Sul Ghisallo c’è la storia del ciclismo
È una delle salite più famose al mondo, la cui storia passa per una bolla papale, Coppi-e-Bartali, un museo e delle campane
di Michele Pelacci, da Bellagio
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Agli estremi dell’area geografica nota come triangolo lariano ci sono Como, Lecco e Bellagio. Del triangolo Bellagio è il punto più a nord e sta sul promontorio che divide il lago di Como in due rami. Da Bellagio parte una strada in salita che va verso il colle del Ghisallo. Tanti lo chiamano solo “il Ghisallo” ed è molte cose in una: una strada e una salita, certo, ma anche una chiesa e un museo, e – per tutte queste cose – un importante simbolo del ciclismo e del Giro di Lombardia, che sul Ghisallo ci passa ogni anno.
Tra tutte le classiche monumento, le più importanti gare di un giorno del ciclismo su strada, il Giro di Lombardia è quella col percorso più mutevole. Cambiano sedi di partenza e di arrivo, e quindi salite e percorsi, ma dal 1919 il Ghisallo c’è sempre stato.
Di per sé il Ghisallo è una salita come tante: meno lunga, meno ripida, meno difficile (nel ciclismo essere una salita difficile è un valore) e meno bella di molte altre, anche non troppo distanti. Essendo spesso lontana dall’arrivo del Giro di Lombardia – ovunque sia di anno in anno – ormai è anche raramente decisiva per il risultato finale.
Il Ghisallo è una salita normale, comune. Termina a 758 metri di quota e il versante di Bellagio è quello più impegnativo, da cui salgono il Giro di Lombardia e i tanti ciclisti amatoriali che ci vanno a fare un giro, a volte quasi un pellegrinaggio. Da Bellagio la salita misura 9,3 chilometri, con una pendenza media intorno al 6 per cento: ci sono tratti abbastanza duri, ma altri quasi pianeggianti.
Eppure il Ghisallo è un pezzo di storia del ciclismo, celebrato, visitato. Perfino venerato.
La chiesetta in cima al Ghisallo c’è dal 1623, quindi da ben prima di qualsiasi forma di ciclismo. Già nel 1919 comunque fu associata alla corsa ciclistica. Quell’anno pioveva molto e il ciclista più forte al mondo, Costante Girardengo, si riparò per un po’ sotto al portico della chiesetta «appoggiandosi al muricciolo», scrisse la Gazzetta dello Sport.

Ivan Basso prima dell’ultima tappa del Giro d’Italia del 2006, che partì dal Ghisallo e arrivò a Milano (Tim De Waele/Getty Images)
Da quella prima volta il Ghisallo e la sua chiesetta diventarono una parte sempre più importante del Giro di Lombardia, che in quegli anni aveva partenza e arrivo a Milano e non disdegnava – così come molti ciclisti milanesi fanno ancora oggi – di avventurarsi verso le strade attorno al lago di Como. Ma nell’associazione tra chiesetta e ciclismo ebbe un ruolo anche l’intuizione di don Ermelindo Viganò, parroco di Magreglio (il comune in cui si trova il Ghisallo) a metà del Novecento.
Assistendo negli anni al passaggio della corsa Viganò vedeva i ciclisti farsi il segno della croce quando passavano davanti alla chiesetta del Ghisallo. Così nel 1947 scrisse una lettera a Ildefonso Schuster, l’arcivescovo di Milano, chiedendogli di proclamare la Madonna del Ghisallo, alla quale era intitolata la chiesa, patrona dei «corridori ciclisti». Schuster lo propose al suo superiore, papa Pio XII, che accettò.
Carlo Ballabio, presidente del Gruppo Sportivo Madonna del Ghisallo, che si prende cura della chiesetta, racconta che papa Pio XII era un grande appassionato di ciclismo. In particolare era tifoso di Gino Bartali, soprannominato “Gino il pio” per la sua fede cattolica. Pio XII scrisse quindi una bolla papale in latino che designò la Madonna del Ghisallo patrona dei ciclisti.
Con un piccolo problema: ai tempi del latino non c’erano biciclette e quindi nemmeno ciclisti: fu scelto di chiamarli birota viatorum, cioè “viaggiatori su due ruote”.
I birota viatorum della Visma Lease a Bike, una delle squadre più forti al mondo, si fermano a visitare il museo del Ghisallo, due giorni prima del Giro di Lombardia del 2026
La bolla papale – che in realtà era probabilmente un breve pontificio, un documento un po’ meno solenne – fu pubblicata il 13 ottobre 1949. Un anno prima Pio XII aveva benedetto e acceso una fiaccola di bronzo alta un metro e mezzo, che fu portata da alcune automobili accompagnate da ciclisti del Giro d’Italia fino al colle del Ghisallo. Arrivò il 17 ottobre del 1948 e gli ultimi due che pedalarono assieme alla fiaccola potreste averli intuiti, visto il periodo: furono Fausto Coppi e Gino Bartali, che lesse l’atto di consacrazione.
Le due biciclette usate da Coppi e Bartali per quella “staffetta” divennero i primi cimeli ciclistici che la chiesetta del Ghisallo conservò al proprio interno. Oggi ce ne sono tantissimi: una bici di Alfonsina Strada, tante maglie donate da ciclisti famosi, gonfaloni dell’Ottocento della Milano Società Velocipedistica, l’ultima bici usata da Fabio Casartelli, a bordo della quale cadde e morì in Francia nel 1995.
Ci sono anche oggetti molto particolari, e altri continuano ad arrivare. C’è un rosario fatto con la catena di una bicicletta, ma anche un sasso che colpì un tifoso dopo che la ruota della bici di Fausto Coppi lo fece schizzare via sul passo Sella, durante il Giro d’Italia del 1953. Quel tifoso raccolse il sasso, lo conservò per decenni e prima di morire lo donò alla chiesetta del Ghisallo: è un oggetto che la dice lunga sul genere di cose e di storie che si possono trovare sul Ghisallo, e dice molto anche della fama di Coppi all’epoca.
– Leggi anche: L’ultimo Giro d’Italia vinto da Fausto Coppi, nel 1953
Gli oggetti donati divennero così tanti che nella chiesetta non ci stavano più. Tra gli anni Ottanta e Novanta si pensò quindi di costruire un museo per poterne esporre il maggior numero possibile: fu infine aperto nel 2006. È ancora lì, a una ventina di metri dalla chiesetta, ed è uno dei più noti musei del ciclismo al mondo.
Ma sul Ghisallo non ci sono solo chiesetta e museo. Ci sono statue o busti di personaggi legati al mondo del ciclismo: il giornalista Emilio Colombo, i ciclisti Fiorenzo Magni e Alfredo Binda, don Ermelindo Viganò e il suo successore Luigi Farina, l’ex direttore del Giro d’Italia (e di Lombardia) Vincenzo Torriani, e gli immancabili Coppi e Bartali.

