Un film su un vecchio complotto ha fatto infuriare la destra in Corea del Sud
Parla di un attentato negli anni Settanta contro l'allora dittatore, in cui fu uccisa sua moglie, e dei molti sospetti che continua a generare
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In Corea del Sud un film di successo su un assassinio politico negli anni Settanta sta provocando forti polemiche tra politici e attivisti di destra. Le polemiche si sono trasformate in minacce, al punto che alcuni attori hanno dovuto chiedere la protezione della polizia. Il film si intitola The Assassin(s) ed è stato girato da Hur Jin-ho, uno dei più importanti registi sudcoreani.
The Assassin(s) racconta la storia del tentato omicidio del dittatore sudcoreano Park Chung-hee. Avvenne nel 1974, durante la celebrazione pubblica per la liberazione della Corea del Sud dal dominio coloniale giapponese. Park stava tenendo un discorso quando un uomo gli si avvicinò e cominciò a sparare. Park riuscì a proteggersi dietro al podio ma sua moglie, la first lady Yuk Young-soo, fu colpita alla testa. Fu portata via, mentre l’attentatore fu bloccato dagli agenti di sicurezza e Park terminava il suo discorso. Yuk morì poco dopo.
Attorno a quell’omicidio cominciarono a circolare rapidamente teorie e complottismi, alimentati dall’opacità delle indagini e dalla smania di controllo del regime sudcoreano, che si affrettò a chiudere il caso lasciando molte domande senza risposta. A sparare era stato Mun Se-gwang, un uomo di 22 anni coreano ma nato in Giappone. Mun avrebbe agito su istigazione della Corea del Nord.
Il modo in cui avvenne l’omicidio però fu molto rocambolesco. Mun disse di aver rubato la pistola da una stazione di polizia in Giappone e di averla nascosta dentro a una radio. Sarebbe riuscito a entrare in Corea del Sud con un passaporto falso senza destare sospetti, e infine a entrare all’evento in cui parlava Park pur senza avere il pass necessario per l’ingresso.
Molti testimoni dell’omicidio dissero inoltre di aver sentito sparare almeno sette colpi, ma non tutti i bossoli furono trovati. Secondo le indagini Mun sparò quattro colpi, mentre una guardia del corpo di Park ne sparò almeno un altro, uccidendo una studente delle superiori che faceva parte del pubblico. Mun disse di non aver mai sparato alla first lady Yuk, e la polizia non fece mai analisi sul proiettile che la colpì, e che avrebbero potuto rivelare da che pistola era arrivato il colpo. Tutt’oggi non sono pubbliche analisi balistiche su quel proiettile.
Insomma, sul caso sono nati nel tempo numerosi complotti, come per esempio che Mun avesse dei complici mai trovati. La teoria più clamorosa – e mai provata – è che il tentato omicidio sia stato organizzato da Park stesso per far uccidere la moglie.
Il film The Assassin(s) (dove la s del plurale è voluta, e allude all’idea che ci siano stati più assassini) lavora appunto su queste teorie alternative, e racconta di un gruppo di giornalisti e poliziotti intrepidi che cercano di svelare la verità nonostante la brutalità del regime di Park, che vuole insabbiare il caso. Il film non appoggia esplicitamente nessuna teoria, e non dice che Park fece uccidere la moglie, ma fa comunque capire che la versione ufficiale dei fatti sarebbe incompleta.
The Assassin(s) è uscito a settembre ed è uno dei film più visti quest’anno in Corea del Sud, con oltre tre milioni di biglietti venduti al cinema. Ma il modo in cui descrive la figura di Park ha creato polemiche.
Ex generale diventato dittatore, Park governò il paese tra il 1961 e il 1979, quando lui stesso fu ucciso in un attentato della sua polizia segreta. Ancora oggi, a decenni di distanza, la sua figura è controversa: la destra lo considera un padre della patria, la sinistra un dittatore sanguinario.
All’uscita di The Assassin(s), dunque, politici e attivisti di destra si sono rivoltati contro il regista e gli attori. Numerosi parlamentari di destra hanno accusato il regista Hur Jin-ho di aver fatto un film politico per ritrarre Park come un dittatore che orchestrò l’omicidio di sua moglie. Altri hanno chiesto ai festival di boicottarlo. Un politico ha denunciato il regista e la casa di produzione per diffamazione, e il suo partito ha cercato di aprire una commissione d’indagine parlamentare sul film (mossa bloccata dalla sinistra).
Attivisti di destra hanno cominciato a prendere di mira gli attori. Sono state fatte campagne di boicottaggio contro i brand di cui i vari attori sono testimonial, e ci sono state anche minacce fisiche: il cast del film non ha partecipato al Festival di Busan per timore di aggressioni, e il protagonista del film, Yoo Hae-jin, ha ricevuto protezione dalla polizia (Busan è una città portuale della Corea del Sud).
I figli di Park hanno difeso il padre, sostenendo che dopo l’uccisione della moglie fosse distrutto e che non avesse avuto niente a che fare con l’omicidio.



