Leonardo Maria Del Vecchio ci riprova

Ora vuole prendere il controllo della società di famiglia comprando le quote dei fratelli per diversi miliardi di euro, anche se quei soldi non ce li ha

Leonardo Maria Del Vecchio con la compagna Sara Soldati al tribunale di Milano, 16 settembre 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
Leonardo Maria Del Vecchio con la compagna Sara Soldati al tribunale di Milano, 16 settembre 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
Caricamento player

Leonardo Maria Del Vecchio ha fatto una nuova offerta per comprare le quote e prendere il controllo della holding di famiglia, Delfin, società sotto cui ricade tutto il patrimonio degli otto eredi del padre Leonardo Del Vecchio, morto nel 2022 (una holding è una società che possiede le quote o azioni di altre società).

Ci aveva già provato nei mesi scorsi senza successo ed è l’ultimo sviluppo di una diatriba familiare che va avanti da anni. Non è solo la solita disputa sull’eredità di una famiglia molto facoltosa, ma una questione che sta bloccando la gestione di una holding da cui dipendono importanti società europee: Delfin possiede infatti una quota del 32,5 per cento in EssilorLuxottica, la multinazionale dell’occhialeria che Del Vecchio padre aveva contribuito a fondare, e diverse partecipazioni importanti in grandi banche e assicurazioni, come MPS, Generali e UniCredit.

Del Vecchio si è offerto di comprare dagli altri eredi da cinque a sette quote di Delfin su otto (l’ottava è la sua), al prezzo di circa 3,75 miliardi l’una. Spendendo tra i 18,75 e i 26,25 miliardi di euro potrebbe quindi arrivare a possedere tra il 75 e il 100 per cento del capitale, compresa la sua quota. È un’offerta che pareggia quella fatta dal miliardario ceco Michal Strnad, che a fine ottobre aveva offerto 30 miliardi per comprare tutte le quote. Entrambe le offerte, comunque, hanno scarse probabilità di successo.

Nella controfferta ci sono le evidenti ambizioni personali di Leonardo Maria Del Vecchio di sostituirsi al padre, tenendo il patrimonio di Delfin in famiglia. In una lettera per i fratelli pubblicata sul quotidiano QN, di cui peraltro è editore, ha detto di ritenere che «il futuro di Delfin debba essere deciso da chi ne conosce la storia e ne condivide la responsabilità».

«Da quando nostro padre è scomparso, ho sentito il peso di custodire ciò che ha costruito», ha aggiunto. Tra i fratelli, Leonardo Maria è l’unico ad aver manifestato l’ambizione di tenere unito il patrimonio costruito da Leonardo Del Vecchio negli anni, un capitale che lo aveva fatto diventare anche un interlocutore imprescindibile dell’alta finanza italiana.

A destra Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica, insieme a Francesco Milleri, che ora è presidente di Delfin e amministratore delegato di EssilorLuxottica (ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Alla sua morte Delfin era stata divisa in otto quote uguali del 12,5 per cento, sei delle quali sono andate ai suoi figli: tre dal primo matrimonio, Claudio, Marisa, Paola; due avuti da una relazione successiva, Luca e Clemente; e Leonardo Maria, avuto dall’ultima moglie Nicoletta Zampillo (sposata due volte, nel 1997 e nel 2010). Le ultime due quote sono andate una a Nicoletta Zampillo e una a Rocco Basilico, figlio che lei aveva avuto da un precedente matrimonio.

I figli hanno storie, età e ambizioni completamente diverse: il più grande, Claudio, ha 69 anni; il più piccolo, Clemente, ne ha 22. Buona parte degli eredi è perlopiù fuori dalla gestione di Delfin e di EssilorLuxottica, e considera Delfin semplicemente come un fondo da cui ogni anno arrivano soldi, cioè i dividendi della società. Alcuni di loro vorrebbero persino liquidare la loro quota.

Gli eredi non si trovano d’accordo in quasi niente, e ci sono anche procedimenti giudiziari in corso. Quelli più rilevanti riguardano il fatto che Basilico ha ricevuto una quota identica a quella dei figli biologici di Del Vecchio, decisione che ha creato dissensi che si sono poi sviluppati in cause legali in Italia e in Lussemburgo per contestare la sua effettiva legittimità all’interno di Delfin.

Il problema è che in Delfin per prendere praticamente qualsiasi decisione serve l’unanimità dei soci. Per evitare che uno dei rami della famiglia prevaricasse sugli altri, Leonardo Del Vecchio aveva infatti dato lo stesso potere di veto a tutti gli azionisti: per le decisioni più importanti serve l’approvazione dei soci che detengano almeno l’88 per cento delle azioni; se c’è l’accordo di sette soci su otto si arriva a 87,5, dunque è una soglia che di fatto richiede l’unanimità.

