La grande migrazione sopra le nostre teste

È quella che ogni autunno fanno miliardi di uccelli per raggiungere posti lontanissimi e più caldi, con un impareggiabile senso dell'orientamento

Uno stormo di uccelli su Roma (AP Photo/Andrew Medichini)
Uno stormo di uccelli su Roma (AP Photo/Andrew Medichini)
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Da qualche settimana l’Italia è un lontano ricordo per milioni di rondini che ogni anno fanno il nido nel nostro paese. Molte di loro hanno ormai superato il deserto del Sahara, nel loro viaggio verso sud di oltre seimila chilometri che ha compreso una dura traversata del Mediterraneo. La maggior parte trascorrerà l’inverno nel bacino del Congo, nel cuore dell’Africa, ma alcune rondini si spingeranno fino al Sudafrica. Sverneranno in quelle terre calde, prima di affrontare il viaggio a ritroso e tornare in Europa.

Per uccelli che pesano poco più di 20 grammi un viaggio transcontinentale non è un’impresa da poco. Sotto le piume, servono buone scorte di grasso per avere l’energia necessaria a sostenere il volo e muscoli capaci di mantenerlo per lunghi tratti. La migrazione è anche una questione di logistica: trovare i posti giusti per riposare e procurarsi il cibo è essenziale in uno spostamento di migliaia di chilometri. È un’impresa eccezionale, ma non unica.

Ogni autunno miliardi di uccelli lasciano l’Europa per raggiungere l’Africa in una delle più grandi e importanti migrazioni del pianeta. Stesa sul Mediterraneo per oltre mille chilometri, l’Italia è la pista di decollo e atterraggio ideale per centinaia di migliaia di questi uccelli. Alcuni provenienti dal Nord Europa si fermano a svernare nel nostro paese, trovando il nostro inverno mite a sufficienza, altri proseguono verso sud per migliaia di chilometri.

Con il suo piumaggio marrone-grigio olivastro e circa 15 grammi di peso, il beccafico (Sylvia borin) passa spesso inosservato, nonostante nidifichi in buona parte dell’Europa. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno attraversa l’Italia per andare a svernare nell’Africa subsahariana. È ghiotto di fichi, predilezione da cui deriva il suo nome in italiano, e li trova proprio nel periodo giusto per mangiarne in quantità e accumulare grasso prima della partenza. Al di là degli alberi di fico, come faccia di preciso a orientarsi durante il suo viaggio è ancora in parte un mistero.

Un beccafico (Wikimedia)

Lo è in generale per la maggior parte degli uccelli migratori, ma dopo anni di studi gli ornitologi hanno elaborato diverse teorie. Ogni specie ha il suo metodo, ma in generale si ritiene che le risorse più sfruttate siano il campo magnetico terrestre, i riferimenti dati dalla posizione delle stelle in cielo e gli indizi del paesaggio.

Molti uccelli migratori hanno un sistema di “magnetoricezione”, una sorta di bussola interna che contribuisce a percepire il senso della direzione. Gli studi si sono concentrati soprattutto sui criptocromi, proteine presenti nella retina del loro apparato visivo che quando vengono colpite dalla luce possono avviare reazioni chimiche sensibili al campo magnetico. Il meccanismo non è ancora completamente chiaro, ma si pensa che si unisca ad altri sistemi usati per orientarsi in volo.

Gli uccelli migratori usano anche la posizione del Sole e riferimenti geografici, come coste e montagne, per orientarsi. Non è sempre chiaro se riconoscano luoghi già attraversati grazie alla memoria o se riescano a ricavare indicazioni dalla forma del paesaggio, per esempio dalla disposizione delle coste o dall’andamento dei rilievi. I due meccanismi non si escludono a vicenda. Molte specie sembrano essere inoltre fini osservatrici del cielo notturno.

I pettirossi (Erithacus rubecula) e altri passeriformi sono tra i più grandi protagonisti della migrazione autunnale. Molte delle loro popolazioni arrivano in Italia dall’Europa settentrionale e orientale e svernano in buona parte della penisola, mentre solo alcune di loro scelgono di migrare ancora più a sud. Volano per lo più di notte, in modo da sfuggire ai predatori e dedicare parte delle ore di luce alla caccia degli insetti. Da esperimenti condotti in ambienti controllati, come i planetari, è emerso che varie specie di passeriformi imparano a riconoscere il centro attorno a cui le stelle sembrano ruotare (per effetto della rotazione terrestre) e a usarlo come riferimento per i loro spostamenti.

Pettirossi inanellati all’estero e ritrovati in Italia durante le diverse fasi della migrazione autunnale, raggruppate per periodi di cinque giorni (ISPRA)

Secondo gli autori di quegli esperimenti, ripetuti più volte nel corso degli anni, gli uccelli migratori non devono necessariamente seguire una stella particolare, anche perché nel farlo potrebbero confondersi con altri corpi celesti. Usano la loro disposizione e il loro moto apparente per ricavare una direzione, anche in questo caso come se fosse una grande bussola e non una mappa completa del percorso.

