La Corte d’appello di Milano ha confermato che l’ex ILVA di Taranto dovrà chiudere entro la fine di ottobre

Lo stabilimento dell'ex ILVA di Taranto, nel 2017 (Vincenzo Livieri - LaPresse)
Lo stabilimento dell'ex ILVA di Taranto, nel 2017 (Vincenzo Livieri - LaPresse)

La Corte d’appello di Milano ha rigettato anche la seconda richiesta fatta da Acciaierie d’Italia, la società proprietaria dell’ex ILVA di Taranto, per sospendere la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, decisa dalla stessa Corte alla fine di luglio e confermata con il rigetto della prima richiesta di sospensione a inizio settembre. Acciaierie d’Italia ha provato a chiedere due volte la sospensione della chiusura dato che è in attesa del giudizio definitivo della Corte di Cassazione: per il 20 ottobre infatti è prevista l’udienza che potrà confermare o annullare la decisione della Corte d’appello di chiudere l’area a caldo.

Concretamente significa che comunque l’ex ILVA dovrà chiudere entro il 28 ottobre perché non può produrre niente senza l’area a caldo, che è la parte più importante dell’intero impianto ma è anche molto inquinante. La chiusura avrà delle grosse conseguenze per i lavoratori, che con ogni probabilità finiranno tutti in cassa integrazione (ce ne sono già in buona parte), per tutte le aziende dell’indotto, ma anche per il progetto di vendita dello stabilimento da parte del governo.

L’ex ILVA è l’impianto siderurgico più grande d’Italia: a seguito delle molte decisioni giudiziarie che ne hanno ordinato la chiusura per il suo impatto ambientale (la prima fu del 2012) e dei molti prestiti pubblici, è in amministrazione straordinaria dello Stato italiano, che da tempo sta provando a venderla ad aziende private, senza successo. La chiusura rende ancora più difficoltose le trattative. Ad agosto un gruppo di aziende italiane si era offerto di comprare tutti gli stabilimenti dell’ex ILVA esclusa l’area a caldo, ma la vendita non si è ancora concretizzata.