Il ritorno a casa di Gordon Parks

Le riviste americane degli anni Cinquanta erano – tranne rare eccezioni – una cosa per bianchi. Bianchi della classe media. Se eri nero, difficilmente le storie e le fotografie dei giornali ti rappresentavano o anche solo ti prendevano in considerazione; gli unici afroamericani di cui parlavano le riviste erano quelli straordinari: atleti, musicisti jazz, divi del cinema o criminali. Quindi a un certo punto, nel 1950, la più importante rivista di fotogiornalismo del mondo – cioè Life, all’epoca un caso raro di giornale popolarissimo sia tra gli addetti ai lavori che tra le persone comuni – incaricò il fotografo Gordon Parks di raccontare la segregazione razziale nelle scuole. Parks era nero: il primo fotografo nero assunto da Life, nel 1948. Ne approfittò per raccontare per la prima volta la vita quotidiana degli afroamericani, le loro case, le loro famiglie – e mostrare quanto fosse simile a quella dei bianchi, per quanto divisa, in un reportage fotografico eccezionale. Che non fu mai pubblicato.

La segregazione razziale nelle scuole era diffusa soprattutto negli stati del Sud e del Midwest, dove bianchi e neri frequentavano scuole pubbliche distinte (la Corte Suprema la dichiarò illegale solo nel 1954, quattro anni dopo il reportage di Parks). Parks decise di dare al reportage un taglio personale, finendo per raccontare in parte anche la sua straordinaria storia.

Tornò a Fort Scott, il paesino in cui era nato e dove non tornava da più di vent’anni. Se n’era andato dopo la morte della madre: lui aveva 14 anni, era l’ultimo di 15 fratelli di una famiglia povera e dovette mantenersi con vari lavoretti, spostandosi spesso da una città all’altra. Andò a Chicago, si sistemò in uno squallido dormitorio, suonò il pianoforte in un bordello e finì per scoprire la fotografia: comprò la prima macchina fotografica a 25 anni, iniziò a fotografare da autodidatta e divenne così bravo da riuscire a mantenersi lavorando come fotografo. Stabilitosi a Harlem, a New York, documentò le dure condizioni di vita dei neri per la Farm Security Administration (l’agenzia federale nata col New Deal per contrastare la povertà delle campagne americane), fotografò modelle, sfilate e pubblicità per Vogue (la più prestigiosa rivista di moda al mondo, ora come allora) e venne assunto appunto da Life, che gli assegnava spesso servizi su temi sociali e impegnati, più raramente affrontati dai suoi colleghi bianchi.

Per questo nuovo incarico, Parks decise di rintracciare tutti i suoi ex compagni di classe della Plaza School, la scuola per soli neri che aveva frequentato a Fort Scott: voleva fotografarli e raccontare come la segregazione razziale aveva influenzato la loro vita. Erano 11, sei femmine e cinque maschi. Riuscì a ritrovarli tutti tranne due: uno viveva a Phoenix, in Arizona, e Life rifiutò di pagare a Parks il viaggio fin là; l’altro era ricoverato per esaurimento nervoso in un ospedale.

Parks scoprì che a Fort Scott viveva ancora soltanto una sua compagna di classe, Luella Russell. Tutti gli altri si erano trasferiti in cerca di fortuna nelle grandi città vicine. Il progetto si trasformò così in un racconto sulla grande migrazione dei neri dalle zone rurali alle periferie delle grosse città industriali. Parks annotava vicino ai ritratti dei suoi compagni il loro lavoro e il loro salario, per permettere ai lettori di paragonare la propria vita alla loro. A Chicago ritrovò un ex compagno di classe che viveva in un dormitorio e un altro in prossimità del ghetto di South Side; a Kansas City uno lavorava come impiegato alle poste e uno come elettricista. Raccontò anche la storia di successo di quello che si era trasferito a Columbus e lavorava anche con i bianchi: Parks fotografò suo figlio mentre giocava con il figlio bianco del vicino di casa.

Il progetto, intitolato Back to Fort Scott, voleva rivolgersi ai bianchi e cambiare il modo in cui guardavano ai neri, smontando molti stereotipi; e allo stesso tempo parlava ai neri raccontando storie che conoscevano e in cui si potevano facilmente immedesimare. Parks decise di fotografare molti dei suoi ex compagni di classe davanti alle porte delle loro case, con le loro famiglie: genitori, mariti, figli, nipoti. Erano immagini incisive e inconsuete per il pubblico bianco, che era abituato a immaginare le famiglie nere come traballanti, conflittuali, litigiose e poco unite.

A Detroit Gordon Parks fotografò la sua ex compagna di classe Pauline Terry, che si era sposata a Fort Scott con Bert Collins: i due avevano gestito un ristorante insieme negli anni Trenta e poi si erano trasferiti, avevano cinque figli. Il ritratto di Pauline e Bert – con sigaro cappello e Bibbia in mano, mentre vanno insieme alla messa della domenica – è quello di una qualsiasi coppia borghese, che ci tiene ad apparire ben vestita e in ordine nel momento più importante della settimana. Un’altra scena molto potente è quella di due ragazzine nere che guardano una partita di baseball nel campo di Othick Park, a Fort Scott, in una zona separata da quella del più numeroso pubblico bianco: testimonia la quotidianità e la normalità della segregazione razziale nel Sud.

Life non pubblicò mai il reportage di Gordon Parks. Il motivo non è chiaro; alcuni dicono che venne scalzato dalle storie sulla guerra di Corea, iniziata nel giugno di quell’anno, e mai più recuperato. Nell’aprile del 1951 la rivista riprese in mano il reportage, ma intanto il presidente Harry Truman aveva licenziato il generale Douglas MacArthur e la storia di Parks venne nuovamente accantonata. Dopo più di 60 anni “Back to Fort Scott” è stato finalmente recuperato e le 42 fotografie che lo costituiscono sono in mostra per la prima volta al Museum of Fine Arts di Boston, dal 17 gennaio al 13 settembre 2015.