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  • Venerdì 30 ottobre 2026

Cosa fanno i militari italiani in Bosnia Erzegovina

I quattro morti nello schianto dell’elicottero facevano parte della missione europea che ha l’obiettivo di mantenere la pace nel paese

Militari della missione Eufor Althea nella base di Butmir, a Sarajevo
Militari della missione Eufor Althea nella base di Butmir, a Sarajevo (AP Photo/Armin Durgut)
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I quattro militari italiani morti giovedì nello schianto di un elicottero nel distretto di Brčko, nel nord-est della Bosnia Erzegovina, stavano partecipando a Eufor Althea, la missione militare iniziata nel 2004 dall’Unione Europea che ha l’obiettivo di mantenere la pace nel paese dopo la guerra degli anni Novanta.

L’elicottero, un CH-47 Chinook, era arrivato in Bosnia Erzegovina mercoledì da Viterbo e stava facendo un volo di addestramento. Oltre ai quattro militari morti c’erano a bordo altre 11 persone, ricoverate in ospedale per i traumi e le ferite, non in pericolo di vita. Un video girato con un telefono a poca distanza e diffuso su X mostra l’elicottero che sale di qualche decina di metri in fase di decollo, oscilla e poi scende girando su se stesso prima di cadere in un campo vicino al paese di Gorica.

L’esercito italiano, insieme ai militari di altri 23 paesi, è presente in Bosnia Erzegovina per mantenere condizioni di sicurezza dopo la disgregazione della Jugoslavia e la guerra che tra il 1992 e il 1995 coinvolse tre gruppi nazionali: i bosgnacchi (musulmani), i serbi (ortodossi) e i croati (cattolici). Nella guerra morirono circa 100mila persone, ci furono assedi, campi di prigionia e pulizia etnica, fino al massacro di Srebrenica del luglio del 1995, quando le forze serbo-bosniache uccisero circa 8mila uomini e ragazzi musulmani.

– Leggi anche: Quello che successe a Srebrenica

La guerra finì con gli accordi di Dayton, negoziati nel novembre del 1995 in una base aerea vicino a Dayton, in Ohio, con la mediazione degli Stati Uniti. Gli accordi, firmati dai presidenti di Bosnia Erzegovina, Serbia e Croazia, divisero la Bosnia Erzegovina in due parti con ampia autonomia: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, abitata soprattutto da bosgnacchi e croati, e la Republika Srpska, a maggioranza serba.

La Nato si impegnò a far rispettare gli accordi prima con la missione Ifor (Implementation Force) con circa 60mila soldati che diventarono 31mila nel 1996 con la missione chiamata Sfor (Stabilisation Force). Negli anni successivi gli Stati Uniti ritirarono man mano i militari fino al 2004, quando l’Unione Europea prese il posto della Nato con la missione Althea, autorizzata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Oggi Althea conta circa 1.100 militari, gli italiani sono poco più di 300.

In concreto i militari di Althea pattugliano il territorio, addestrano le forze armate bosniache e tengono i contatti con le comunità locali, anche con iniziative nelle scuole e negli ospedali. Servono anche come deterrente, per rendere poco conveniente l’uso della violenza da parte dei gruppi politici più radicali. Dal 21 gennaio la missione è comandata dal generale di divisione dell’esercito italiano Maurizio Fronda, nel quartier generale di Camp Butmir, a Sarajevo. Non è l’unica presenza militare italiana nei Balcani: circa 900 militari italiani partecipano a Kfor, la missione della Nato in Kosovo iniziata nel 1999.

Due degli italiani morti nell’incidente dell’elicottero erano sergenti dell’esercito: si chiamavano Simone Ruggia e Claudio Marchesi, erano il pilota e lo specialista di bordo e facevano parte del primo reggimento “Antares” dell’Aviazione dell’Esercito, di stanza a Viterbo, che si occupa di formare piloti e tecnici. Ruggia aveva 30 anni ed era originario di Salerno, Marchesi aveva 35 anni ed era di Orvieto, in provincia di Terni.

Gli altri due invece erano militari del Corpo militare volontario della Croce Rossa Italiana. Franco Adriano Zecchillo, 64enne, era tenente e lavorava all’ospedale di Legnano come tecnico di perfusione cardiovascolare: si occupava cioè delle macchine che durante le operazioni al cuore sostituiscono per un certo tempo il lavoro di cuore e polmoni. Adriana Laura Procacci aveva 24 anni, era di Andria e studiava medicina a Roma. A marzo era diventata sergente ed era alla sua prima missione all’estero.