Chi era Giuseppe Rotelli

L’opinione pubblica è spesso una lente deformante. Per i giornali, per esempio, Giuseppe Rotelli era “il re delle cliniche”. Credo che ogni volta che qualcuno lo ripeteva in sua presenza, Rotelli con santa pazienza spiegasse che non di “cliniche”, ma di “ospedali” si trattava. Il suo cosiddetto “impero” era stato costruito con acume imprenditoriale e sapienza manageriale, in Lombardia, cogliendo appieno l’opportunità offerta dal sistema sanitario della nostra Regione, che consente al privato un ruolo paritario e non solo residuale rispetto al pubblico. Gli ospedali di Rotelli sono fra le sue riconosciute eccellenze: dal San Donato, al Galeazzi, al San Raffaele, che aveva acquisito con coraggio leonino, quando già la malattia cominciava a portarselo via.

Quella di Giuseppe Rotelli è una grande perdita per tutto il nostro Paese. Gli amici sentiranno la mancanza di uomo lucido, e di un gran signore. Rotelli aveva studiato a Pavia (fra gli altri con Bruno Leoni) e fatto carriera universitaria, prima di inciampare in una vocazione imprenditoriale relativamente tardiva a causa della malattia e poi della morte del padre. Ogni tanto le vocazioni tardive si rivelano le più sorprendenti. Rotelli aveva alcune delle qualità più rare e notevoli in un imprenditore: su tutte, la lungimiranza, direi quasi il gusto di ragionare nel lungo termine, e il fiuto per i collaboratori. Era un gran lombardo, con poca pazienza per la mondanità, colto, per ragioni imperscrutabili perennemente in ritardo, e di tanto in tanto splendidamente ingenuo. Tutta la sua avventura di azionista del Corriere della sera, il cui esito hanno deciso le parche, testimonia questa ingenuità. Non so quante volte i dietrologi di professione hanno scritto che egli s’era inserito, in posizione così scomoda e con un tale dispendio di risorse, nell’azionariato di RCS per “proteggersi”. Per carità, la cosa avrebbe una sua logica: anche a me è capitato di conoscere un tale, proprietario di un giornale locale, che credo non leggesse mai ma ne andava fierissimo, perché da quando ne era diventato proprietario non aveva avuto più grane per le altre sue attività.

Giuseppe Rotelli era di un’altra pasta. Un discorso del genere gli avrebbe fatto orrore. Aveva un rispetto totale e anacronistico per l’opinione pubblica, al ribrezzo per il rodeo si accompagnava il sogno di una discussione più aperta e ponderata. Per il Corriere, aveva semplicemente una venerazione. Ne era diventato uno degli editori non per interesse, ma per amore, un amore contrastato e infelice, come spesse volte gli amori grandi. Credeva che il destino del Corriere fosse quello di tornare ad essere il quotidiano della “borghesia liberale”. Non so se una borghesia liberale in Italia esista, ma l’idea è insieme ingenua e spericolata, come era Giuseppe Rotelli.