso termine nei suoi articoli, per raccontare fatti o discuterne), e il direttore Dean Baquet si è corretto in una comunicazione interna: «Non dovremmo vietare ogni parola dal nostro giornalismo se vogliamo raccontare il mondo per come è».
Infine, un giornalista di NBC ha rivelato che l’editore del New York Times ha bloccato un articolo di un columnist del giornale dedicato alla vicenda McNeil (l’articolo è stato pubblicato poi dal New York Post, il tabloid “popolare” newyorkese).


domenica 14 Febbraio 2021

Valigia Blu cresce

Il “crowdfunding” di Valigia Blu è arrivato alla sua scadenza di fine gennaio – ne avevamo parlato qualche settimana fa – superando abbondantemente l’obiettivo dei 60mila euro di raccolta che si era dato, basandosi sul risultato dell’anno precedente. Fino a oggi è oltre i 75mila euro. La sua fondatrice Arianna Ciccone ha raccontato soddisfazioni e progetti.
Valigia Blu è un sito di news nato come emanazione del Festival del Giornalismo di Perugia ma che da anni si è preso uno spazio e una visibilità online raccogliendo apprezzamenti legati soprattutto al lavoro di verifica e “debunking” delle notizie false, alle riflessioni sull’informazione e al “giornalismo esplicativo”. Si sostiene con i contributi dei lettori, promuovendo ogni anno campagne puntuali di contributo.
La raccolta di contributi permette di sostenere circa la metà dei suoi costi, che in parte sono attenuati da una gran quantità di lavoro volontario. Rispetto a forme rinnovabili di membership o abbonamento, la scelta del crowdfunding puntuale, ogni anno, ha la controindicazione di dover ricostruire da zero ogni volta la partecipazione (ora uno spazio su Facebook per i sostenitori comincia un primo lavoro di coinvolgimento stabile), ma beneficia invece dell’entusiasmo e della motivazione concentrati in una campagna. Per ora Valigia Blu preferisce così, e sta funzionando.


domenica 7 Febbraio 2021

Cambia nome Business Insider

È un sito americano dapprima soprattutto di economia e finanza ma poi cresciuto con estese derive “pop” e più leggere e molto clickbait (sabato il suo articolo più visto era sulla masturbazione in una serie televisiva): esiste dal 2005 e fa dei numeri di visite e lettori rilevanti. A un certo punto la sua maggioranza venne comprata dall’editore tedesco Axel Springer, cambio che originò l’allargamento dei suoi temi. Il suo CEO, Henry Blodget, è stato assai discusso e criticato per diverse “disinvolture” passate. Adesso per emanciparsi ancora di più dai temi originali il sito ha deciso di chiamarsi solo Insider.
(dal 2016 ce n’è una versione italiana, creata con una joint venture dal gruppo GEDI, un po’ come con lo HuffPost: articolo più letto di ieri, sabato, “Australia, un meteorite nel cortile della scuola: la Nasa va a controllare e resta di stucco”).

Un aggiornamento su Business Insider Italia.


domenica 24 Gennaio 2021

Quartopotéri

Vivendi, la multinazionale francese che ha partecipazioni in aziende media di generi molto diversi (in Italia se ne parla soprattutto per il suo rapporto conflittuale con Fininvest in Mediaset, e per la sua maggioranza in Tim) ha comunicato venerdì di avere acquisito il 7,6% dell’azienda editoriale spagnola Prisa, che tra le altre testate pubblica El Pais, il più venduto quotidiano del paese. Ma ha anche una quota del 20% nella società che possiede il quotidiano Le Monde in Francia. Come dice Le Figaro: “Se qualcuno ne dubitasse ancora, può smettere. Vivendi ha decisamente intenzione di crescere nella stampa e nell’editoria”.


domenica 24 Gennaio 2021

Strascichi al Sole 24 Ore

In realtà lo strascico è un articolo del Fatto che ha rimesso il dito nella piaga del periodo di direzione di Roberto Napoletano al Sole 24 Ore, tra il 2011 e il 2017. La storia è complicata – e in attesa di giudizio, letteralmente – ma la sintesi è che Napoletano lasciò il giornale in seguito a una serie di accuse che andavano dall’arricchimento personale ai danni del giornale, alla malagestione della società, alla costruzione di un sistema di falsificazionedel numero delle copie vendute. Le ostilità con una parte della redazione e le ricadute sulla salute dell’azienda sono un’eredità non ancora rimossa nella vita del giornale: e martedì il Fatto ha pubblicato un articolo attingendo ad alcune carte del processo appena depositate. La successione di spese “anomale” va abbastanza oltre l’ordinario comprensibile.
“L’audit indica spese “anomale” per 298 mila euro: 7.367 euro per richieste di rimborso non conformi alle procedure; 9.199 per spese con carta di credito aziendale senza giustificativi; 47.276 per viaggi in violazione delle procedure; 107.965 euro per beni e servizi previsti, come la casa e le auto, ma oltre i massimali; 65.578 per “beni e servizi non previsti da alcun contratto”, come i 51.600 euro per la pulizia della casa di via Monti a Milano, 12.998 per consegna giornali, 980 per consegna a domicilio dei regali di Natale”.


