A Cerignola sono tutti in sciopero contro il carovita
Nella città pugliese i negozi sono chiusi, i supermercati vuoti ed è finita la benzina, ma i blocchi continuano e gran parte della popolazione li sostiene
di Angelo Mastrandrea, da Cerignola
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Cerignola si trova al centro della Capitanata, la vasta pianura nel nord della Puglia, in provincia di Foggia. Ha quasi 60mila abitanti ed è il terzo comune d’Italia per estensione dopo Roma e Ravenna. Ha una delle aree agricole più importanti d’Italia e molte industrie di trasformazione dei prodotti della terra, ed è conosciuta soprattutto per la produzione di olive e di olio. È diventata il simbolo della protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori contro l’aumento del costo del gasolio, che in pochi giorni si è estesa a tutto il Sud Italia.
Il 12 ottobre decine di tir e trattori hanno bloccato le uscite delle due autostrade, la A14 e la A16, e le principali strade della città. Nel giro di pochi giorni allo “sciopero”, come viene definito, ha aderito una buona parte della popolazione. Venerdì 16 ottobre in piazza Duomo c’è stata una manifestazione a cui hanno partecipato alcune migliaia di persone, che portavano striscioni contro l’aumento del prezzo del gasolio e dei costi di produzione agricola, e più in generale contro l’aumento del costo della vita a fronte di stipendi troppo bassi.
In città le attività commerciali sono chiuse, i ristoranti ogni giorno preparano i pasti per i manifestanti, nelle campagne non si lavora e i supermercati hanno esaurito i prodotti alimentari. Non sono stati riforniti per una settimana e le persone hanno fatto scorta di ogni genere di beni per paura di rimanere sfornite. «Sono finite persino le piadine, che qui di solito non compra nessuno», dice una signora davanti a un supermercato Lidl. In una rivendita di gastronomia nel centro della città, una di quelle che preparano da mangiare a chi partecipa ai blocchi, la titolare dice che i furgoni che dovevano portare il cibo fresco non sono riusciti a passare. Spiega che con questo «sciopero» ci stanno rimettendo tutti, ma sono tutti solidali.
All’uscita dell’autostrada Cerignola ovest agricoltori e camionisti fanno passare le auto e bloccano i camion, che vengono fatti accostare lungo la strada. Lo stesso accade all’altra uscita autostradale, e ci sono altri blocchi con camion e trattori anche in città.

Il blocco di agricoltori e camionisti allo svincolo autostradale di Candela, una trentina di chilometri a ovest di Cerignola, il 17 ottobre 2026. (Angelo Mastrandrea/il Post)
I manifestanti dicono di ispirarsi a Giuseppe Di Vittorio, il fondatore della CGIL che nacque proprio a Cerignola in una famiglia di braccianti. «Abbiamo deciso di non lavorare più e di spegnere l’intera città finché dal governo non ci daranno qualche risposta», spiega Vincenzo Pianelli, un agricoltore e autotrasportatore del posto. Le persone che partecipano al blocco denunciano l’aumento generalizzato dei costi di produzione, da quelli dei fertilizzanti alla manutenzione dei mezzi, e la bassa retribuzione per il loro lavoro. Gli autotrasportatori chiedono al governo di far pagare loro il gasolio non a prezzi di mercato, ma con tariffe agevolate come agli agricoltori.
Per strada ci sono pochissime auto perché non c’è più benzina ai distributori. Quello più vicino che ne ha ancora, sull’autostrada Napoli-Canosa ad alcune decine di chilometri di distanza, la vende a 2 euro e mezzo al litro, mentre il diesel supera i 2,7 euro.
Non si lavora neppure nelle campagne e sono chiusi anche gli impianti di trasformazione dei prodotti agricoli. In questo periodo si raccolgono le “Belle di Cerignola”, delle olive verdi da tavola più grandi delle olive comuni e con molta polpa. «Non possono rimanere a lungo sugli alberi perché se no si fanno nere, rischiamo di perdere tutta la produzione», dice Matteo Valentino, ex sindaco di centrosinistra di Cerignola e presidente dell’Associazione pensionati della Confederazione italiana agricoltori (CIA).
Non lavorano neppure i frantoi, che in questo periodo cominciano a macinare le olive per fare l’olio. Gli olivicoltori protestano perché il prezzo dell’olio è calato, mentre sono aumentati i costi per produrlo. Secondo loro la colpa è in parte delle importazioni di olio a basso costo dall’estero, che obbligano i produttori italiani ad adeguarsi a prezzi di mercato inferiori. Per rispondere alle richieste degli agricoltori, la Regione Puglia ha messo a disposizione delle aziende agricole 30 milioni di euro per alleggerire i costi di produzione.
– Leggi anche: Le proteste di autotrasportatori e agricoltori si sono estese a tutto il Sud



