Il ritrovamento dei presunti resti di d’Artagnan fu una cosa goffa e dilettantesca

Il New York Times ha raccontato i maldestri scavi in una chiesa dei Paesi Bassi, e i bisticci tra l'archeologo e il diacono che li condussero

Lo scavo aperto nel pavimento all'interno della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Wolder, un quartiere di Maastricht, nei Paesi Bassi, 25 marzo 2026 (Piroschka van de Wouw/Reuters)
Lo scavo aperto nel pavimento all'interno della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Wolder, un quartiere di Maastricht, nei Paesi Bassi, 25 marzo 2026 (Piroschka van de Wouw/Reuters)
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All’inizio dell’anno il ritrovamento di uno scheletro nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nel piccolo quartiere di Wolder, alla periferia ovest di Maastricht, nei Paesi Bassi, aveva provocato un certo entusiasmo. Si ipotizzava infatti che i resti appartenessero al conte francese a cui si ispirò Alexandre Dumas per il personaggio di d’Artagnan nei Tre moschettieri. Ma è venuto fuori che gli scavi furono assai maldestri e dilettanteschi, tanto che l’archeologo che li aveva guidati finì in carcere, anche se soltanto per alcune ore.

Le autorità cittadine sostengono che mancassero i permessi necessari per scavare nella chiesa. Gli studiosi che hanno analizzato i resti dicono poi che il modo in cui sono stati recuperati potrebbe averli danneggiati, e che non è certo che si tratti davvero di d’Artagnan.

Il New York Times ha intervistato Wim Dijkman, l’ex archeologo comunale e curatore museale in pensione residente a Maastricht, che ha raccontato di essere stato il primo ad aver avuto l’idea di iniziare gli scavi. Ha detto che il progetto di scavare per ritrovare lo scheletro del conte era partito nel 2000, dopo aver parlato con Odile Bordaz, una studiosa francese tra le maggiori esperte della figura storica di Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, vissuto in Francia nel Seicento.

Dijkman dice che fu Bordaz a rivelargli che uno dei misteri ancora irrisolti attorno alla figura del conte era il suo luogo di sepoltura e che, secondo le sue ricerche, poteva trovarsi nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Per Dijkman trovare lo scheletro divenne una sorta di missione, la grande scoperta con cui avrebbe voluto concludere la carriera e farsi ricordare.

– Leggi anche: A Maastricht c’è fibrillazione per il ritrovamento di uno scheletro

Nel 2024, una volta in pensione, parlò del suo progetto ai responsabili della chiesa, che lo appoggiarono. In particolare fu il diacono Jos Valke a sostenerlo, ma emersero subito grossi ostacoli, come la mancanza dei permessi necessari e i costi altissimi dell’operazione. Come scrive il New York Times, i vertici della chiesa – che avevano istituito un’associazione non profit con altre persone del quartiere per condurre le ricerche – disponevano solo di 4mila euro, mentre un gruppo di ricerca serio ne avrebbe richiesti tre volte tanto. Valke però era determinato, convinto che, in caso di ritrovamento, avrebbero potuto aprire un museo e risanare così le finanze della chiesa.

Le ricerche partirono in modo legale, passando il metal detector sul pavimento della chiesa, senza scavare. I problemi cominciarono con gli scavi: Dijkman e Valke sostengono che non sapevano fossero necessari dei permessi specifici e nelle varie interviste si sono accusati a vicenda, rimpallandosi la responsabilità e fornendo delle versioni discordanti un po’ su tutto.

Una terza persona, Thomas Samek, medico coinvolto nelle ricerche sia per le sue competenze mediche che per la conoscenza del personaggio, ha smentito entrambi rivelando al New York Times che gli scavi furono condotti in segreto, appositamente per non attirare attenzioni. La grossa voragine nello spazio davanti all’altare fu infatti coperta con delle assi di legno e poi con un tappeto per nasconderla ai fedeli durante la messa, mentre gli scavi furono fatti quando in chiesa non c’era nessuno.

Lo scavo nel pavimento della chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Maastricht, nei Paesi Bassi (Piroschka van de Wouw/Reuters)

Le ossa furono ritrovate a marzo del 2026 e per recuperarle furono fatte delle scelte discutibili: per dirne una, la terra e i detriti estratti negli scavi furono nascosti dentro a un armadio della chiesa. Per Valke si trattava di materiale che, in futuro, avrebbero potuto rivendere. Dijkman mise poi le ossa in dei sacchetti di plastica e portò tutto a casa sua. La versione ufficiale fu che non volevano che gli addetti alle pulizie buttassero via qualche resto per sbaglio.

Il comune in seguito disse che lo scavo iniziale non aveva seguito le procedure standard per questo genere di operazioni e «di conseguenza una notevole quantità di informazioni archeologiche è andata irrimediabilmente perduta». A maggio l’Università di Monaco, alla quale la squadra aveva inviato i resti per analizzarli, aveva detto inoltre che «poiché l’origine, il campionamento e la documentazione di quel materiale non sono stati effettuati o verificati nell’ambito della ricerca in corso, non possono servire come base affidabile per rispondere al quesito di ricerca».

A complicare il riconoscimento dei resti c’è poi il fatto che quelli che oggi sono considerati i discendenti di d’Artagnan potrebbero non essere effettivamente imparentati con lui, e quindi la ricerca potrebbe essere falsata. 

Il coinvolgimento delle università e di enti esterni in ogni caso non era mai andato molto a genio a Dijkman, che ci teneva a continuare a far parte dello studio e a ottenere il riconoscimento che credeva gli spettasse. Quando l’università di Monaco concluse i suoi studi sulle ossa, l’archeologo le andò a prendere di persona temendo che potessero essere danneggiate durante il trasporto. Quando gli fu chiesto di restituirle però si rifiutò di farlo.

«Ho pensato: se gli dai tutto, possono tenerti fuori da tutto», ha detto Dijkman al New York Times. Il 20 maggio le autorità arrestarono Dijkman per alcune ore, finché non disse che avrebbe riconsegnato le ossa. Non fu formalmente incriminato. Anche Valke a sua volta fu interrogato dalla polizia per alcune ore.

I risultati dell’università di Monaco sul DNA non sono ancora stati diffusi, ma nel frattempo altre università stanno conducendo delle ricerche: secondo la Saxion University of Applied Sciences di Deventer, lo scheletro apparteneva a un uomo vissuto tra il 1500 e il 1900, morto a 62 anni, che in vita aveva avuto una dieta ricca di pesce. Quest’ultimo dettaglio è quello che sta creando più dubbi sull’identità dei resti trovati, visto che il conte d’Artagnan nacque lontano dalla costa.