domenica 24 Gennaio 2021

Diritto all’oblio, difesa del passato

L’introduzione del cosiddetto “diritto all’oblio” nelle pratiche dei quotidiani è stata una cosa rivoluzionaria: benché la sua regolamentazione sia rimasta giustamente vaga e affidata molto alla discrezione dei giornali, è entrato nell’ordine di idee dell’informazione che le persone citate negli articoli possano avere accettabili ragioni per chiedere che il loro nome sia rimosso (e soprattutto non rintracciabile dalle ricerche su Google), trascorso un certo tempo e considerando il rilievo della notizia e della citazione. Le ragioni delle richieste però entrano in conflitto con la condivisa e celebrata necessità di “difendere la memoria” delle cose e del passato, oltre che con l’importanza documentale di un patrimonio di informazioni sul passato così vasto e dettagliato come quello dei giornali. Giornali che quindi si muovono con cautela e scelte diverse a seconda dei casi e dei contesti, e faticano a codificare delle regole assolute: è un terreno molto vario e accidentato.
Questa settimana il quotidiano Boston Globe – il più importante di Boston, quello del film Spotlight – ha annunciato la creazione di un servizio che prenda in considerazione i casi in cui un “breve e non significativo articolo del Globe influisca sul futuro delle persone coinvolte, con l’impressione che – conoscendo il sistema giudiziario – questo abbia in passato avuto effetti sproporzionati sulle persone di colore”. Ma “metteremo l’asticella molto alta per i personaggi pubblici o per i crimini maggiori” ha detto il direttore del digitale del giornale. Le soluzioni prospettate – da decidere caso per caso – sono la rimozione di passaggi, l’anonimizzazione dei protagonisti, la deindicizzazione degli articoli dai motori di ricerca. Come dice lo stesso articolo del Globe, il tema “solleva questioni delicate per i giornali, che si sono sempre ritenuti i responsabili delle prime bozze di scrittura della Storia”.


domenica 17 Gennaio 2021

I quotidiani locali GEDI nel frullatore

Ci sono stati grossi movimenti nei quotidiani locali, sullo sfondo delle trasformazioni che avevamo descritto la settimana scorsa. Al gruppo GEDI – che già prima del nuovo corso aveva un’abitudine di redistribuzione geografica dei direttori dei quotidiani locali – proseguono i “consolidamenti”. Omar Monestier – direttore del Messaggero Veneto di Udine, già al Tirreno, e tra i più attenti alle necessità di innovazione – è diventato direttore anche del Piccolo di Trieste. Alla redazione del Piccolo l’accorpamento non è piaciuto per niente, e c’è stato un comunicato di protesta con toni molto severi: “È diffusa in questa redazione l’idea che oggi, dopo 140 anni, si sia conclusa una storia: quella di un Piccolo totalmente indipendente”. Poi la redazione ha bene accolto il nuovo direttore e spiegatoche non ce l’ha con lui ma con l’editore. Editore che ha persino licenziato il vicedirettore del Piccolo Alberto Bollis, molto ostile al ridimensionamento del ruolo e dell’identità del giornale. Scelta anomala in un gruppo abituato appunto a redistribuire i ruoli al suo interno, e che alcuni hanno letto come un’esibizione di forza e di intenzioni poco disposte a trattare. Lo stesso è successo al direttore della Gazzetta di Mantova Paolo Boldrini – “esonerato” piuttosto sbrigativamente – , che viene rimpiazzato dall’ex direttore del Piccolo Enrico Grazioli (che aveva diretto la Gazzetta di Mantova già fino al 2012, e anche diversi altri quotidiani del gruppo). Fabrizio Brancoli, che aveva appena lasciato il Tirreno che GEDI ha ceduto a un nuovo editore, va a dirigere il gruppo dei quotidiani veneti: il Corriere delle Alpi di Belluno, il Mattino di Padova, la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso.


domenica 17 Gennaio 2021

Ma c’è chi sta peggio

Il Trentino, quotidiano di Trento, ha chiuso. L’ultimo numero è andato in edicola ieri. Per ora rimane il sito: il quotidiano è dell’editore altoatesino Athesia*, che nella regione è un potere editoriale e politico molto forte e quasi monopolista: oltre ad altre attività possiede a Bolzano i quotidiani Dolomiten (in lingua tedesca, molto letto e venduto, beneficiario di enormi contributi pubblici) e Alto Adige, e a Trento Adige e Trentino (che aveva acquisito cinque anni fa dal gruppo Espresso, ora GEDI).

*da non confondere con l’editrice Athesis, che è quella che pubblica i quotidiani l’Arena di Verona, il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi.