Come si scrive da dentro un carcere americano
John J. Lennon è diventato giornalista da detenuto, dopo essere stato condannato 24 anni fa per omicidio
- Condividi
- X
- Regala il Post

Prima ancora del suo contenuto, delle sue storie e delle riflessioni relative, il libro La tragedia del true crime ha una peculiarità piuttosto rara nel suo autore. John J. Lennon è stato condannato per omicidio ed è in carcere da 24 anni: aspetta di poter essere liberato nel 2029. Uccise un suo complice nello spaccio di sostanze stupefacenti, e nel libro racconta anche la propria storia: che è stata a lungo una storia di violenze, subite anche in carcere con il rischio di essere ucciso, prima di entrare in contatto con dei corsi di scrittura e giornalismo, e di diventare giornalista. Negli scorsi anni suoi articoli sono stati pubblicati su molte autorevoli testate statunitensi, dal New Yorker all’Atlantic, dalla New York Review of Books al New York Times Magazine. In un capitolo accessorio del libro racconta le complicazioni di scrivere degli articoli giornalistici da detenuto.
*****
Nei primi anni Dieci, mentre ero ad Attica e stavo provando a diventare uno scrittore, furono le mie osservazioni e la mia curiosità per gli altri, in reparto e in cortile, a spingermi verso il giornalismo. Parlavo con i detenuti ma era complicato, perché si irrigidivano appena mi vedevano prendere nota di quello che dicevano; così adottai il metodo del giornalista Gay Talese, la tecnica dell’hanging out: appena in cortile qualcosa distraeva il mio interlocutore buttavo giù qualche appunto sul taccuino, poi tornavo in cella e lo trascrivevo a macchina. Le celle di Attica non avevano sedie, sgabelli o scrivanie, e se allargavo le braccia toccavo le pareti. Allora mi sedevo su un secchio capovolto, con la macchina da scrivere in bilico sul bordo della branda, curvo in avanti, e battevo sui tasti finché non mi si intorpidiva il sedere e la parte bassa della schiena non cominciava a bruciare.
La Swintec era una macchina da scrivere elettronica da 350 dollari costruita male e con il guscio di plastica trasparente, così era più facile controllare che non ci fosse nascosto nulla di proibito. Con una memoria di settemila caratteri andava bene per gli articoli brevi, ma quando ho cominciato a scrivere pezzi più lunghi tutto si è complicato. Dovevo stampare le prime pagine, quelle ormai definitive, cancellarle dalla memoria della macchina per fare spazio e poi avviare una nuova sezione. Siccome le cartucce d’inchiostro costavano troppo, stampavo con la carta carbone. Leggevo ad alta voce e mi correggevo da solo, poi spedivo un dattiloscritto pulito, con una lettera di presentazione, proponendomi agli editor senza alcun contatto preliminare. Era un sistema che non poteva durare, perché la maggior parte degli editor non comunicava per posta tradizionale: dovevo crearmi un indirizzo email.
Per fare il giornalista da dentro hai bisogno di qualcuno fuori che ti aiuti.
All’inizio mi davano una mano Raina e Danielly, le mie due ex mogli, ma nessuna moglie vuole fare da segretaria al marito in prigione. Quando chiedevo a Danielly di controllare la mia email esterna per vedere se un editor aveva risposto, a volte mi mandava a quel paese, frustrata dal fatto che preferissi usare quei pochi minuti che avevamo a disposizione per la mia carriera invece che dedicarli al nostro rapporto. Dovevo trovare aiuto da un’altra parte. Dopo la pubblicazione del mio primo pezzo sul New York Times, nel 2015, alcuni studenti universitari cominciarono a cercarmi. Harry Breault, che allora era a Haverford, mi aiutò a propormi ai redattori, e Pete Davis, studente di Giurisprudenza a Harvard, mise su una prima versione del mio sito.
