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Su come in italiano le formule di cortesia possano essere tutt'altro che cortesi, e in altre lingue nemmeno esistano

Un cliente ritira il suo ordine nel fast food In-N-Out Burger, a Los Angeles (Adam Lau/AP)
Un cliente ritira il suo ordine nel fast food In-N-Out Burger, a Los Angeles (Adam Lau/AP)
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A bambine e bambini piccoli viene spesso insegnato che esistono delle parole magiche. In italiano sono “per favore” o “per piacere”, in inglese please, in spagnolo por favor, in francese s’il te plaît e in tedesco bitte. Ma in diverse lingue nordiche – svedese, finlandese, danese e islandese – una formula che corrisponda precisamente al “per favore” manca.

Non significa che in quelle culture ci sia meno cortesia. Di solito per esprimerla si usano modi verbali e frasi interrogative come «ti dispiacerebbe…?» o «saresti così gentile…?», oppure si aggiunge nella richiesta la parola “grazie” (tack in svedese, takk in norvegese e islandese, tak in danese e kiitos in finlandese). In generale, quindi, le formule equivalenti al “per favore” non sono necessarie per essere cortesi e anche nelle lingue in cui il “per favore” c’è non è sempre funzionale a questo scopo.

In linguistica le locuzioni come “per favore” e “per piacere” sono dette marcatori di cortesia. Quando i marcatori di cortesia diventano convenzionali e ripetitivi, possono indebolirsi e portare a una ridotta percezione di cortesia sincera da parte dell’ascoltatore. Questo processo è detto routinizzazione.

Donald Trump consegna un ordine a un cliente di un McDonald

Donald Trump consegna un ordine a un cliente di un McDonald’s durante la campagna elettorale per le presidenziali, a Feasterville-Trevose, Pennsylvania, il 20 ottobre 2024 (Evan Vucci/AP)

Può succedere, e anzi succede piuttosto spesso, che quelle formule acquisiscano altre funzioni in nuovi contesti d’uso, contrarie rispetto a quelle tradizionali: un fenomeno definito rovesciamento pragmatico. Da marcatori di cortesia diventano formule per attenuare ordini perentori o persino rafforzare atti scortesi, quando per esempio sono usate in espressioni di disaccordo, risposte sarcastiche o aggressive ed esclamazioni di sdegno o incredulità, quasi sempre precedute dalla congiunzione avversativa “ma” («Ma per favore!»).

In una ricerca del 2019 condotta da Chiara Fedriani, docente di glottologia e linguistica all’università di Genova, su una vasta raccolta di testi italiani pubblicati su piattaforme, blog e forum online, “per favore” risultò il marcatore nettamente più diffuso, seguito da “per piacere” e “per cortesia”. Quando era usato per esprimere cortesia, era collocato perlopiù all’inizio o comunque nella prima parte della frase, come se il parlante volesse fin da subito dichiarare l’intenzione di ammorbidire la richiesta. Quando invece il “per favore” esprimeva disaccordo, era alla fine. Rispetto alle altre formule, “per piacere” era usato più spesso come marcatore di disaccordo (il 52 per cento dei casi) che di cortesia.

Il rovesciamento pragmatico vale anche per le formule di cortesia di altre lingue, come per esempio le parole inglesi please, sorry, I’m afraid e well. È per esempio il caso di please quando a pronunciarlo è l’arbitro di sedia durante i tornei di tennis per invitare il pubblico a fare silenzio prima del servizio di un giocatore o di una giocatrice. In questo caso, più che esprimere cortesia, la funzione del please è smorzare la perentorietà di un ordine.

L’arbitra di sedia Marijana Veljovic rivolta verso uno dei tennisti

L’arbitra di sedia Marijana Veljovic durante la finale maschile degli US Open tra il tedesco Alexander Zverev e lo statunitense Ben Shelton, a New York, il 13 settembre 2026 (Adam Hunger/AP)

L’uso di “per favore” in italiano ha una storia relativamente recente: prima del Novecento non era una formula diffusa. Luigi Pirandello fu tra i primi autori a usarla con frequenza come marcatore di cortesia. In epoche precedenti, per mitigare le richieste, si utilizzavano invece perifrasi formate da verbi come “pregare” o “chiedere”, e da varie espressioni deferenti (“di grazia”, per esempio).

