Cos’è questa storia che le smart tv ci spiano
Secondo alcune inchieste recenti il modo di alcuni produttori di raccogliere dati a scopo pubblicitario sarebbe quantomeno poco trasparente
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Lo guardereste un video di più di due ore sul funzionamento delle smart tv? Quello che il canale YouTube Gamers Nexus ha pubblicato lo scorso settembre è stato visto più di otto milioni e mezzo di volte, ma c’è una ragione: mostra in modo molto dettagliato come alcuni televisori del marchio sudcoreano LG siano in grado di registrare i loro utenti, anche quando sono in stand-by.
Il video di Gamers Nexus, che è un sito specializzato in informatica e videogiochi, ha avuto un’enorme risonanza nelle ultime settimane, portando altri media ad approfondire il tema e a far emergere una diffusa scarsa trasparenza nel modo in cui i dati degli utenti delle smart tv vengono raccolti e utilizzati. Come ha notato Federprivacy, un’associazione che riunisce i professionisti italiani nel settore della privacy, «le preoccupazioni non si limitano a un singolo marchio» ed è fondamentale trattare le smart tv come «dispositivi sensibili alla sicurezza».
Nel video di Gamers Nexus viene mostrato come le registrazioni fatte da LG vengano conservate in modo poco sicuro, tanto che gli autori sono riusciti ad accedervi sfruttando alcune vulnerabilità del sistema. E non sarebbero gli unici dati che l’azienda raccoglie: secondo Gamers Nexus queste smart tv possono scandagliare le reti Wi-Fi alle quali sono connesse per ottenere informazioni sui dispositivi collegati.
In risposta al video, LG ha pubblicato una nota con cui ha cercato di smentire alcune «idee sbagliate». Secondo l’azienda, i suoi televisori non registrano «in modo continuativo» i loro utenti, ma solo quando viene attivato il riconoscimento vocale. Secondo Gamers Nexus, però, alcune di queste registrazioni durano ben oltre il necessario.
Il fatto che una smart tv possa raccogliere dati sui suoi utenti non è una novità: molti di questi apparecchi sono infatti dotati di un software chiamato Automatic content recognition (riconoscimento automatico dei contenuti, o ACR), in grado di analizzare e identificare quello che viene visto dagli utenti.
Lo scopo è profilare i loro gusti per proporre una pubblicità più mirata. Da tempo i televisori sono diventati più economici e con l’avvento delle smart tv il modello di business delle aziende è cambiato: più che sulla vendita dei dispositivi i produttori ora puntano a raccogliere dati e vendere pubblicità. Per esempio aziende come LG e Samsung mettono in vendita spazi pubblicitari nella schermata iniziale e nei menù, anche sulla base dei dati ottenuti dall’ACR.
Come ha specificato la stessa LG, l’ACR non usa i microfoni per seguire le attività degli utenti, mentre utilizza i dati della rete Wi-Fi per stimare la posizione del televisore, sempre allo scopo di raccogliere dati utili alla profilazione. Anche l’utilizzo dell’ACR da parte delle aziende del settore è da tempo oggetto di critiche: per esempio questa settimana Samsung è stata accusata di raccogliere dati relativi alle abitudini di consumo degli utenti anche dalle televisioni in cui l’ACR era stato disattivato.
Questo sistema infatti non dovrebbe essere attivato di default ma autorizzato dall’utente: come nota il sito Agenda Digitale, però, i produttori preferiscono includere il consenso al monitoraggio dei contenuti nelle condizioni d’uso generali del prodotto. In molti casi le aziende usano anche dei dark pattern, cioè scelte grafiche che spingono gli utenti ad accettare tutte le condizioni d’uso invece di selezionare solo quelle desiderate.
Nei paesi dell’Unione europea, dov’è in vigore il GDPR, il regolamento per la protezione dei dati personali, è possibile disattivare queste funzioni in qualunque momento, anche se navigare tra le impostazioni delle smart tv non è sempre facilissimo. Lo stesso vale per la raccolta dei dati relativi alle reti Wi-Fi e per l’uso dei microfoni per interagire a voce con la televisione.
La loro attivazione viene spesso “nascosta” tra le condizioni d’uso generali, col risultato che molti utenti potrebbero non rendersi conto di aver dato l’autorizzazione alla loro tv di ascoltarli. «Se siete preoccupati per la vostra privacy, non usate il controllo vocale», ha concluso John Higgins, recensore di televisioni per il sito The Verge.
È sull’utilizzo di queste funzioni al di fuori degli obiettivi dichiarati, e sull’uso che i produttori fanno dei dati raccolti, che le aziende vengono ora accusate di scarsa trasparenza.
Il risultato di un modello di business basato sulla pubblicità è stato un peggioramento dell’esperienza per gli utenti, alle prese con sempre più banner e applicazioni non richieste, che vengono preinstallate sui televisori (il cosiddetto bloatware). Nelle ultime settimane alcuni utenti hanno provato a risolvere il problema utilizzando le intelligenze artificiali (AI), con l’obiettivo di rendere questi dispositivi più “dumb”, ovvero stupidi (il contrario di “smart”), ma anche più piacevoli da usare.
Un utente di X ha raccontato di essere riuscito a rimuovere alcune delle funzioni più fastidiose dalla tv dei suoi genitori, che mostrava pubblicità prima dell’apertura dell’app di Netflix. Gli è bastato spiegare a Claude Code, uno dei più usati servizi AI per la programmazione informatica, cosa voleva fare e fornirgli il numero del modello del televisore, affinché questo eliminasse alcuni pacchetti di software installati dal produttore (Xiaomi), ottenendo un’interfaccia più semplice e senza pubblicità. Altri hanno pubblicato progetti simili su GitHub, una piattaforma collaborativa per sviluppatori di software, pensati soprattutto per televisori che hanno Android come sistema operativo.
L’uso di tecniche di questo tipo per rendere più “stupide” le televisioni ha avuto un tale successo online da spingere Anthropic e OpenAI, le due principali aziende del settore delle AI, a bloccare le richieste degli utenti che volevano analizzare il codice delle loro tv, citando motivi di «sicurezza».



