Si può chiedere a un medico di eseguire una condanna a morte?
Negli Stati Uniti è considerato un paradosso etico, ma la sua presenza potrebbe limitare sofferenze come quelle inflitte a Christa Pike
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A Nashville, Tennessee, il giorno dell’esecuzione della sua condanna a morte, il 30 settembre 2026, la cinquantenne statunitense Christa Pike non è morta. Ha scontato però un’altra pena, non prevista e non stabilita da un tribunale, perché è sopravvissuta alle due iniezioni letali che avrebbero dovuto ucciderla, con grande dolore ed esiti molto critici. Dal carcere di massima sicurezza in cui si trovava è stata trasportata in ospedale con possibili danni cerebrali. Venerdì i suoi avvocati hanno detto che è incosciente, è attaccata a un respiratore e ha subito lesioni importanti a entrambe le braccia.
In passato era già successo negli Stati Uniti che delle esecuzioni di condanne a morte venissero interrotte. Il caso di Pike è però piuttosto eccezionale e le cause dell’insuccesso della procedura non sono chiare. Un’ipotesi è che i farmaci fossero scaduti, e quindi il loro effetto fosse meno potente. L’ipotesi principale, avanzata dagli avvocati di Pike, è che i funzionari del carcere incaricati di somministrare i farmaci utilizzati per le iniezioni letali, che non sono medici, abbiano sbagliato a posizionare l’ago nel braccio e abbiano iniettato i farmaci nel corpo invece che nella vena.
Le principali associazioni dei medici vietano infatti loro di assistere alle esecuzioni, perché sarebbe incompatibile con il loro impegno professionale. L’American Medical Association (AMA), la più grande associazione di medici, ricercatori e studenti di medicina degli Stati Uniti, stabilisce che «in quanto membro di una professione dedita a preservare la vita quando vi è speranza di farlo, un medico non deve partecipare a un’esecuzione legalmente autorizzata».
Nel caso in cui sia necessario prestare cure mediche a una persona priva di sensi durante un’esecuzione, l’AMA ammette di somministrare le cure solo a patto che la pena sia stata sospesa o annullata. È il caso di Pike: la pena era già stata sospesa quando i medici sono intervenuti per prestarle soccorso e provare a salvarle la vita.
È difficile dire se il coinvolgimento diretto di un medico avrebbe impedito che l’esecuzione di Pike fosse «non soltanto inefficiente, ma anche crudele e atroce», come l’ha definita il suo avvocato, Randy Spivey. È una questione che negli Stati Uniti è dibattuta da anni e pone diversi dilemmi e paradossi etici.
Il caso di Pike è poi diverso da altri casi noti di complicazioni procedurali che hanno portato a sospendere le esecuzioni della pena di morte negli Stati Uniti. Come ha scritto in un comunicato il Death Penalty Information Center, un’organizzazione non profit che si oppone alla pena di morte e tiene un registro aggiornato di tutti i casi, Pike è stata la prima persona nella storia delle esecuzioni capitali a sopravvivere dopo essere stata sottoposta all’iniezione letale. «Questo tentativo fallito è il peggiore che abbiamo mai visto, diverso da qualsiasi altra esecuzione maldestra dell’era moderna», ha detto la direttrice dell’organizzazione, Robin M. Maher.

La stanza dei testimoni delle condanne a morte nel carcere di San Quentin, in California (Eric Risberg/AP)
Pike è sopravvissuta dopo due dosi di pentobarbital, un sedativo molto potente che rallenta l’attività del sistema nervoso centrale e che in dosi massicce provoca la morte. In passato per esempio alcune esecuzioni erano state sospese perché il personale incaricato non era stato in grado di individuare la vena della persona condannata. È ragionevole supporre che la presenza e la collaborazione di un medico durante le esecuzioni potrebbe quantomeno ridurre il rischio di queste complicazioni, e quindi di inutili sofferenze fisiche e psicologiche.
