Il problema dei tagli alla sanità

Sergio Rizzo sul Corriere sostiene che sarebbe opportuno “dimagrire senza proteste”. I costanti aumenti della spesa sanitaria impongono una sue revisione profonda, e i partiti, anziché stracciarsi le veste, farebbero bene a lavorare assieme col Ministro Saccomanni che s’è finalmente armato di forbici.

Per un liberista, è difficile non essere, di primo acchito, d’accordo con Rizzo. Eppure, una volta tanto bisogna dire che servirebbe ben altro, rispetto a tagli che neppure sono “orizzontali” ma che tendono a colpire alcuni voci di spesa (le solite) senza mai condurre a ciò che servirebbe, cioè a una ridefinizione del sistema nel suo complesso.

Dopo una fase (1990-2000) in cui la spesa sanitaria in rapporto al PIL è stata sostanzialmente stabile è seguito un periodo di costante crescita. L’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul PIL italiano passa dal 5,66% del 2000 al 7,4% del 2010. Sono valori che restano tuttavia inferiori a quelli di Paesi paragonabili al nostro, come Francia e Germania. In breve: mentre la spesa pubblica totale italiana rispetto agli altri Paesi europei è elevata (siamo i settimi più spendaccioni dell’Eurozona), la nostra spesa sanitaria è in linea con la media europa e inferiore ai valori che raggiunge in Francia, Germania e Regno Unito.

Le manovre degli ultimi due governi hanno ulteriormente ridotto la spesa, e c’è già una riduzione prevista per il triennio 2012-2014 di 14,250 miliardi di euro. I tagli sono lineari e ripartiti su tutte le Regioni: ma noi sappiamo benissimo che non tutti i sistemi sanitari sono sono egualmente inefficienti.

In questi anni, è prevalsa una narrazione per la quale del dissesto della sanità italiana sarebbero responsabili gli “acquisti”. E’ una narrazione utile, perché per i governi è molto più facile tagliare sull’acquisto di farmaci (per esempio) che affondare il bisturi nell’organizzazione del sistema. Da tempo si parla di riorganizzazione della rete ospedaliera, per esempio. Perché se ne parla e basta? Perché chiudere un ospedale è percepito come estremamente pericoloso, dal punto di vista del consenso. Fomenta una protesta istantanea che spaventa la classe politica.

Su un punto bisogna esser chiari. All’incirca metà della spesa sanitaria è composta da costi del personale. Se il personale non si tocca, i tagli si ripercuotono interamente sull’altra metà della spesa. Che cosa c’è nell’altra metà della spesa? In buona sostanza, tutti i fattori che consentono di fornire le prestazioni, incluso l’aggiornamento delle tecnologie.

Nella situazione nella quale si troviamo, ci sono due strategie “buone” per ridurre la spesa sanitaria. La prima è considerarla un problema organizzativo, e ragionare su una sua riorganizzazione complessiva. Ci possono essere proposte liberali (utilizzare il privato e la competizione per fare efficienza, come fa la Germania), ci possono essere proposte “tecnocratiche” (tagliare e ricucire la rete ospedaliera), ma le une e le altre si pongono l’obiettivo di ridurre gli sprechi e di mantenere inalterato il livello delle prestazioni. La seconda è prendere atto delle difficoltà politiche della riorganizzazione e decidere semplicemente che, dal momento che non è politicamente possibile agire sul piano organizzativo, si riducono i LEA. Il primo passo in questa direzione è chiedere alle persone ad alto reddito di pagarsi di tasca propria tutta una serie di prestazioni. Questa è una alternativa sgradevole, ma sensata ed onesta. Soprattutto, dal momento che il punto d’arrivo (una sanità che sì “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” ma non ha più l’ambizione di garantirle anche ai non indigenti) è dichiarato, consente alle persone di cambiare i propri piani: per esempio, stipulando una polizza sanitaria.

La cosa peggiore è fare quello che hanno fatto gli ultimi due governi e pare intenzionato a fare questo. Mettere il sistema in condizione di non riuscire più a offrire le medesime prestazioni, senza dirlo ai cittadini per paura della loro reazione.

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