Grazie di tutto, Space Shuttle

Io me lo ricordo bene quando partì il primo Shuttle, il Columbia, nel 1981. Fu un evento, con tanto di diretta Rai; e per un ragazzino che non aveva mai potuto vedere lo sbarco sulla Luna, ma era cresciuto immerso negli strascichi che quell’evento aveva prodotto nell’immaginario collettivo, fu una specie di consolazione.

Anzi, sembrava che quello fosse solo l’inizio di cose ancora più mirabolanti. Perché, diciamoci la verità, la nostra idea di astronave era più simile a quella aggraziata e areodinamica della navetta, che a quella del modulo aracniforme che aveva poggiato i suoi piedoni sulla luna. Uno degli Shuttle si chiamava addirittura Enterprise! E poi, quella era anche l’epoca dei cartoni giapponesi, e quei sigaroni laterali, che si sganciavano spettacolarmente nell’aria, e il matitone centrale con la sua colonna di fumo – tutto questo complicato schema che vedevamo riprodotto con minuzia di dettagli sulle pagine dei quotidiani – assomigliava molto alle meccaniche combinatorie dei robottoni nipponici.

Ricordo anche molto bene come, piano piano, l’interesse si sia affievolito, e le dirette tv siano sparite, mentre i voli dello Shuttle diventavano quasi routine. Fino a quella ipsilon di fuoco e fumo disegnata nel cielo dal Challenger, che interruppe le trasmissioni di un pomeriggio di qualche anno dopo.

Adesso che l’ultimo Shuttle è rientrato a casa, per andare definitivamente a fare il pensionato e l’attrazione turistica in un hangar, non sappiamo bene come continuerà la storia. Ci sono piani di nuove piccole navette, voli commerciali, una situazione non definita che dà l’idea di come le priorità, negli ultimi trent’anni, siano cambiate in modo radicale. E chissà se i ragazzini di oggi sognano ancora di fare gli astronauti.

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