Toccherà andarci, su Marte

Che ci si vada o meno con un equipaggio umano nel prossimo futuro, Marte è stato e continuerà a essere una meta preferita delle esplorazioni spaziali. Il numero di sonde che lo hanno sorvolato o si sono posate sulla sua superficie è superiore a quelle mandate su qualunque altro pianeta del sistema solare (e il numero sarebbe ancora più grande se non fosse per l’alto tasso di insuccesso delle missioni, il che la dice lunga sulle difficoltà tecniche di questo tipo di imprese).

È un po’ sorprendente, allora, che le uniche missioni che hanno provato a rilevare eventuali tracce di attività biologica sul pianeta rosso risalgano ormai a oltre trent’anni fa, e che i loro risultati siano ancora oggetto di controversie. (Non pensate agli omini verdi, però: parliamo di forme di vita microscopica, batteri, microorganismi, cose così.) Le sonde Viking 1 e Viking 2 si posarono sul suolo marziano nel 1976. Dovevano prelevare campioni di suolo con una palettina, metterli in una camera sterile, irrorarli di nutrienti, e vedere se succedeva qualcosa che facesse pensare che lì, in quella sabbia, c’era roba viva. I risultati furono dubbi. Alcune delle analisi diedero risultati positivi, altre negativi. Alla fine, il consenso fu che i negativi erano negativi, e che i positivi erano falsi positivi. Marte era sterile, morto, non c’era nemmeno un microbo, lassù.

Ma da allora sono cambiate parecchie cose. Gli scienziati hanno capito che la vita, sulla Terra, prospera in ambienti che prima si pensavano completamente inospitali (nelle profondità degli oceani, dove non arriva luce, così come nei posti più freddi e secchi del pianeta, che somigliano molto all’ambiente marziano). Sul suolo di Marte sono state trovate le tracce dello scorrere di acqua liquida, segno di un clima più mite nel passato. Forse la vita marziana ha avuto origine e si è poi estinta. O forse è riuscita a sopravvivere in nicchie isolate, nonostante le condizioni ormai ostili. E c’è chi pensa che, alla luce di quello che abbiamo capito dopo, i risultati delle missioni Viking vadano reinterpretati. Un libro di recente pubblicazione punta a riaprire il caso, sostenendo che quegli esperimenti sono stati prematuri, che hanno probabilmente distrutto eventuali forme di vita invece di mostrarne la presenza, e che in realtà, a leggerli correttamente, i risultati mostrano evidenza di attività biologica e non il contrario.

Una cosa è certa: è passato un po’ troppo tempo da quando si è affrontato il problema della vita su Marte. La paletta può maneggiarla un essere umano o il braccio meccanico di un robot. Ma è tempo di andare a guardare meglio cosa c’è in quella terra rossa.

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