Il luì piccolo (Phylloscopus collybita) è un passeriforme davvero minuscolo. Un individuo adulto è lungo in media 11 centimetri e pesa all’incirca 8 grammi e, per quanto possa sembrare impossibile date le dimensioni, alcune sue popolazioni migrano dall’Europa occidentale raggiungendo l’Africa subsahariana. Quelli che si riproducono più a nord e a est percorrono distanze più grandi, spingendosi in alcuni casi fino all’Africa orientale o all’India settentrionale, seguendo percorsi che non li portano necessariamente in Italia. Come per altri passeriformi, ci sono numerose sottospecie di luì piccolo e questo può complicare la ricostruzione dei loro tragitti.

In generale, il metodo di tracciamento più usato e standardizzato consiste nell’applicare alle zampe degli uccelli un piccolo anello con un codice identificativo. Chi li studia o i semplici appassionati in giro per il mondo prendono nota dei codici, del luogo e della data di osservazione, condividendo queste informazioni in registri e piattaforme apposite online. Le segnalazioni di un pettirosso osservato vicino a Stoccolma, qualche mese dopo nel centro della Germania e infine nella pianura Padana possono dare l’idea del tragitto seguito durante la migrazione.

Un luì piccolo (Wikimedia)

Grazie alle osservazioni di uccelli inanellati da parte di migliaia di specialisti e volontari tra il 1906 e il 2003, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ha potuto compilare l’Atlante della migrazione degli uccelli in Italia, una pubblicazione ricchissima di informazioni sulle specie migranti che sorvolano, nidificano o vengono a svernare nel nostro paese. È uno dei più grandi casi di citizen science (o scienza partecipata, che si basa sulla collaborazione di scienziati e cittadini) in Europa e ha permesso di comprendere meglio che cosa succede ogni anno sopra le nostre teste.

I passeriformi non sono comunque gli unici uccelli a migrare, e c’è chi ne approfitta.

Il falco della regina (Falco eleonorae), un rapace che fa il nido in diverse isole del Mediterraneo comprese quelle italiane, si riproduce in estate invece che in primavera e inizio estate come fanno altri rapaci. In questo modo il periodo in cui deve nutrire i pulcini coincide con il passaggio autunnale dei passeriformi migratori. Cattura in volo beccafichi, rondini e altri piccoli uccelli quando la loro concentrazione sul Mediterraneo è maggiore, aumentando in questo modo le probabilità di nutrire e far crescere velocemente i pulcini.

I giovani falchi della regina devono comunque imparare in fretta a diventare autonomi. Tra settembre e ottobre lasciano il nido e affrontano poi da soli il viaggio verso le aree a sud dove sverneranno, come il Madagascar. È un viaggio estenuante di migliaia di chilometri che per molti individui comprende la traversata del Sahara e di altre regioni africane. Prevede più pause e dura di più di quello degli adulti, che viaggiano per conto proprio perché ormai hanno finito di accudire la prole.

Un falco della regina (Wikimedia)

La migrazione del falco della regina e di altri rapaci è stata studiata anche grazie ai sensori GPS applicati ad alcuni individui. È una tecnica più dettagliata dell’inanellamento perché permette di tracciare ogni singolo spostamento, ma sarebbe impraticabile su larga scala. Inoltre, molti uccelli migratori sono troppo piccoli per i sensori, che interferirebbero con i loro movimenti.

Quando osserviamo uno stormo di rondini o di storni in cielo tendiamo a pensare che, una volta radunati, andranno poi tutti nello stesso luogo per superare l’inverno. In decenni di osservazioni si è scoperto che in realtà le rotte seguite variano moltissimo e che sono specifiche per ogni popolazione all’interno di una stessa specie. Le ragioni precise non sono ancora completamente chiare, ma si ipotizza che possano contribuire la storia evolutiva delle singole popolazioni (la migrazione ha una componente genetica) e le condizioni climatiche delle aree di partenza e di arrivo.

Il cambiamento climatico sta modificando anche i tempi della migrazione e della riproduzione. L’aumento delle temperature può anticipare la comparsa degli insetti, mentre gli uccelli non sempre riescono ad anticipare allo stesso ritmo il ritorno nelle aree di nidificazione. Se arrivano quando il cibo è già meno abbondante, possono avere più difficoltà a nutrire i piccoli. Questi disallineamenti possono ridurre il successo riproduttivo e contribuire al declino di alcune popolazioni.

Le coppie di rondini (Hirundo rustica) che nidificano in Italia si sono ridotte di quasi un quarto negli ultimi 25 anni, sia per questioni climatiche sia per la minore disponibilità di insetti e i cambiamenti nelle pratiche agricole. Quelle che saranno riuscite a migrare al sud inizieranno a tornare in Italia a partire dalla fine del prossimo marzo. Per le più longeve sarà una migrazione ormai familiare, in alcuni casi la decima. Per le giovani nate la scorsa estate, invece, sarà il primo viaggio di ritorno.