Homer, la monorotaia e l’interesse pubblico

In un suo tweet, Art Carden ha suggerito che «ogni corso di politiche pubbliche per dottorandi andrebbe sostituito con la visione quotidiana dell’episodio della monorotaia dei Simpsons». Un po’ esagerato, ma neanche troppo.
Rivedere «Marge vs the Monorail», episodio della quarta stagione fra i migliori di sempre dei Simpsons, è effettivamente molto istruttivo. I personaggi di Matt Groening forniscono una bella illustrazione di come la categoria dell’“interesse pubblico” possa essere facilmente distorta a vantaggio di interessi particolari.
Dal momento che il Signor Burns è stato costretto a pagare una grossa multa, la città di Springfield si trova inaspettatamente a disporre di 3 milioni di dollari. Viene convocata una riunione per decidere come impiegare il denaro: è giusto che la cittadinanza si pronunci. La proposta di Marge, dettata dal buon senso, è usare quei quattrini per ristrutturare Main Street, che è piena di buche. Ma raramente il proposito di limitarsi alla buona manutenzione dell’esistente conquista il favore delle masse. Essa sottenderebbe un’idea parca e rigorosamente limitata dei doveri dello Stato (della Regione, del Comune…), un catalogo ben definito al quale è prudente e opportuno attenersi.
Ben più suggestiva è la prospettiva di un intervento straordinario. E perché mai rifiutarne uno che rivoluzionerebbe il volto di Springfield, una grande infrastruttura che lancerebbe gloriosamente la città nel futuro?

Per esempio una monorotaia. Questo arriva a proporre Lyle Lanley, un simpatico imbonitore che fuga i dubbi degli abitanti di Springfield con la sua parlantina e una canzoncina accattivante («Monorotaia! Monorotaia!»). A nulla valgono le perplessità di Marge, che sottolinea come Main Street resti in pessime condizioni («But Main Street’s still all cracked and broken»/ «Sorry, Mom, the mob has spoken»). Ovviamente tutta la costruzione della monorotaia, per quanto si guadagni l’entusiasmo della città, si rivelerà nient’altro che un piano fraudolento (com’è evidente quando Homer riesce a diventare il pilota del mezzo con un corso di appena tre settimane).

Quale formidabile insegnamento se ne può trarre?
Primo, le posizioni “di buon senso” tendono ad essere perdenti nel dibattito pubblico – perché, esattamente come Marge, sono noiose. L’idea che le istituzioni pubbliche debbano limitarsi a fare bene ciò che già fanno, senza avventurarsi su sentieri inesplorati, non fa battere i cuori: sottende una visione del mondo che rifiuta di immaginare che legislatori e amministratori dispongano di una bacchetta magica, e invece lascia loro solo il tedio di gestire l’esistente. Se ci pensate, la storia dell’ultimo secolo è costellata di occasioni nelle quali le istituzioni hanno scelto di costruire una monorotaia, anziché sistemare le buche su Main Street.

Secondo, proprio perché la stragrande maggioranza di noi, come elettori, tende a pensare che non sta scritto da nessuna parte che l’attività dello Stato debba essere limitata, e pertanto che esso possa intraprendere legittimamente i progetti i più diversi, se ne svilupperà una “offerta”. Non è detto che debba essere per forza apertamente fraudolenta, come la monorotaia di Springfield. Ma ad ogni modo sottende una redistribuzione di quattrini dal portafoglio di tutti, a quello di chi effettivamente realizzerà un certo progetto.

Terzo, il decisore politico (dal sindaco Quimby in poi) tenderà a patrocinare iniziative che piacciano agli elettori: quindi piani e idee “nuove”. Ma perché scaldino davvero i cuori, e perché possano essere immediatamente associabili al suo nome, vale la pena siano il più grandiosi possibile. Il sindaco di un piccolo comune si fa notare cambiando la viabilità e trasformando semafori in rotonde. Il presidente di una grande regione cerca di tagliare nastri di ospedali sempre più grandi. Le piramidi non si costruiscono tutti i giorni: ma al politico piace l’idea di restare nella storia, agli elettori l’idea di aver votato per chi resterà nella storia.

Quarto, proprio per questa ragione, chi si offre di realizzare, non certo gratis et amore, quelle opere ha tutto l’incentivo a che ci si orienti sui progetti più ampi e costosi. A Lyle Lanley basta fischiettare una canzoncina. Nel mondo reale, questo può significare provare a influenzare il dibattito pubblico, sia rispetto alla percezione della specifica utilità di una certa iniziativa, sia rispetto alla percezione dell’utilità di tutte “le grandi infrastrutture” (per esempio), in generale.

Quinto, che il genere di “opera” che sortisce da un processo politico siffatto sia “nell’interesse pubblico” è tutto da vedere. Non tutte le grandi infrastrutture sono inutili, ma già nella prevalenza delle grandi sulle piccole, nell’impermeabilità del dibattito pubblico rispetto alle ragioni della buona amministrazione banale e tristanzuola, sta un campanello d’allarme. Non è che ciò che è “grande” è anche “buono” – epperò questo è il punto di vista che tende a imporsi, regolarmente, nella discussione. Vi sono, è vero, tecniche di valutazione dei costi e dei benefici: ma analisi di sapore ragionieristico nulla possono, rispetto alla potenza del sogno che i Lyle Lanley di questo mondo riescono ad evocare.

Anche senza parlare della Torino-Lione e di simili “grandi progetti” periodicamente riproposti come la chiave di volta dello sviluppo del Paese, se pensiamo semplicemente ai Comuni nei quali viviamo ci accorgiamo presto che tutti abbiamo la nostra monorotaia di Springfield. Il dramma è che invece pochissime sono le Marge, e il più delle volte non resta loro che la magra soddisfazione di poterci dire: te l’avevo detto, io.

PS: A proposito di monorotaie, andate a vedere i The Ten Most Ambitious Failed Utopian Mass Transit Systems