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  • Venerdì 23 ottobre 2026

Uno dei migliori giocatori della NFL ha giocato nonostante un coagulo di sangue

Con ogni probabilità Jalen Hurts andava fermato prima che le sue condizioni peggiorassero

Il quarterback dei Philadelphia Eagles Jalen Hurts durante la partita contro i Jacksonville Jaguars, a Londra, domenica 11 ottobre 2026 (AP Photo/Alastair Grant)
Il quarterback dei Philadelphia Eagles Jalen Hurts durante la partita contro i Jacksonville Jaguars, a Londra, domenica 11 ottobre 2026 (AP Photo/Alastair Grant)
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Durante la partita del 4 ottobre tra Philadelphia Eagles e Los Angeles Rams, due forti squadre di NFL, il campionato di football americano, il quarterback degli Eagles Jalen Hurts ha subìto una lesione al polpaccio. Il giorno prima della successiva partita degli Eagles gli è stato trovato un coagulo di sangue (un trombo) in una vena dello stesso polpaccio, ma non è bastato perché smettesse di giocare. L’11 ottobre è stato in campo durante tutte le azioni offensive degli Eagles contro i Jacksonville Jaguars, in una partita che si è giocata a Londra e per la quale Hurts aveva dovuto prendere lunghi voli aerei.

Giocare una partita di football americano – uno sport dove i contatti sono molto ruvidi e sono necessarie doti atletiche e fisicità notevoli – con un trombo non è affatto ideale. Lo staff medico degli Eagles forse ha sottovalutato il problema e le condizioni di Hurts sono peggiorate dopo l’incontro: dopo la diagnosi iniziale di una trombosi venosa superficiale al polpaccio sinistro, ulteriori accertamenti hanno rilevato una trombosi venosa profonda e un’embolia polmonare bilaterale, cioè la presenza di coaguli nelle arterie di entrambi i polmoni. Per questo, e per il trattamento con anticoagulanti, Hurts sarà costretto a saltare il resto della stagione.

Hurts è il quarterback titolare (il ruolo decisivo del football americano) e il miglior giocatore degli Eagles, una squadra tifata e vincente, almeno negli ultimi anni. È soprattutto grazie a Hurts se gli Eagles hanno vinto il Super Bowl nel febbraio del 2025: venne premiato come miglior giocatore della finale del campionato.

Questa stagione non era iniziata benissimo per gli Eagles, e ora che Hurts è indisponibile andrà pure peggio. Più che per le cose di campo, però, negli Stati Uniti si sta discutendo molto di come gli Eagles e la NFL hanno gestito il trombo che si era formato nel polpaccio di Hurts: permettendogli di giocare e di fatto mettendo a rischio la sua salute.

Jalen Hurts afferra la palla durante la partita contro i Jaguars, l’11 ottobre 2026 (AP Photo/Alastair Grant)

Il caso di Hurts è entrato infatti nel più ampio dibattito sui rischi che i giocatori di football americano corrono nel fare il loro lavoro. La verità – a lungo negata e minimizzata dalla NFL stessa, ma ormai di dominio pubblico – è che la salute di migliaia di giocatori è compromessa, a volte in modo irrimediabile, a causa dei tanti traumi subiti durante le partite. In particolare i colpi in testa provocano commozioni cerebrali, che a lungo andare possono causare encefalopatia traumatica cronica (CTE), una grave malattia neurodegenerativa.

La storia è un po’ sempre la stessa, per Hurts come per i giocatori che vogliono rimanere in campo nonostante abbiano appena ricevuto una botta forte alla testa: smettere di giocare è visto come una scelta poco coraggiosa, da giocatore che abbandona la squadra alla prima difficoltà. Le squadre e la NFL, poi, hanno interesse a far giocare i loro atleti più famosi, soprattutto in una di quelle partite disputate all’estero per promuovere il campionato: come nel caso di Hurts nella partita di Londra contro i Jaguars.

Il Tottenham Hotspur Stadium prima della partita di NFL tra Eagles e Jaguars dell’11 ottobre (AP Photo/Alastair Grant)

Per questo la NFLPA, l’associazione dei giocatori della NFL, ha ottenuto che in ciascuna partita siano presenti tre medici indipendenti, per individuare e valutare eventuali commozioni cerebrali senza le pressioni che subiscono gli staff medici delle squadre. Nel caso di Hurts, la NFLPA ha scritto di non essere sicura che la NFL abbia fatto tutto ciò che era in suo potere per proteggere il giocatore. Ha chiesto anche che il caso venga sottoposto a un’indagine invece che essere archiviato in fretta, come la NFL e gli Eagles hanno interesse a fare, dicendo in sostanza che non potevano agire diversamente.

Il primo coagulo di sangue, nel polpaccio, è stato diagnosticato a Hurts grazie a un’ecografia organizzata dagli Eagles alla Cleveland Clinic di Londra. Era presente, tra gli altri, il capo dello staff medico della NFL, Allen Sills. Poche ore prima della partita Hurts aveva dormito parecchio, ben più di quanto fanno di solito i giocatori di NFL, ha scritto la rivista di approfondimento sportivo statunitense The Athletic.

Durante la partita, poi, Hurts ha corso molto poco per i suoi standard, e tre giorni dopo ha detto che giocare in quella partita è stata «un’esperienza davvero unica, a dir poco», ma di non voler «entrare nei dettagli di ciò che ha preceduto la partita».

Il 17 ottobre, tredici giorni dopo la partita coi Rams e sei giorni dopo quella coi Jaguars, gli Eagles hanno messo Hurts nella lista dei giocatori infortunati: è un passaggio significativo perché costringe i giocatori a saltare almeno quattro partite. Nel frattempo diversi specialisti hanno visitato Hurts. Il 19 ottobre gli Eagles e l’agente di Hurts, Nicole Lynn, hanno pubblicato un comunicato nel quale dicono che Hurts non è in condizioni critiche e sta prendendo anticoagulanti, che riducono la capacità del sangue di formare coaguli e impediscono a quelli già presenti di ingrandirsi, lasciando all’organismo il tempo di riassorbirli.

Come altre volte in cui sono successi casi simili, la NFL è entrata in «piena modalità pararsi-il-culo», ha scritto The Athletic. La linea della NFL e del dottor Sills è molto netta e autoassolutoria: Sills ha detto che qualsiasi medico faccia ipotesi su eventuali errori commessi nel valutare le condizioni di Hurts è «poco professionale e scorretto».

Anche gli Eagles, che prima di questo caso erano considerati una delle squadre NFL più corrette in questo genere di questioni, sono reticenti. Non hanno fatto parlare il loro staff medico con la stampa e solo il capo allenatore, Nick Sirianni, ha parlato della vicenda: dicendo quello che sa non essendo un dottore, cioè molto poco.

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