Nel 2016 Leann Davis Alspaugh, redattrice della rivista culturale Hedgehog Review, pubblicò un mio articolo e iniziò ad aiutarmi a costruire una carriera da dietro le sbarre. Io ero un criminale, un detenuto di Attica, e adesso volevo diventare un giornalista, ma il mio carattere era ancora piuttosto ruvido. Non avevo mai usato un computer, mai creato un documento Word, mai inviato una mail professionale. Ero impacciato nelle conversazioni di circostanza e nelle formule di cortesia, forse perché telefonavo sempre con il tempo contato e in mezzo al caos. Mandavo a Leann i miei pezzi per posta, lei li ribatteva al computer e li inoltrava alle redazioni, poi mi rimandava per posta le loro revisioni e prendeva nota al telefono delle correzioni che le dettavo. Più di ogni altra cosa, Leann mi insegnò a comportarmi da professionista. Era un lavoro enorme, così ben presto coinvolsi anche Devon Sherman, il figlio di Steve, il mio fratello maggiore ebreo dai tempi della nostra infanzia nelle case popolari. Devon, che aveva studiato Letteratura inglese all’università, era cresciuto sentendo parlare di me, e quando scoprì che ero uno scrittore in prigione diventò il mio uomo di fiducia.
Quando fui trasferito a Sing Sing le celle erano ancora più piccole e i blocchi ancora più rumorosi, ma presto arrivò un nuovo collegamento con l’esterno. Nel 2019, dopo che ci assegnarono dei tablet JPay da sette pollici, mi accorsi che la sezione bozze aveva una funzione taglia-e-incolla e permetteva di comporre email fino a seimila parole. JPay appartiene a Securus, la stessa società che fornisce il servizio telefonico, tutto a pagamento. Gli attivisti detestano queste aziende private che lucrano sui detenuti e sulle loro famiglie, ma la verità è che la maggior parte dei detenuti accoglie con favore questa tecnologia. Per quanto siano frustranti da usare, infatti, i tablet rendono tutto questo un po’ più semplice. Ogni messaggio JPay costa circa venti centesimi, sia in entrata sia in uscita, e per spedire e ricevere messaggi, scaricare musica, film e video di trenta secondi mandati dai nostri cari dobbiamo collegare il tablet a una postazione elettronica.
A Sullivan ogni reparto aveva una sola postazione nell’area comune, intorno alla quale, durante l’ora d’aria serale, regnava sempre il caos («Chi è l’ultimo?») e si litigava di continuo per chi saltava la fila. Avevamo a disposizione cinque sincronizzazioni al giorno. Un agente controllava i messaggi, che a volte rimanevano bloccati per giorni perché, come scoprimmo poi, il sistema JPay segnalava automaticamente certe parole; ma bastava sostituire una lettera con un asterisco – «om*cidio», «sa*gue» – per aggirare il filtro e far passare i messaggi più in fretta. Per sincronizzare il tablet durante il giorno, senza dover aspettare la socialità serale, chiedevo ai lavoranti del reparto, quelli che lavavano e lucidavano i pavimenti, di farlo al posto mio. Era uno dei vantaggi del loro incarico: potevano stare fuori dalla cella mentre tutti gli altri erano chiusi dentro. Li pagavo con un pacchetto di sigarette Newport alla settimana.
Nel corso degli anni “Cracker Thug”, un bianco con una grave dipendenza dalla droga, capace di fare un ottimo liquore in carcere con il concentrato di pomodoro, e “Big White”, un omone nero del Queens, hanno spedito per me un’infinità di messaggi JPay. A volte gli impiegati dell’ufficio si impuntavano e telefonavano all’agente per dirgli di non permettere ai lavoranti di sincronizzare i tablet dei detenuti chiusi in cella. L’8 aprile 2021, a mezzogiorno, Cracker Thug spedì per me un messaggio a Vauhini Vara, che allora stava curando un mio articolo per il New York Times Magazine, e per questo mi fecero un rapporto disciplinare per aver inviato messaggi quando avrei dovuto essere chiuso in cella. All’udienza mi sanzionarono con sette giorni di sospensione dall’accesso al cortile. Verso la fine del 2024, poi, Securus installò finalmente il wi-fi nelle carceri di New York e le postazioni diventarono obsolete. A quel punto potevamo inviare messaggi in tempo reale e fare telefonate con il tablet direttamente dalla cella.
*****
La tragedia del true crime è pubblicato da Altrecose, il progetto editoriale del Post assieme all’editore Iperborea, con la traduzione di Federica Aceto e una postfazione di Stefano Nazzi. Si può acquistare sullo shop del Post, con spedizione gratuita.



