Una tassa su Google?

Pare che il presidente della Commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia abbia proposto una “tassa su Google”. Non è ben chiaro che cosa sia, questa “tassa su Google”, ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di “tassare le attività riferibili all’Italia di Google e delle altri grandi multinazionali del web per raggranellare un miliardo con cui rimpolpare le risorse per il cuneo fiscale”.

Siti e giornali sottolineano che è “un argomento su cui si sta discutendo a Bruxelles in sede UE”. Se non sbaglio, una delle ragioni per cui abbiamo l’Unione Europea, e ci siamo persino dati una moneta comune, è far sì che le imprese che hanno sede legale in Italia possano vendere più facilmente i beni e servizi che producono a quanti possono essere interessati ad essi in Francia o in Olanda, senza gravami di carattere protezionistico. Nell’UE c’è un “mercato unico”, che è sicuramente fatto anche di standard comuni, ma è soprattutto questo: uno spazio più grande nel quale poter scambiare con la stessa facilità con cui in precedenza si scambiava solo all’interno di uno Stato nazionale.

Se non capisco male, si vuole sostenere che ciò non dovrebbe valere per quanti vendono pubblicità o libri su Internet, nella stessa misura in cui ciò vale per quelli che vendono vino (tanto per citare un settore nel quale il nostro Paese vanta eccellenti imprese, che esportano molto). Perché? Una risposta è che queste altre imprese non sono davvero “europee”, ma in Europa scelgono di avere il loro pied-à-terre nei Paesi meno rapaci, in fatto di tassazione. Non è una risposta molto persuasiva. Dopotutto, se c’è un mercato unico, perché un’azienda dovrebbe essere penalizzata, nel momento in cui sceglie di avere la sede legale in un Paese piuttosto che in un altro? Andrebbe dato un premio a chi opta per un Paese ad elevata tassazione? E quel premio che dovrebbe essere, se non aliquote più moderate?

Mi sembra che la risposta sia un’altra. Avendo bisogno di risorse, la classe politica le cerca dove ci sono. La cosa paradossale è che le cerca in nome di una maggiore riduzione del cuneo fiscale. Possiamo escludere che “tassare Google”, qualsiasi cosa significhi, avrebbe degli effetti sul prezzo dei servizi che Google vende? Questi effetti si faranno sentire anche su coloro che quei servizi li comprano: le imprese italiane che scelgono di farsi pubblicità su Internet. Questi effetti saranno sufficientemente modesti da essere compensati dalla sforbiciata al cuneo fiscale, che Confindustria e sindacati ritengono prioritaria per metterci in marcia verso il miraggio della ripresa?

Sono sicuro che l’onorevole Boccia ne è convinto, in assoluta buona fede. Per parte mia, mi sembra che purtroppo da questa chiacchiera sulla “tassa su Google” per ora ci vengano solo due lezioni.

La prima è che si continua a considerare la spesa pubblica come un “dato”, e pertanto ogni iniziativa di politica fiscale apparentemente “vantaggiosa” per Tizio o per Caio viene finanziata da iniziative meno vantaggiose per Sempronio. Si presuppone che governanti e legislatori dispongano di un’idea chiara e solida di quale è “l’interesse generale”, e riescano a ricomporre il puzzle delle imposte di conseguenza. Sbaglierò, ma mi pare che il sistema fiscale italiano, così barocco e così complicato, di per sé suggerisca che qualsiasi cosa sia l’interesse generale, il legislatore fiscale non lo ha ben presente.

La seconda lezione è che in politica le parole, ma solo quelle, sono gratuite. Da anni si discute di come rafforzare l’economia “digitale” in Italia. Recentemente il governo ha presentato un documento, “Destinazione Italia”, che dovrebbe servire per tornare ad attrarre investimenti esteri. Come ci conciliano, l’una cosa e l’altra, con la “tassa su Google”?