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  • Lunedì 28 settembre 2026

È il giorno della sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni

La pronuncerà la Corte d'Assise di Roma, a più di dieci anni da quando il ricercatore italiano fu sequestrato, torturato e ucciso in Egitto

La Corte d'Assise nell'aula Occorsio del tribunale di Roma, dove pronuncerà la sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni, 28 settembre 2026 (Laura Fasani/il Post)
La Corte d'Assise nell'aula Occorsio del tribunale di Roma, dove pronuncerà la sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni, 28 settembre 2026 (Laura Fasani/il Post)
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Lunedì mattina, al tribunale di Roma di piazzale Clodio, è iniziata l’udienza in cui la Corte d’Assise pronuncerà la sentenza di primo grado nel processo sul sequestro e sull’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016. Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, sono entrati alle 9:15 in aula, accompagnati dall’avvocata Alessandra Ballerini. Appena dopo l’inizio dell’udienza, intorno alle 10:15, i giudici l’hanno rinviata alle 18 e sono andati in camera di consiglio per decidere.

Fuori dal tribunale Ballerini ha ringraziato i giornalisti e il “popolo giallo”, i sostenitori e le sostenitrici della campagna “Verità e giustizia per Giulio Regeni”, e ha detto che «siamo qui oggi nonostante questo faticosissimo percorso a ostacoli, in salita. In pochi avrebbero scommesso che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza. Tutto quello che il regime poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto. Però questa famiglia è forte e resistente. I Regeni hanno combattuto per noi e se oggi i nostri diritti valgono un po’ di più è merito loro».

Da sinistra: Gianni Cuperlo, Claudio Regeni, Alessandra Ballerini, Paola Deffendi, Irene Regeni e, parzialmente coperta, Elly Schlein, con lo striscione davanti al tribunale, Roma, 28 settembre 2026 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Prima dell’udienza si è presentata anche la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che segue il processo Regeni da tempo. Nell’aula gremita c’erano anche il deputato del PD Gianni Cuperlo e l’europarlamentare del PD Annalisa Corrado. Le prime file erano occupate da persone che indossavano magliette e spille gialle.

La sentenza arriverà dopo dieci anni e mezzo di depistaggi, tensioni diplomatiche, intoppi processuali e una mobilitazione civile con pochi eguali in Italia.

Gli imputati sono quattro agenti dei servizi di sicurezza interni egiziani e, come è avvenuto per tutto il processo, nemmeno oggi si sono presentati in aula. Sono formalmente irreperibili perché l’Egitto si è sempre rifiutato di fornire all’Italia i loro indirizzi a cui recapitare gli atti processuali. Il processo era iniziato a ottobre del 2021 ed era poi stato sospeso: si è infine potuto svolgere nel 2024, grazie a un’importante sentenza della Corte costituzionale dell’anno prima.

Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori di Giulio Regeni, arrivano nell’aula Occorsio accompagnati dall’avvocata Alessandra Ballerini. Dentro all’aula ci sono varie persone che indossano spille e braccialetti gialli con la scritta “Verità e giustizia per Giulio Regeni”, che salutano subito la famiglia Regeni. Roma, 28 settembre (Laura Fasani/Il Post)

Il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi, e il generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono accusati di sequestro di persona pluriaggravato. Sharif deve rispondere anche di lesioni personali aggravate e di omicidio aggravato, in concorso con altre persone mai identificate. Per lui la procura di Roma ha chiesto la condanna all’ergastolo, per gli altri tre 17 anni e sei mesi di carcere.

Il governo italiano si è anche costituito parte civile al processo e l’avvocatura di Stato ha chiesto agli imputati un risarcimento di due milioni di euro, perché con il sequestro e l’uccisione di Giulio Regeni è stato leso anche il diritto dello Stato di proteggere i propri cittadini anche all’estero. Se dunque la Corte d’Assise dovesse condannare gli imputati anche solo per un capo d’imputazione, potrebbe essere chiamato a rispondere dei danni anche l’Egitto, dal momento che gli imputati sono funzionari pubblici.

In caso di condanna definitiva, inoltre, l’Italia dovrebbe chiedere all’Egitto di eseguirla: è assai improbabile che succeda, ma la richiesta stessa avrebbe inevitabili conseguenze diplomatiche.

Giulio Regeni era nato il 15 gennaio 1988 a Fiumicello Villa Vicentina, un piccolo comune in provincia di Udine, in Friuli Venezia Giulia, a pochi chilometri dal confine con la Slovenia. Dal 2014 era un dottorando dell’università di Cambridge, in Inghilterra, ed era arrivato per la prima volta in Egitto nel settembre del 2015 per una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti.

