Ricordare Katmandu

Sono le 6 del mattino. Ho appena fotografato il sole che si rifrange sulle nuvole dell’Himalaya. Sono nell’Himachal Pradesh, nord dell’India. Penso al fatto che laggiù, un po’ più a sud-est, oltre quel filo luminoso attorno alle nuvole, c’è il Nepal e una distruzione che riesco a immaginarmi non solo perché vista e rivista nei media in questi giorni, ma perché l’ottobre scorso ero lì, prima a Katmandu, Bhaktapur e Dhulikhel.

Ho aspettato a scrivere di questo terremoto. Tanti si stavano già mobilitando. Per fortuna. Ho pensato che sarebbe stato più utile (se può essere utile) scriverne nel momento in cui rischia di sciamare l’empatia per una tragedia che ha causato molti più morti che il crollo delle Torri Gemelle. Non credo valga ancora la regola che più lontani sono quei morti, geograficamente e culturalmente, meno ce ne importa. Il mondo è cambiato e anche la nostra sensibilità verso ciò che accade lontano da noi.

Si dirà che tanto, il Nepal, quel cuscinetto di terra tra due superpotenze, è talmente conteso che la gara tra Cina e India alla fine sarà sufficiente a procurar fondi e sostegno per soccorsi e ricostruzione. Può darsi, ma non ci conterei. Ad esempio è uscita la notizia che i voli umanitari dell’aviazione indiana sui cieli confinanti con la Cina sono stati proibiti dalle autorità nepalesi. Quindi, la presenza di aiuti e monitoraggio di ONG europee può aiutare nel coordinamento. Ci sono otto milioni di persone che hanno bisogno di assistenza, come ha scritto anche il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon in un appello recente.

Mi colpisce sempre vedere quante persone, spesso quelle che nel contempo magari arrancano per i pagamenti del mutuo a fine mese, o l’affitto, o hanno comunque il retro-pensiero del “fine-mese,” sanno esprimersi con determinazione in vere gare di solidarietà. L’eccessiva emotività di chi è cresciuto nella penisola italiana, emotività grazie alla quale tutto il mondo ci sfotte, in questi contesti ripaga dai tanti errori causati in altri contesti dalla suddetta emozione facile.

Poi c’è la diffidenza. Ben motivata, a volte. “Io donerei anche, ma non si sa mai dove vadano a finire, ‘sti soldi.” Fior di inchieste hanno dimostrato dove, a volte, vanno a finire. E non è dove dovrebbero. Così, ci si affida alle garanzie (salde?) di personalità pubbliche di cui ci si fida o di chi si conosce, magari anche se lo si conosce solo su Facebook.

Questa flusso di solidarietà forse è dovuta anche al fatto che si vive su terreni sismici, dal Carso agli Appennini, fino alla Campania e alla Sicilia. Non c’è niente d’imprevisto. È garantito. Prima o poi si balla. Si vive sull’orlo di un burrone e ogni tanto una scrollata di spalle del Gigante su cui ci si è appollaiati fa finire decine, centinaia e in questo caso migliaia di amici, parenti, conoscenti e sconosciuti nel buio, trascinandosi nella spirale mattoni, cemento, letti, mobili, ricordi, false certezze.

Chi si ricorda il Friuli degli anni ’70 fino a chi era all’Aquila sa benissimo cosa vuol dire un terremoto. Un terremoto in un paese dal clima freddo, dall’economia povera, con uno Stato senza costituzione, nella stretta diplomatico-economica della Cina da una parte, ma con la necessità di non scontentare l’India dall’altra, vuol dire – a parte il dilaniante disastro umano – tornare indietro di più di 10 anni, ma partendo già da una specie di medioevo moderno, quello che ho visto nel mio viaggio e di cui ho già scritto altrove e a suo tempo.

A Katmandu ho trovato una metropoli con un traffico asfissiante, dove ai gas di scarico si sommava una polvere costante che si sfarina da palazzi e strade poco pulite, tranne venire lavate all’improvviso da una pioggia che trasforma tutto in fanghiglia. Abusi edilizi da far impallidire l’Italia degli anni ‘60 e ’70. Fabbriche di fragili mattoni ovunque, lunghi camini  e silos improvvisati per cuocere parallelepipedi rossi e costruire casette da tre porcellini che – sbuffa e soffia – era chiaro, come inutilmente ho scritto già a ottobre, sarebbero crollate alla prima scossa.

Ma a cosa serve dirlo, anche da canali ben più prestigiosi di quelli a mia disposizione? A poco. Perché ormai è tardi. In un paese che viene da una durissima realtà agricola e montanara, quei soldi che da anni arrivano da fratelli, mogli, mariti, figli, cugini o parenti che vivono in semi-schiavitù nei Paesi del Golfo lavorando come muratori, donne delle pulizie, operai, portinai o manovali sono la felicità, la sicurezza di poter sopravvivere meglio a inverni freddi e spietati.

E allora quelle casette che ho visto abbarbicate sui bordi delle colline, quei castelli di sabbia così poco solidi era ovvio che sarebbero crollati. Non credo tutto questo si possa ascrivere all’ignoranza di questo pericolo, ma piuttosto alle disperazione per mancanza di alternative. “Con questi soldi ci possiamo costruire questa scatoletta. Sì, è un po’ precaria, è una possibile trappola. Oppure si resta ancora al freddo, ammucchiati a pagare l’affitto troppo alto per noi. Cosa facciamo? Ok, vada per la trappola”. Anche questo mi immagino sia il ragionamento che ha reso possibile il disastro del terremoto, oltre ai mille imbrogli e alle speculazioni criminali che rosicchiavano sabbia dalle colline su cui poggiavano i templi e i palazzi. Spero che il ricordo di queste scosse di aprile non passi troppo in fretta perché aiutare, contribuire con donazioni, o perlomeno essere presenti per monitorare i soccorsi, il ricupero e la ricostruzione, può almeno darci l’illusione che ci stiamo ancora evolvendo in meglio come specie umana.