La tragedia del true crime
Il nuovo libro di Altrecose racconta le storie di quattro condannati per omicidio, tra cui quella del suo autore, riflettendo sulla popolarità del genere
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John J. Lennon sta scontando una pena di oltre vent’anni nel carcere di massima sicurezza di Sing Sing, vicino a New York. Nel 2001 era un giovane spacciatore che aveva abbandonato gli studi: uccise un suo complice, fu arrestato e poi condannato. In carcere riprese a studiare, seguì un corso di scrittura e cominciò a pubblicare articoli parlando delle sue esperienze su importanti riviste e giornali come il New Yorker, l’Atlantic ed Esquire.
E ha scritto La tragedia del true crime, il nuovo libro pubblicato da Altrecose, dove racconta le storie di quattro condannati per omicidio, compresa la sua. Storie che sono insieme terribili, letterarie, e rivelatrici di mondi e percorsi unici. Lo fa senza nessuna indulgenza per sé né per gli altri protagonisti del libro, ma senza limitarsi ai crimini commessi e alle biografie precedenti, seguendo anche cosa è successo dopo le condanne: in carcere, sui giornali e in tv, che a distanza di decenni continuano a raccontare gli autori degli omicidi unicamente per quelle azioni.
Esce il 14 ottobre in libreria, ma le persone abbonate al Post possono già acquistarlo in prevendita, con spedizione gratuita, e riceverlo a casa in anteprima.
La “tragedia” del titolo sta, secondo l’autore, proprio nella popolarità contemporanea del genere true crime e nella contraddizione che crea tra il nostro auspicare che i condannati vengano reinseriti nella società una volta scontata la pena e il volerli al tempo stesso riportare e ridurre ossessivamente al loro crimine. Lo spiega lui stesso nell’introduzione, ripensando a un programma tv che lo mise di fronte a Chris Cuomo, giornalista e fratello di Andrew, l’allora governatore dello stato di New York.
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Oggi il true crime è ovunque. Ci sono libri e podcast, sia di tipo narrativo che basati sul dibattito, e programmi televisivi che a un certo punto mi hanno completamente assorbito, su canali come Oxygen, che dal 2017 trasmette contenuti true crime a tempo pieno. Anche le piattaforme di streaming sono della partita: per esempio una serie Netflix, I Am a Killer, intervista in carcere persone condannate per omicidio. La mia ex moglie Danielly – come milioni di donne americane – guarda per ore programmi true crime sensazionalistici. E ogni sera, prima di addormentarsi, appende un minuscolo campanellino al pomello della porta d’ingresso per accorgersi se un intruso prova a entrare in casa.
Cosa può dirci il fatto che una grossa fetta di americani si addormenta ascoltando storie di omicidi? Quali sono le conseguenze del voler mettere in luce l’oscurità umana? Aumenta il nostro desiderio di punizione? Il true crime ostacola il lavoro di autori, attivisti, riformatori e responsabili politici che si occupano di giustizia penale? Il continuo tornare a raccontare omicidi avvenuti decenni fa rafforza l’idea che noi detenuti dobbiamo restare dove siamo? Se oggi in molte città americane i tassi di omicidio sono i più bassi da generazioni, perché così tante persone non si sentono al sicuro? Perché il true crime mette in scena soprattutto violenza tra bianchi, quando le pene comminate dal sistema penale americano colpiscono in modo sproporzionato le persone di colore?
Nonostante ciò che è diventato oggi, il genere true crime ha le sue radici nella letteratura. A sangue freddo, il romanzo-saggio che Truman Capote pubblicò nel 1966, è un’opera d’arte che offre un ritratto sensibile di due assassini, Perry Smith e Richard Hickock. Nel 2000 Emmanuel Carrère, scrittore e giornalista francese, pubblicò L’avversario, considerato il corrispettivo francese di A sangue freddo, incentrato sulla storia di un assassino di nome Jean-Claude Romand. A differenza di Capote, che nella sua narrazione resta invisibile, Carrère scrive in prima persona. Nelle pagine iniziali dell’Avversario racconta che cosa stava facendo con la sua famiglia proprio nelle ore in cui Romand uccideva cinque membri della propria. La sua scrittura mi ha affascinato.