Il rovesciamento pragmatico delle formule di cortesia è un buon esempio di cambiamenti linguistici che, dice Fedriani, emergono studiando l’evoluzione della lingua nel corso dei decenni e dei secoli. È possibile che anche la diffusione della comunicazione online, contraddistinta da registri informali e spesso dall’anonimato, abbia avuto un ruolo nel rovesciare la funzione tradizionale delle formule di cortesia. Perché con le interazioni online sono aumentate verosimilmente anche le occasioni in cui le persone usano formule come “per favore” in modo sarcastico o per contestare l’interlocutore, e in generale per avviare scontri verbali che di persona avrebbero evitato o gestito in modi meno polemici.

L’allora principessa ereditaria e attuale regina di Danimarca Maria Elisabetta ascolta una bambina

L’allora principessa ereditaria e attuale regina di Danimarca Mary Elizabeth ascolta una bambina in un negozio di Lego durante una visita a Varsavia, in Polonia, il 13 maggio 2014 (Alik Keplicz/AP)

L’usura delle formule standard di cortesia è comunque precedente alla diffusione di Internet, e potrebbe avere incentivato l’uso di strategie alternative, soprattutto nel parlato. Una delle più frequenti è il cosiddetto imperfetto attenuativo (o di cortesia, appunto), usato per attenuare richieste che all’indicativo suonerebbero impositive («Volevo un’informazione su…»), o per smorzare l’urgenza di un messaggio («Volevo dire che…»).

Ma ci sono varie altre strategie, che oggi sono spesso percepite come più spontanee e più efficienti rispetto alle formule standard: «anche più univoche, perché chiaramente fanno solo quella cosa lì, non esprimono anche il contrario», spiega Fedriani. Le lingue nordiche prive di un marcatore standard corrispondente a “per favore” adottano normalmente strategie alternative e sono in un certo senso meno esposte al rischio di usura delle parole di cortesia: «se una formula non c’è, chiaramente è difficile che si routinizzi e che poi assuma altre funzioni».

Due bagnanti ordinano del cibo in spiaggia

Due bagnanti ordinano del cibo in spiaggia ad Avalon, California (Jae C. Hong/AP)

In un’ampia ricerca del 2009 su un insieme di testi inglesi tradotti in svedese, la linguista Karin Aijmer analizzò le traduzioni della parola inglese please, che in svedese non ha un equivalente. Quando il please esprimeva cortesia era tradotto con var så god (letteralmente “sii buono” o “sii gentile”): è la formula di cortesia svedese più comune e versatile, e corrisponde al “prego” italiano, usato principalmente per offrire qualcosa, per rispondere a un ringraziamento o per formulare un invito («prego, si accomodi»).

Ma il please cortese era tradotto anche in altri modi, con avverbi dubitativi o parole (tack) che, in altri contesti, possono significare anche “grazie”. E quando il please era usato nella sua funzione rovesciata, cioè per attenuare ordini e divieti o esprimere disaccordo, era tradotto in altri modi ancora e mai con var så god.

In generale, la cortesia si ottiene «attraverso la combinazione di diverse risorse e costruzioni linguistiche», spesso presenti insieme, dice Fedriani. E tra queste non c’è necessariamente “per favore”, nemmeno nelle lingue che dispongono di uno specifico marcatore di cortesia, come l’italiano.

Barack Obama sorride al bancone mentre guarda i menu in alto

L’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama ordina del cibo da Arthur Bryant’s, un famoso ristorante BBQ di Kansas City, in Missouri, il 29 luglio 2014 (Jacquelyn Martin/AP)

L’uso delle formule di cortesia dipende infine anche dal contesto culturale, che può cambiare moltissimo da un paese a un altro.

In un libro del 2007 sulle storie personali di dodici persone bilingui in Australia, un ricercatore di origini cinesi e singaporiane, Jock Wong, raccontò una delle differenze secondo lui più marcate tra la cultura anglosassone e quella da cui lui proveniva. Nella cultura cantonese le formule di cortesia sono utilizzate perlopiù per tenere le distanze, e possono creare formalità inopportune in contesti di intimità.

Mentre in Australia l’utilizzo di parole inglesi come please è del tutto normale anche in contesti familiari, scrisse Wong, nella Cina sudorientale usare le parole che esprimono cortesia può invece sottintendere l’intenzione di considerare l’interlocutore ngoi yen, un “esterno”. Infatti una delle formule cantonesi per esprimere cortesia, hak hei, è composta da una parola traducibile come “ospite”. E per questo motivo i cantonesi evitano di usarla eccessivamente con chi considerano zigei yen, “intimo”.

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