Negli Stati Uniti i confronti tv fra i candidati stanno passando di moda
È una novità, nel paese che li ha inventati, e riflette trasformazioni più grandi: oggi c'è poco da guadagnarci e molto da perdere
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Durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato statunitensi ci sono stati e sono in programma pochissimi dibattiti televisivi fra i candidati, i confronti in diretta in uno studio televisivo o in un’università nei quali, secondo una consolidata tradizione, chi ambisce a un incarico elettivo presenta e difende la sua visione del mondo, i suoi programmi, le idee proprie e attacca quelle dell’avversario, davanti a uno o più giornalisti che fanno le domande e moderano l’incontro. È una tendenza che va avanti da un po’, e riflette alcune grandi trasformazioni nella politica e nei media.
Secondo un’analisi della rete ABC News solo 15 delle 36 elezioni alla carica di governatore hanno previsto o prevederanno un dibattito da qui al 3 novembre, il giorno delle elezioni. La stessa cosa vale per le elezioni del Senato, in cui si vota per rinnovare 33 seggi, e quelle della Camera, che rinnova tutti i suoi 435: per 21 seggi del Senato non si prevede alcun dibattito fra i candidati.
È una tendenza che riguarda i candidati per qualsiasi tipo di incarico istituzionale e che negli anni si è accentuata: il centro di ricerca e analisi sulla politica interna statunitense Brookings Institution ha notato che nelle 5 elezioni del Senato più competitive degli ultimi 15 anni i dibattiti sono progressivamente scesi da 17 nel 2010 fino a 6 nel 2022.
I motivi di questa tendenza sono tanti e riguardano in generale un calcolo di costi e benefici il cui rapporto è cambiato nel tempo, e quindi in ultima istanza il modo in cui i candidati preferiscono investire tempo ed energie durante la campagna elettorale. I lunghi dibattiti televisivi sono sempre meno seguiti in diretta dalla popolazione, con spettatori che scendono stabilmente. Quello che rimane di un lungo dibattito, quindi, sono le clip e i frammenti che circolano successivamente in tv e sui social media, che riguardano quasi sempre incidenti, attacchi, battute.
A fronte della lunga preparazione che richiedono, quindi, oggi forniscono ai candidati un pubblico sempre minore – in un’epoca in cui non hanno più bisogno della mediazione della tv per raggiungere milioni di persone in una volta sola – e il rischio gratuito di complicare la propria situazione.
A differenza della storia dei dibattiti politici in Italia, negli Stati Uniti i confronti tra i candidati in tv sono stati una parte fondamentale della tradizione politica, e sono considerati da molti anche un pezzo importante delle campagne elettorali e del funzionamento della democrazia: un’occasione rara per ascoltare le idee dei candidati ma anche per osservarli sotto pressione, in diretta, mentre gestiscono una situazione imprevista e potenzialmente si mettono nei guai.
È sempre accaduto, per questa ragione, che i candidati che si considerano in grande vantaggio siano più reticenti a sottoporsi ai confronti televisivi, per evitare di fornire occasioni di rilancio ai propri avversari e cambiare il corso della campagna elettorale. Ma oggi i candidati partecipano sempre meno ai dibattiti pubblici anche nelle elezioni particolarmente competitive: è per esempio il caso di quelle per un seggio al Senato in Texas, che si contendono il Democratico James Talarico e Ken Paxton, l’attuale procuratore generale dello stato, del Partito Repubblicano.
Talarico è dato in lieve vantaggio dai sondaggi e ha più volte invitato – o “sfidato”, a seconda di quanto provocatorio suonasse l’invito ogni volta – Paxton a un dibattito tv, ma questo ha sempre rifiutato. Paxton non ha accettato neanche quando Talarico gli aveva concesso di far organizzare e trasmettere l’incontro sulla rete tv vicina alla destra Fox News, e neanche quando lo stesso presidente Donald Trump aveva spronato Paxton a partecipare al dibattito.
Anche in altri stati, in cui fra i candidati non avviene questo scambio intenso di provocazioni, i dibattiti non vengono organizzati e neanche menzionati dai rispettivi comitati elettorali: non è nemmeno una questione.