Chi può raccontare con più onestà le nostre storie? Cuomo? Capote? Carrère? O forse io? Io ci vivo, con gli uomini di cui scrivo in questo libro. Porto addosso il loro stesso stigma e, ahimè, capisco quello che hanno fatto più di qualunque altro narratore di true crime. Ma anche solo pensare che io possa riuscirci, che un assassino possa diventare il narratore affidabile delle storie di altri uomini che hanno ucciso, sembra inverosimile. Sono pieno di difetti – il mio ego esuberante, il complesso di inferiorità che lo alimenta – ma spero che, mettendo a nudo le mie mancanze e le mie vulnerabilità, riuscirò ad aprire un varco per entrare nella mente degli uomini che descrivo.
Racconterò per intero la storia di tre uomini condannati per omicidio, intrecciandola in parte anche con la mia. Tornerò sui nostri rispettivi passati e sui delitti che abbiamo commesso, e mi concentrerò su quello che siamo diventati, esplorando i nostri conflitti interiori e il modo in cui cerchiamo di vivere vite più dense di significato pur facendo i conti con quelle che abbiamo portato via. Nel true crime classico chi uccide viene ridotto quasi del tutto a quegli aspetti della sua personalità che presumibilmente spiegano cosa l’ha spinto a uccidere. La saga si esaurisce nella fase del delitto e della pena, mentre quella è solo una metà della storia. Io ritengo che la parte dell’esistenza vissuta in carcere dopo il delitto sia interessante e importante tanto quanto l’altra parte, quella che stava andando a rotoli già prima del delitto.
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Nell’estate del 2019 è andata in onda su HLN la terza stagione di Inside Evil. Comprendeva quattro puntate dedicate a persone che avevano commesso un omicidio: tre uomini e una donna, tutti bianchi. Il primo episodio di due ore parlava di un serial killer che, secondo HLN, aveva assassinato più donne di Jack lo Squartatore. Poche settimane dopo l’intervista con Chris Cuomo, quel detenuto si è impiccato nel braccio della morte di San Quintino, dove era in attesa dell’esecuzione. Poi Cuomo parlava con un giovane che in Texas aveva ucciso a tredici anni la sorellina di quattro; stava scontando una pena di quarant’anni. Nella terza puntata intervistava una donna che era in carcere da più di trent’anni per una vendetta: da adolescente, insieme ad alcuni amici, aveva ucciso un uomo che aveva cercato di violentare una sua amica, nella regione degli Ozarks.
La mia puntata era il finale di stagione: «Il killer scrittore».
L’ho guardata in tv nella mia cella di Sing Sing, la stessa in cui erano state fatte alcune delle riprese. L’hanno guardata anche altri del mio piano, che avevano visto i trailer della puntata. Durante le pause pubblicitarie accostavo l’orecchio alle sbarre per cogliere eventuali commenti su di me, preoccupato all’idea che qualcuno potesse aver conosciuto E. (così l’autore chiama la sua vittima nel libro, su richiesta della famiglia). La puntata si apre con Cuomo che parla con il pubblico ministero: «Questa serie si intitola Inside Evil. Il delitto di cui parleremo stasera rientra nella definizione di “male”?» chiede Cuomo.
«Nel 2001 quell’uomo era l’incarnazione del male», risponde il pubblico ministero. «Come sia adesso non saprei dirglielo».
Per quanto Cuomo me ne rendesse merito, ho capito molto presto che la storia del mio omicidio, commesso quasi vent’anni prima, era stata considerata adatta a Inside Evil solo grazie alla carriera di scrittore che mi ero costruito in carcere. Per gran parte della puntata ci sono io che spiego a Cuomo il mio vecchio stile di vita criminale: l’infanzia in una casa popolare a Brooklyn, poi Hell’s Kitchen, l’ammirazione per i Westies e la spiegazione di come sono arrivato a uccidere un uomo che veniva dal mio stesso quartiere di case popolari. Mentre racconto i dettagli, sullo schermo le riprese della nostra intervista sono alternate a scene di ricostruzione della sparatoria in penombra, con figure senza volto. Viene mostrata la mia foto segnaletica, con un primissimo piano sui miei occhi arrossati dalla droga. Poi Cuomo passa a raccontare la storia fuori campo. La scena che ricostruiva la notte dell’omicidio ho faticato a guardarla. Una figura scura che rappresentava me premeva al rallentatore il grilletto dell’AR-15, i colpi partivano dalla canna, i bossoli venivano espulsi dalla camera di scoppio: questa scena ritorna più volte nel corso della puntata, che dura un’ora. Ormai non riesco più a separare queste immagini dai miei ricordi reali di quella notte. Nella mia testa si è mescolato tutto.
