Se Franceschini avesse fatto crescere la barba quand’era segretario del Pd?

In un racconto di Me parlare bello un giorno, David Sedaris si diverte a immaginare come possa essere un incontro di un gruppo di supporto per affetti da pogonofobia (la paura delle barbe). Di cosa parleranno i pogonofobici tra loro? Da quanto tempo non ti viene il desiderio di tagliare la barba a qualcuno? Hai dovuto combattere con il pensiero di lavarti le mani dopo aver incontrato quel tizio barbuto?

Della pogonofobia di Berlusconi s’è parlato ben poco. Tanto eravamo occupati dalle altre manie. Ma si racconta di un’epoca mitica in cui negli studi Mediaset veniva fermato ai tornelli chiunque avesse la barba più lunga di un giorno, (in Ruby la guerra dei vent’anni ciò che mi ha stupito di più era la barba di Pamparana). In ogni caso, la pogonofobia di Berlusconi ha lasciato tracce ovunque. Il centrocampista del Milan Nocerino ha raccontato che nonostante i 10 gol segnati nel campionato scorso Berlusconi, durante il loro primo colloquio privato, gli chiese di tagliarsi la barba. E incontrando a una convention di giovani in cerca di lavoro il consiglio numero 1 che il Presidente ha per loro è: «Giacca abbottonata, barba tagliata». Perché «la barba induce diffidenza nei confronti dell’interlocutore».

Ecco, se fosse possibile fare un tentativo di storia controfattuale (cioè una cosa del tipo: se la spedizione dei Mille fosse fallita? se Hitler avesse vinto la guerra? se Mussolini avesse fatto come Franco e si fosse tenuto neutrale?) con la domanda: se Franceschini avesse avuto la barba quand’era segretario del Pd?

La tradizione di segretari di partito, presidenti della Repubblica, o presidenti del Consiglio barbuti è molto scarsa. C’è qualche baffo, sì, (Flaminio Piccoli i più estrosi), ma barbe mai. Giovanni Goria è stato l’unico Presidente del Consiglio barbuto nell’Italia Repubblicana. Nessun Presidente della Repubblica. Qualche segretario ma sempre di partitini di sinistra (il più noto, forse, Enrico Ferri, segretario, ma in una fase da esecutori testamentari del Psdi; l’ultimo Franco Giordano di Rifondazione Comunista). Franceschini sarebbe stato il primo segretario di un partito di peso con la barba, dunque.

Nell’Ottocento è stato un po’ diverso. Depretis, Cairoli, Starrabba portavano barboni con uno standard che oggi ci parrebbe da indignados (alla Missouri4). E anche negli Stati Uniti la moda ha avuto un andamento simile. Abramo Lincoln è stato il primo (sedicesimo in assoluto) presidente degli Usa con la barba. Ha fatto tendenza, e fino a William Taft compreso (ventisettesimo) tutti i Presidenti degli Stati Uniti hanno avuto almeno qualche pelo in viso (tranne uno: proprio il successore Lincoln). Poi da allora niente. Anzi. Nello storico dibattito televisivo tra Kennedy e Nixon, oltre alla congenita fighezza di Kennedy ciò che giocò a sfavore di Nixon furono il sudore e la barba (alla Landini) di alcuni giorni (era stato ricoverato in ospedale e non l’aveva rasata).

In quegli stessi anni – e prova ne sia che sono nel Psiup c’è più di un segretario barbuto – in Europa la barba è diventata una cosa da filosofi che avevano tempo solo per pensare (Cacciari) e rivoluzionari che tralasciavano l’igiene personale (il professor Becchi ambirebbe a tale aura) perché dovevano sfuggire ai servizi segreti. I socialisti, i comunisti, gli anarchici hanno la barba. Poco ci vuole perché, per chi voglia ridicolizzarli, siano pure sporchi. E non ci si possa fidare della loro lingua suadente. Pur non essendo pogonofobici o facili prede di comunicazione d’accatto qualcosa resta se quelli che fanno politica ancora adesso credono di poterselo difficilmente permettere.

Tuttavia, io credo che tanto è il fastidio che Berlusconi prova per la barba che se nei pochi mesi in cui Dario Franceschini è stato segretario avesse provato questo look (barba NanniMorettiana), il leader di Forza Italia non ce l’avrebbe fatta a rimarcarlo più volte. L’avrebbe insultato di sicuro. Deriso, quantomeno, in qualche modo. Del tipo «Volete essere davvero governati da uno a cui resta del sugo in viso se mangia gli spaghetti al pomodoro?». (Magari qualcosa di meglio, ma non è questo il punto). Per rispondere alla “provocazione” Repubblica avrebbe organizzato una grossa campagna: «Siamo tutti barbuti». Invitando i giovani neo-barbudos (alla Castro unico esempio di leader barbuto) a lasciarsela crescere – e copiando in parte quello che avviene nei paesi anglosassoni a novembre col movember quando per un mese certe persone si lasciano crescere i baffi per raccogliere fondi e combattere il cancro alla prostata. Insomma, attraverso gli autoscatti di donne con barbe comprate nei negozi di travestimenti e quelli di uomini che avrebbero documentato la crescita giorno per giorno fin quando Berlusconi non si fosse dimesso, Franceschini avrebbe recuperato quel gap di antiberlusconismo (di facciata, è proprio il caso di dirlo) che la famosa base – sempre incazzata di base – gli rimproverava di non avere. (Non a caso, anche ora, Il 95% dei militanti di OccupyPd è barbuto).

Oltretutto, la candidatura di Franceschini a segretario era già sostenuta da ex-leader anche dell’area PCI/Pds/Ds come Fassino o Cofferati (tipico caso di leader che non divenne leader pur di non tagliarsi la barba) dunque non avrebbe spezzato il partito, né l’avrebbe trasformato nel Pds incapace di vincere le elezioni. Probabilmente Renzi non avrebbe potuto candidarsi contro un ex-popolare e veltroniano e chissà le cancellerie europee e Napolitano avrebbero avuto meno timore di Franceschini che di Bersani e non avrebbero richiesto il lavacro del governo Monti. Fatto sta che, una volta alle elezioni, sarebbe andato tutto liscio anche di fronte alla domanda dell’elettorato di avere facce nuove in parlamento. Franceschini l’avrebbe girata abilmente così: «Ci vogliono facce nuove? Eccomi qua. Io mi sono fatto crescere la barba».

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