La sinistra senza modelli (tranne uno)

I seminari di Policy Network sono un po’ reunion di vecchi combattenti e un po’ termometro per capire cosa si muove nel variegato mondo del progressismo europeo.

I combattenti sono per lo più i reduci eroici degli anni Novanta, a partire da quel Peter Mandelson che di Policy Network rimane il pontefice massimo dopo aver inventato il profilo pubblico di Tony Blair ed averne accompagnato gran parte degli anni di governo. È vero che oggi gli anni Novanta vanno assai meno di moda dalle parti della sinistra italiana, almeno nella sua matrice bersaniana-vendoliana. Eppure la prima impressione che si ricava da Dublino è l’assenza di narrazioni alternative altrettanto evocative dell’impronta lasciata da quello che fu il “Clinton Blair consensus”.

Dalla fine degli anni Novanta vi sono state altre esperienze di governo della sinistra progressista, anche longeve. Ma nessuna sembra avere lasciato un segno duraturo, almeno per quanto riguarda la modellistica ideale. Gli otto anni del governo socialista spagnolo appaiono quasi del tutto rimossi dall’agenda progressista, anche nella presenza delle sue istituzioni culturali. Fino all’anno scorso la fondazione Ideas, nata nel solco dello zapaterismo, svolgeva regolarmente una funzione di indirizzo e definizione dei temi in discussione nelle “progressive conferences” organizzate con Policy Network. Ieri a Dublino non vi era un solo oratore spagnolo e si rincorrevano voci sull’appannamento ideale, organizzativo e persino finanziario della fondazione Ideas. Guai ai vinti, viene da dire. Ma se il potenziale evocativo di Zapatero e dello zapaterismo è stato travolto prima dalla crisi spagnola e poi dalla sconfitta elettorale del PSOE, colpisce di più che a Dublino non si discuta troppo del ciclo di governo appena inaugurato da François Hollande. Nessun oratore di peso di provenienza francese, con l’esclusione della deputata socialista Axelle Lemaire. Scarsi i riferimenti a quanto sta accadendo a Parigi, tranne Enrico Letta che ha fatto riferimento alla novità del ministero del “Redressement productif” diretto da Arnaud Montebourg come possibile fonte di nuove politiche industriali.

Qualunque cosa si intenda per “hollandismo”, i circoli culturali del progressismo europeo non sembrano prendersene troppa cura. Le ragioni sono probabilmente più d’una. Da una parte lo scarso interesse degli stessi socialisti francesi nella “promozione all’estero” del proprio modello, che si impone da solo laddove si sente il bisogno di demolire la stagione di governo della sinistra liberale degli anni Novanta (come avviene per l’appunto in Italia negli ambienti del bersano-vendolismo). Dall’altra il tratto radicalmente nazionale dell’esperienza di Hollande, almeno per come si è configurata fino ad oggi, e l’assenza nel suo armamentario di una aspirazione globale legata anche al potenziale espansivo dell’asse Londra-Washington simile a quella che fu alla base del clintonismo-blairismo.

Al di là dei modelli ideali, a Dublino si è discusso molto di scelte strategiche che ricordano ancora una volta le griglie politiche degli anni Novanta. Come il rapporto tra sinistra e mercato, intorno al quale si è giocato un confronto tra il ministro ombra per l’economia del Labour britannico Ed Balls (ex braccio destro di Gordon Brown, che ha bocciato la Tobin Tax europea definendola “un modo poco efficace per far funzionare meglio i mercati finanziari, a meno che non la si voglia estendere anche alla borsa di New York”) e il greco Loukas Tsoukalis (secondo il quale deve essere ripristinata la differenza tra “mercati regolati democraticamente” e “democrazie dominate dai mercati”). Una polarizzazione d’altri tempi? Forse. Ma non è un caso se nel progressismo europeo si discute ancora dei paradigmi sui quali si è fondata l’ultima duratura stagione di governo.

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