I busti di Bartali, Coppi e Binda fuori dalla chiesetta della Madonna del Ghisallo, il 10 ottobre 2026 (il Post)
Ci sono poi targhe con frasi del giornalista Sergio Zavoli e una statua che raffigura due ciclisti, uno esultante e l’altro sconfitto. È forse il monumento più appariscente e fotografato, perché molto vicino a un punto panoramico sul lago di Como e sui monti delle Grigne. La targa sottostante riporta un breve testo del giornalista Bruno Raschi:
… poi Dio creò la bicicletta perché l’uomo ne facesse strumento di fatica e di esaltazione, nell’arduo itinerario della vita. Su questo colle essa è diventata monumento all’epopea sportiva della nostra gente, che sempre è stata aspra nella virtù, dolce nel sacrificio.

Le statue dei due ciclisti che rappresentano la vittoria e la sconfitta, sul colle del Ghisallo, il 10 ottobre 2026 (il Post)
Il busto più vicino al museo è quello di Magni, che tra gli anni Quaranta e Cinquanta era il terzo ciclista più forte al mondo dopo Coppi e Bartali. Magni era toscano, ma dal 1975 si trasferì a Monticello Brianza, nell’attuale provincia di Lecco.
Carola Gentilini, direttrice del museo del Ghisallo, e Antonio Molteni, presidente della fondazione che gestisce il museo, hanno detto al Post che senza Magni non sarebbe mai esistito il museo: il suo intervento fu fondamentale per ottenere il finanziamento di Regione Lombardia che ne permise la costruzione, nei primi anni del Duemila.
Torniamo quindi al museo. È su tre piani, ha più di 250 maglie esposte, oltre 120 bici e circa 12mila visitatori all’anno, la metà dei quali stranieri. Ospita mostre temporanee, presentazioni di libri e vari eventi. La collezione più importante è quella delle maglie rosa, il simbolo del primato del Giro d’Italia: ce ne sono più di 60, la più antica è del 1935 e negli ultimi anni la collezione è diventata così famosa che i vincitori di recenti Giri d’Italia sono venuti di persona a portare una delle loro. Lo ha fatto, tra gli altri, Tom Dumoulin, vincitore del Giro d’Italia del 2017 che quest’anno era a bordo strada, sul Ghisallo, a seguire il Giro di Lombardia.
Ci sono bici moderne e altre di oltre un secolo fa, c’è una sala video con ore di filmati e pure una biblioteca con libri consultabili su richiesta. Chi lavora nel museo – altre due donne, oltre a Gentilini, e tantissimi volontari – ama particolarmente una bici del 1938 appartenuta a Bartali: sul manubrio ha incastonata un’effigie della Madonna del Ghisallo.

La direttrice del museo del Ghisallo Carola Gentilini indica l’effigie della Madonna nel manubrio della bici di Bartali (il Post)
All’interno del museo del Ghisallo, nel giorno del Giro di Lombardia, viene trasmessa la gara. Tante persone si radunano al bar e la guardano lì finché i ciclisti non arrivano all’inizio della salita verso la chiesetta, quando ci si sposta a bordo strada per vedere dal vivo i corridori. Quando passano i primi ciclisti in vetta al Ghisallo suonano le campane.
È una tradizione che iniziò don Viganò ed è diventato uno dei suoni più famosi del ciclismo. Transitare per primi in cima al Ghisallo è prestigioso: c’è un premio apposta ed è un’emozione che «non si scorda mai», dice l’ex ciclista Michele Bartoli. Oggi non c’è più un campanaro: le campane sono automatizzate e vengono suonate con un pulsante, premuto da un membro del Gruppo Sportivo Madonna del Ghisallo.
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