Scomparve la sera del 25 gennaio 2016. Le indagini ricostruirono che il cellulare di Regeni si agganciò alla cella della fermata metropolitana Dokki, la più vicina a casa sua, vicina a piazza Tahrir, la principale del Cairo. Doveva incontrare quella sera Gennaro Gervasio, un professore diventato suo amico. Gervasio provò a chiamarlo più volte, senza successo. Fu lui ad avvertire le autorità italiane, che per alcuni giorni chiesero alla famiglia di Regeni di mantenere la riservatezza sulla scomparsa di Giulio.

Regeni fu trovato morto il 3 febbraio lungo la strada che dal Cairo porta ad Alessandria, sul cavalcavia Hazem Hassan. Era nudo dalla vita in giù e reso irriconoscibile dalle torture. Aveva le costole rotte, fratture ovunque, denti rotti, bruciature di sigaretta qua e là sul corpo, lesioni alla testa, al volto, alle gambe e sulle piante dei piedi. L’autopsia stabilì poi che le lesioni erano state provocate in momenti diversi, con bastoni, coltelli e mazze, e che Regeni era morto per la frattura di una vertebra cervicale. Fu quindi torturato per giorni e poi ucciso.

Persone che indossano spille e braccialetti gialli in sostegno a Giulio Regeni salutano Paola Deffendi e Claudio Regeni (Laura Fasani/il Post)

Sua madre, Paola Deffendi, raccontando di quando vide il corpo per la prima volta, disse che «era Giulio, ma non era Giulio», da quanto era stato sfigurato. Anche l’ex ambasciatore italiano in Egitto Maurizio Massari, che riuscì a vedere Regeni in obitorio al Cairo, disse che non aveva mai visto niente di simile.

Le autorità egiziane cercarono di far passare l’uccisione di Regeni prima come un incidente stradale, poi come un omicidio avvenuto nel corso di una relazione omosessuale, poi come un regolamento di conti tra trafficanti di droga. I tentativi di depistaggio furono molti, tanto che durante la requisitoria del 23 giugno scorso il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha detto che «questo è stato un processo contro la menzogna e le ricostruzioni artificiose».

Una delle più clamorose risale a marzo del 2016, quando l’Egitto annunciò di aver risolto il caso e che i colpevoli erano quattro membri di una banda criminale: erano stati tutti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, dunque nessuno poteva dare la sua versione. In casa di uno dei componenti del presunto gruppo criminale furono trovati i documenti di Regeni: solo in seguito fu appurato che erano stati posizionati lì da qualcun altro.

– Leggi anche: L’ostruzionismo dell’Egitto sul caso di Giulio Regeni va avanti da anni

Secondo quanto ricostruito dalla procura di Roma fu invece un leader del sindacato dei venditori ambulanti, Mohammed Abdallah, a denunciare le attività di Regeni ai servizi segreti interni egiziani. Fu sempre Abdallah a filmare i suoi incontri con Regeni per conto dei servizi all’inizio del 2016. Quei filmati furono poi acquisiti dagli investigatori italiani e rivelarono i contatti di Abdallah con i servizi, fornendo una prova importantissima al processo. Si possono vedere anche nel documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, distribuito nei cinema italiani lo scorso febbraio e disponibile online su Sky e NOW.

I faldoni del caso Regeni in aula (il Post)

Per via delle sue ricerche Regeni aveva molti contatti con i sindacati egiziani e con attivisti antigovernativi: è possibile che i servizi egiziani si fossero convinti, a torto, che Regeni fosse una spia, o che la sua attività di ricerca con i sindacati potesse essere in qualche modo pericolosa e destabilizzante per il regime.

Gli investigatori italiani riuscirono a risalire ai componenti dei servizi anche grazie ai testimoni reperiti da Ballerini. Questi testimoni permisero di ricostruire che Regeni dopo il sequestro era stato portato a Lazoughly, un edificio del ministero dell’Interno al Cairo dove i detenuti venivano torturati.

I vari tentativi di depistaggio indussero a un certo punto il governo italiano a richiamare in Italia l’ambasciatore Massari. Nell’agosto del 2017, dopo circa un anno di assenza e in seguito a una maggiore collaborazione da parte della procura di Giza, il governo Gentiloni nominò però un nuovo ambasciatore in Egitto, Giampaolo Cantini. Nel tempo l’Italia e l’Egitto hanno ripreso i rapporti. A inizio settembre il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha incontrato il suo omologo egiziano, Badr Abdelatty, per firmare due accordi di cooperazione: su X Tajani ha scritto che «Italia ed Egitto hanno rapporti politici solidi. Vogliamo trasformarli sempre più in crescita e investimenti per i nostri cittadini».

– Leggi anche: L’eccezionalità del processo sull’omicidio di Giulio Regeni