L’Alberta vota per decidere se votare per l’indipendenza dal Canada
La ricca provincia canadese tiene oggi un referendum preliminare, che è soprattutto un messaggio al governo di Mark Carney
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Quando in Italia sarà la notte tra lunedì e martedì, nella provincia canadese dell’Alberta si inizieranno a contare i voti di un referendum sulla possibilità di separarsi dal Canada e diventare uno stato indipendente. Per varie ragioni è un referendum molto seguito e ci si aspetta una partecipazione ampia, ma il voto non cambierà nulla nell’immediato.
Le opzioni sono due: restare con il Canada o dare mandato al governo per avviare un referendum vincolante sull’indipendenza. In sostanza, è un referendum sulla possibilità di tenere un referendum.
La spinta a separarsi dal Canada è prevalentemente economica. L’Alberta è una provincia ricchissima, soprattutto di petrolio, e i separatisti sostengono di dare al resto del paese più di quanto ricevano indietro. In più accusano il governo federale di interferire eccessivamente nella politica provinciale, in particolare attraverso le politiche ambientali che limitano l’industria dei combustibili fossili.
In un territorio grande più o meno il doppio dell’Italia, i giacimenti dell’Alberta conservano circa il 9 per cento delle riserve mondiali di petrolio, e il 97 per cento di quelle canadesi. Sempre in Alberta si estrae il 60 per cento del gas naturale estratto in Canada, e il PIL pro capite è molto più alto che nel resto del paese. Nella provincia si ritiene ci siano anche ampie riserve di metalli rari, ancora poco sfruttate.

Una manifestazione a Edmonton, in Alberta, di sostenitori della permanenza in Canada (il cartello dice: «non essere uno che molla!»), 17 ottobre 2026 (Timon Johnson/The Canadian Press via AP)
Il Fraser Institute, un think tank conservatore, ha calcolato che negli ultimi vent’anni l’Alberta ha versato al governo federale circa 322 miliardi di dollari canadesi (circa 204 miliardi di euro) in più di quanti ne abbia ricevuti in termini di spesa federale. Lo stesso istituto ha stimato che senza il contributo fiscale dell’Alberta gli abitanti delle altre nove province dovrebbero pagare almeno mille dollari all’anno in più in media per mantenere lo stesso livello di servizi.
Una potenziale separazione dal Canada sarebbe un processo simile a Brexit: inizierebbero dei negoziati tra l’Alberta e il governo federale, che potrebbero essere lunghi e complicati e avere un esito negativo per la provincia. Secondo l’Università di Calgary, il costo che l’Alberta pagherebbe per la separazione varia tra i 50 miliardi di dollari canadesi nello scenario più favorevole alla provincia, e i 170 miliardi in quello peggiore (tra i 30 e i 110 miliardi di euro).
Anche per questo tra chi sostiene il referendum non ci sono solo separatisti convinti: il 40 per cento di chi ha detto che voterà sì ha dichiarato che lo farebbe più per mandare un messaggio al governo federale che per ottenere davvero l’indipendenza.
La separazione di fatto è soltanto la più radicale di una serie di richieste che hanno in comune il tema dell’autonomia. Sulla scheda ci sono altri 9 quesiti su temi diversi, ma quasi tutti riguardano l’autonomia della provincia, dai controlli sull’immigrazione all’accesso ai servizi pubblici o alla nomina dei giudici.
Per certi versi chi voleva solo attirare l’attenzione del governo ci è riuscito. Già a novembre dell’anno scorso il primo ministro canadese Mark Carney ha firmato un accordo preliminare con la premier provinciale Danielle Smith, che prevede una serie di concessioni: per esempio l’impegno a costruire un oleodotto per rendere più facili ed economici i trasporti del petrolio dall’Alberta all’oceano Pacifico; l’esenzione dell’Alberta dal tetto federale alle emissioni di anidride carbonica; e la possibilità di modificare il divieto che ora impedisce alle petroliere di attraccare sulla costa sud ovest.
Quella di Carney è stata anche una mossa pensata per ridurre la dipendenza del Canada dagli Stati Uniti, un alleato e partner commerciale fondamentale che però negli ultimi anni è diventato sempre più aggressivo. La maggior parte del petrolio canadese infatti ora viene esportato negli Stati Uniti, e l’oleodotto servirebbe ad aprire una nuova rotta verso ovest, il Pacifico e l’Asia.

Il primo ministro canadese Mark Carney e la premier dell’Alberta Danielle Smith, 16 ottobre 2026 (John Ulan/The Canadian Press via AP)
Dall’inizio del suo secondo mandato il presidente statunitense Donald Trump non ha fatto mistero di avere mire espansionistiche sul Canada, che ha ripetutamente minacciato di annettere e trasformare nel «51esimo stato americano». Ha anche avviato una pesante guerra commerciale imponendo dazi alti sulle importazioni.
In Canada la possibilità di entrare a far parte degli Stati Uniti è malvista dalla stragrande maggior parte dell’elettorato, ma una parte del movimento separatista si identifica e si ispira al MAGA, il movimento politico di Trump.
Smith ha indetto il referendum anche per questo, nonostante l’accordo con Carney e nonostante abbia fatto campagna per restare nel Canada. Può sembrare un controsenso ma la sua è una scommessa politica: vuole posizionarsi come politica di destra radicale vicina alle istanze separatiste senza però appoggiare apertamente la separazione rischiando un fallimento personale in caso di sconfitta (che è lo scenario più probabile). È anche un modo per avvicinarsi all’amministrazione Trump, a cui si è sempre mostrata affine.
Tra i comitati che sostengono l’indipendenza dell’Alberta, l’amministrazione Trump e il movimento MAGA i rapporti sono stretti. A gennaio il Financial Times aveva rivelato che dirigenti dell’Alberta Prosperity Project, il principale gruppo separatista, avevano incontrato almeno tre volte funzionari del dipartimento di Stato americano a Washington. Lo stesso avvocato del gruppo, Jeffrey Rath, aveva detto di aver contattato il dipartimento del Tesoro americano per discutere una linea di credito per 500 miliardi di dollari «per sostenere la transizione a un’Alberta libera e indipendente».
Più di recente il quotidiano canadese Globe and Mail ha pubblicato un’inchiesta secondo cui l’Alberta Prosperity Project avrebbe promesso agli Stati Uniti parte delle royalties sul petrolio estratto nella provincia in cambio del sostegno alla campagna per l’indipendenza, tra le altre cose. Il gruppo ha negato, e il dipartimento di Stato ha ridimensionato. Ha detto di incontrare regolarmente «gruppi della società civile» e ha negato di aver preso impegni. Il segretario del Tesoro Scott Bessent però ha definito l’Alberta un «partner naturale» degli Stati Uniti.
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