Ma visto che non c’è un azionista di maggioranza, serve comunque che ci sia un accordo di massima tra i soci anche per le decisioni meno importanti. È per questo che l’impasse di questi anni nell’assetto societario di Delfin ha bloccato di fatto la sua gestione, ed è sempre per questo che da tempo i fratelli e il management stanno cercando una soluzione, sia per far monetizzare le quote degli eredi che vogliono vendere sia per dare a Delfin una gestione efficace.

A sinistra Leonardo Maria Del Vecchio, con l’attrice Sharon Stone e il fratello Rocco Basilico a New York, nel 2021 (Evan Agostini/Invision/AP)

Leonardo Maria Del Vecchio ha già avuto un ruolo nelle aziende di famiglia: è stato presidente di EssilorLuxottica Italia e a capo di tutta la divisione cosiddetta retail, la vendita al dettaglio, che significa gestire le catene come Salmoiraghi & Viganò (di cui peraltro era stato amministratore delegato) e i negozi monomarca di Ray-Ban. Si è dimesso da ogni incarico la scorsa estate, in dissenso con il management dell’azienda ma soprattutto con la dirigenza di Delfin, che non lo aveva sostenuto nel primo tentativo di acquisto delle quote dei fratelli, andato male anche per l’ostilità del consiglio di amministrazione.

Si era offerto di comprare le quote della sorella Paola e del fratello Luca, per cinque miliardi di euro l’una, con la penale di 500 milioni in tutto se alla fine l’operazione non si fosse conclusa. E dato che non è andata a buon fine, deve effettivamente quei soldi ai due fratelli (era stato lui a tirarsi indietro).

Ufficialmente Del Vecchio non ha detto come funziona questa nuova offerta: si è limitato a definirla «la proposta più seria che io abbia mai fatto» nella lettera pubblicata da QN. Secondo le ricostruzioni più informate però avrebbe offerto agli altri eredi due opzioni.

La prima sarebbe il pagamento in denaro delle azioni, nella stessa modalità proposta dal miliardario ceco Michal Strnad: il prezzo ha uno sconto di circa un terzo rispetto al reale valore delle quote. Ai prezzi di mercato Delfin vale circa 40 miliardi, mentre entrambe le offerte la valutano 30.

In alternativa Leonardo Maria Del Vecchio avrebbe proposto di pagare un primo 30 per cento in denaro e il restante 70 con azioni di EssilorLuxottica dopo almeno un anno. Anche a causa della grave impasse di Delfin, dall’inizio dell’anno le azioni di EssilorLuxottica sono arrivate a perdere oltre il 40 per cento del loro valore. Nelle scorse settimane hanno ricominciato a salire anche grazie all’offerta di Strnad e dunque alla prospettiva che Delfin esca da questa incertezza. È con l’auspicio che queste azioni possano rivalutarsi ancora che Del Vecchio le ha offerte ai suoi familiari, in modo da rendere l’offerta in prospettiva più allettante di quella dell’imprenditore ceco.

La proposta di Del Vecchio ha comunque due problemi. Il primo – quello più scontato e condiviso anche con l’operazione di Strnad – è il rischio che i fratelli rifiutino di vendere a queste condizioni. I giornali più informati sulla questione, come Milano Finanza e il Corriere della Sera, scrivono che ci sono già almeno quattro di loro che hanno fatto sapere di voler declinare sia l’offerta di Leonardo Maria Del Vecchio che quella di Michal Strnad.

Il secondo problema riguarda i soldi con cui Del Vecchio vorrebbe comprare le quote. Quei soldi non ce li ha, ma nella lettera pubblicata su QN ha detto di aver ricevuto l’impegno di una banca a finanziare il progetto. Secondo diverse ricostruzioni dietro ci sarebbe la banca statunitense Citi, che avrebbe subordinato la riuscita dell’operazione all’ottenimento di almeno sei quote di Delfin da parte di Del Vecchio, compresa la sua: questo perché così arriverebbe al 75 per cento del capitale della holding, una quota che gli consentirebbe di prendere in autonomia perlomeno le decisioni sui dividendi, cioè sui guadagni che gli spetterebbero in quanto azionista di Delfin (e che potrebbe aver messo a garanzia del pagamento del prestito).

Non solo è difficile che arrivi a ottenere tutte quelle quote, ma secondo il Corriere la concessione del prestito non sarebbe ancora ufficiale: Citi avrebbe solo dato la disponibilità a valutare il finanziamento, e non si sarebbe ancora impegnata.

– Leggi anche: L’eredità dei Del Vecchio non è solo una questione di famiglia