Per il suo programma, Cuomo ha intervistato anche la sorella di E. Le ultime parole che le avevo sentito pronunciare risalivano al giorno della mia condanna, quando aveva citato William Ernest Hocking: «Solo l’uomo che ha in sé abbastanza bene da sentire la giustezza della pena può essere punito». Questa citazione da allora la porto con me. E adesso la guardavo piangere in televisione dalla mia cella, ancora schiacciata dal dolore che le avevo causato.
Cosa avrà pensato guardandomi in quel programma? Uno spara a tuo fratello, getta il corpo nella baia, poi cerca di sfangarla al processo, e ora in carcere sarebbe pure diventato una specie di scrittore di successo? Era ovvio che la disgustassi. Ma perché stavamo rivivendo quel trauma – così personale, così privato – in un programma televisivo di true crime? Sono stato io a mettere in moto tutto questo e a espormi all’attenzione del pubblico, prima diventando uno scrittore e poi accettando di partecipare all’episodio. Se me l’avessero chiesto allora, avrei risposto che avevo accettato perché pensavo di avere una storia di riscatto da raccontare. Ero troppo orgoglioso di quello che ero diventato, meno lucido nel giudicare il mio passato.
Probabilmente Cuomo mi ha trattato con maggiore correttezza rispetto a quanto avrebbero fatto molti altri conduttori. Del resto, una rappresentazione accurata della mia vita deve includere anche la parte oscura. Il programma mi ha fatto riflettere molto sulle storie che circolano riguardo ai colpevoli di omicidio, su come le narrazioni semplicistiche e i dettagli sensazionalistici finiscano per sfruttare tanto il condannato quanto la vittima. È stato corretto da parte degli autori affrontare le storie narrate nella serie avendo deciso a priori che il tema centrale dovesse essere il male? A me avevano insegnato che un giornalista deve avvicinarsi a una storia con la mente aperta e scoprirne il cuore dopo aver scavato nel materiale, nei personaggi.
Qualche settimana dopo che Cuomo era venuto a intervistarmi, avevo parlato con Jing, una delle autrici di HLN. Mi aveva detto che non era d’accordo su come avevano gestito la faccenda, ma che certe decisioni non spettavano a lei. Non mi ero ancora reso conto di quanto le mie due identità si fossero intrecciate: l’essere un assassino influenzava profondamente la mia scrittura giornalistica perché mi permetteva di conoscere cose a cui gli altri giornalisti non avevano accesso, mentre l’essere un giornalista mi spingeva a comprendere meglio il mio reato e il motivo che mi aveva spinto a commetterlo. Nel corso degli anni, scrivere questo libro e immergermi nella vita delle persone di cui parlo mi ha aperto gli occhi su tutto questo e su tanto altro.
«La tua collega mi ha mentito perché vedeva in me l’assassino», avevo detto a Jing. «Ma farò vedere a tutti voi che, in realtà, quello con cui stavate parlando era il giornalista».
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John J. Lennon – che si chiama effettivamente così – è autore di articoli pubblicati da New York Review of Books, dal New York Times Magazine, dal New Yorker, dall’Atlantic, da Esquire. Per due volte è stato finalista ai National Magazine Awards. La tragedia del true crime è il suo primo libro. La traduzione è di Federica Aceto, la postfazione è di Stefano Nazzi.
Altrecose è il progetto editoriale del Post in collaborazione con Iperborea dedicato a libri che raccontano e spiegano la realtà. La tragedia del true crime sarà nelle librerie dal 14 ottobre, ma le persone abbonate al Post possono già acquistarlo in prevendita sul sito, con spedizione gratuita, e riceverlo a casa prima dell’uscita.



