La scienza, le elezioni americane e noi

L’ultimo numero di Scientific American ha un editoriale dal titolo che dice già tutto: “I futuri posti di lavoro dipendono da un’economia basata sulla scienza”. Messaggio molto semplice, ribadito in modo ancora più diretto nelle prime righe dell’articolo: “metà della crescita economica degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale è venuta dal progresso scientifico e tecnologico”. Nei giorni scorsi, il New York Times ha ribadito lo stesso punto: “La scienza è la chiave per la crescita”. Con le elezioni presidenziali dietro l’angolo, ai candidati viene ricordato che dalle crisi economiche si esce investendo in formazione e ricerca, e che per reggere l’impatto della competizione con le economie emergenti bisogna essere sempre un passo avanti dal punto di vista delle idee. Anche la ricerca fondamentale paga sempre – magari non nel giro di un mandato elettorale, ma alla lunga sì. Il GPS, ormai lo sanno pure i sassi, fa uso della teoria della relatività di Einstein, che non è certo nata sotto la spinta di possibili applicazioni pratiche. E si stima che il 30% circa dell’economia statunitense sia basata sulla meccanica quantistica – roba che un secolo fa sembrava esoterica e inutile e che oggi sta dietro il funzionamento di qualunque apparato elettronico di uso comune. Quando Kennedy lanciò la corsa alla Luna sapeva che su quel terreno di supremazia non solo militare ma soprattutto tecnologica si stava giocando la vittoria nella guerra fredda. Non solo: al di là delle ricadute, che pure furono importanti, quell’impresa ispirò una generazione di ragazzini a diventare scienziati o ingegneri, popolando in un paio di decenni l’accademia statunitense di insegnanti e ricercatori.

Impossibile, insomma, per i candidati presidenti, evitare di schierarsi su questioni di politica scientifica. Per avere un’idea delle posizioni espresse da Obama e Romney basta andare sul sito Sciencedebate.org, dove vengono messe a confronte le risposte a questioni molto concrete: innovazione e economia, cambiamenti climatici, costi della ricerca, sicurezza biologica, sanità, educazione, energia, cibo e acqua, internet e così via. Tutti problemi che una società avanzata non può ignorare, e anzi deve mettere al centro del dibattito pubblico. E le soluzioni proposte non sono evasive o generiche: Obama, dopo aver chiesto al congresso di aumentare l’investimento in ricerca con il Recovery Act del 2009, propone tra le altre cose di formare 100.000 nuovi insegnanti in materie scientifiche nel prossimo decennio e di superare il 3% del PIL in ricerca scientifica (per avere un’idea: i numeri dicono che nel 2008 gli Stati Uniti spendevano il 2,79% del PIL in ricerca, il Giappone il 3,45%, l’UE in media l’1,96%, l’Italia l’1,21%,).

E da noi? Da noi si parla molto di meritocrazia e di eccellenza, e non c’è politico che non si professi grande sostenitore della ricerca, ma se si volesse capire in concreto cosa hanno in mente i vari schieramenti per tradurre le belle intenzioni in fatti, si incontrerebbero molte difficoltà. La realtà concreta parla di continui tagli alla ricerca e alla formazione, e il dibattito pubblico sui temi scientifici è pressoché inesistente, dominato da soluzioni miracolistiche o da posizioni emotive, più che dall’analisi critica. Bisognerebbe incalzare la nostra classe dirigente sui temi della ricerca, magari pretendendo qualche risposta puntuale alla critica giustamente spietata espressa nell’ultimo numero di Nature. È anche dall’attenzione dedicata alla scienza che si misura la distanza abissale tra il livello del dibattito politico nel nostro paese e nelle nazioni avanzate.