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Un televisore di una casa in Idaho che trasmette il dibattito tra la ex vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris e Donald Trump a settembre del 2024 (Natalie Behring/Getty Images)
Il primo dibattito televisivo fra i candidati alla presidenza è anche uno dei più famosi, quello del 1960 fra John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon. Il più importante confronto tv della storia recente, invece, è recentissimo: quello del giugno del 2024 che portò al ritiro della candidatura di Joe Biden a tre mesi dalle elezioni presidenziali. In mezzo ce ne sono stati molti altri e a ogni livello, non solo fra i candidati alla presidenza. Ma è significativo che entrambi questi dibattiti siano memorabili per la pessima performance di uno dei due candidati.
Prima di partecipare a un confronto tv, di solito i candidati si prendono qualche giorno di pausa dalla campagna elettorale, rinunciando a fare comizi e iniziative nelle settimane cruciali che precedono il voto, e si chiudono da qualche parte per affrontare una preparazione accurata e impegnativa. Il candidato deve esercitarsi, simulando il confronto con l’aiuto dei suoi collaboratori e strateghi politici, che lo preparano a rispondere in modo convincente alle possibili domande – che i moderatori non forniscono in anticipo – e alle obiezioni degli avversari.
La preparazione però non assicura affatto il successo nel dibattito: il programma è trasmesso in diretta e le cose che possono andare male sono potenzialmente infinite. I candidati devono stare in piedi per un’ora e mezza abbondante, non hanno un gobbo come durante i comizi elettorali, possono prendere appunti ma non possono portarne sul palco. Possono trovarsi in difficoltà davanti a una domanda inaspettata, perdere il filo del discorso, lasciarsi sfuggire una risposta che finisca per danneggiarli, non rispondere in modo convincente a una provocazione.
L’esempio più emblematico di come un dibattito possa andare malissimo nonostante la preparazione è proprio quello del presidente Joe Biden contro Donald Trump durante la campagna elettorale nel 2024. Per di più Biden era stato quello tra i due che aveva insistito perché il confronto avvenisse al più presto, tanto che si tenne a giugno, molto prima di quanto accade di solito nelle campagne per le presidenziali.
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La crisi dei dibattiti poi riflette anche la più grande crisi dei contenuti di lunga durata, nell’epoca dei brevi video verticali. Questi confronti hanno regole precise di alternanza tra domande, risposte e contro-risposte per ogni candidato, quindi tendenzialmente durano più di un’ora, anche un’ora e mezza. «Viviamo in un mondo in cui le persone si spazientiscono dopo aver guardato qualcosa online per 15 secondi. Quante persone guarderanno davvero un dibattito di un’ora?», ha detto al sito Axios Brett O’Donnell, un consulente Repubblicano specializzato nella preparazione dei dibattiti tv.
La maggior parte degli elettori finisce per vedere quindi solo i singoli spezzoni del dibattito, che circolano online dopo la trasmissione: soprattutto gli scambi più accesi e le risposte più efficaci, o al contrario quelle che mettono in difficoltà un candidato e le potenziali gaffe. È potenzialmente molto facile che l’andamento complessivo del dibattito sia condensato in pochi secondi di qualche clip, e l’obiettivo alla fin fine «non è cercare di vincere, si cerca solo di non perdere. Si cerca di evitare le gaffe», ha spiegato ad ABC News Craig Hennigan, un docente di comunicazione all’Università del Nevada.
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Alcuni candidati invece motivano la loro indisponibilità a partecipare ai dibattiti per questioni di principio. Per esempio la candidata Democratica alla carica di governatrice dell’Ohio, Amy Acton, ha rifiutato l’invito del suo avversario, il Repubblicano Vivek Ramaswamy, perché non vuole concedergli un’occasione pubblica in cui mostrarsi. Lui ha risposto che per questo non è adatta a guidare lo stato.
Altri trasformano le discussioni sulle modalità di partecipazione ai dibattiti in un motivo per attaccarsi. I candidati che si sfidano in Florida per diventare il nuovo governatore, il Democratico David Jolly e il Repubblicano Byron Donalds, hanno litigato per mesi sull’organizzazione dei dibattiti, accusandosi reciprocamente di essere bugiardi e di avere paura del confronto. Alla fine non è stato organizzato nessun dibattito.