A maggio si era molto parlato di un’altra esecuzione fallita in Tennessee: quella di Tony Carruthers, un uomo di 57 anni condannato a morte per un triplice omicidio commesso nel 1994. Le persone che dovevano posizionare la flebo per l’infusione dei farmaci letali non erano riuscite a trovare una vena per l’iniezione, e dopo un’ora e un quarto di tentativi falliti e di punture su braccia, piedi e spalla di Carruthers, l’esecuzione era stata sospesa.
Anche una delle ipotesi citate per spiegare il fallimento dell’esecuzione di Pike descrive un tipo di complicanza probabilmente più facile da evitare per un medico che per una persona senza competenze. Secondo alcuni testimoni, durante l’iniezione Pike ha aperto gli occhi e ha detto che sentiva come se il braccio «stesse per esplodere». È una descrizione compatibile con un caso di stravaso di farmaci endovenosi, cioè la fuoriuscita del liquido dalle vene nei tessuti circostanti. Vorrebbe dire che non tutto il farmaco è entrato in circolazione, come ha detto a Newsweek Joel Zivot, anestesista e professore della Emory University, e questo spiegherebbe perché Pike sembrava sotto l’effetto del farmaco ma è sopravvissuta.
A parte l’aspetto etico, il principale argomento di chi è contrario al coinvolgimento dei medici nelle esecuzioni è che le competenze non bastano a evitare le complicanze. Un medico può fare poco per evitarle nel caso del farmaco scaduto, un’ipotesi resa plausibile dal fatto che per gli stati che praticano la pena di morte è difficile reperire farmaci a questo scopo. Alcuni utilizzano sostanze prodotte dalle farmacie galeniche e molto meno controllate.
Alcuni casi mostrano inoltre che le esecuzioni possono fallire anche se a somministrare l’iniezione sono persone con esperienza. Nel 2024, in Idaho, il personale incaricato delle esecuzioni ne sospese una dopo aver punzecchiato inutilmente per quasi un’ora Thomas Creech, un uomo di 73 anni condannato nel 1983 per cinque omicidi (è ancora oggi uno degli otto condannati a morte nell’Idaho). Il direttore del dipartimento penitenziario dello Stato si difese dall’accusa di incompetenza del personale segnalando che era composto da volontari che, secondo il protocollo, dovevano avere almeno tre anni di esperienza medica.
Negli ultimi mesi diversi giornali hanno scritto anche di un medico effettivamente coinvolto nelle esecuzioni in Tennessee, incluse quelle fallite di Carruthers e di Pike (nel caso di Pike solo come supervisore, secondo la tv locale WVLT8). Si chiama Mark Fowler, ha 69 anni e ha studiato medicina all’università del Tennessee negli anni Novanta, dopo una breve carriera da avvocato difensore d’ufficio. Come ha scritto il Guardian ad agosto, «è un caso rarissimo di medico che si è offerto volontario per partecipare alle esecuzioni e la cui identità è diventata pubblica». I pochi medici che partecipano alle esecuzioni lo fanno nell’anonimato, protetti da leggi sul segreto professionale, ma il direttore di un carcere dello Stato si era fatto scappare il nome di Fowler.
Nel caso di Carruthers, dopo i tentativi inutili dei funzionari di trovare una vena periferica, Fowler era intervenuto per posizionare un catetere venoso centrale, uno strumento più complesso di una flebo comune (utilizzato soprattutto per terapie a lungo termine). Ma anche lui aveva fallito. Quello di Fowler è però un caso piuttosto isolato, e quindi non basta a dimostrare che durante le esecuzioni le competenze mediche, di qualsiasi medico, sarebbero superflue in senso assoluto.
Il coinvolgimento dei medici rimane, sotto l’aspetto etico, una questione molto difficile da risolvere, che ricorda – ma fino a un certo punto – i dilemmi dei medici che accettano di lavorare a bordo ring negli sport da combattimento. Alcune associazioni difendono il loro lavoro, sostenendo che chi combatte lo farebbe con o senza i medici a bordo ring. Altre associazioni di medici e ricercatori obiettano che la semplice presenza di un medico in un combattimento potenzialmente mortale conferisce invece un’aria di legittimità a comportamenti inaccettabili sul piano medico ed etico.



