In Iran i camion non riescono a sostituire le navi
Per aggirare il blocco navale statunitense il paese ha dirottato il commercio su strada, ma da solo non basta
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Per aggirare il blocco navale imposto dagli Stati Uniti, il regime iraniano negli ultimi mesi ha dirottato una grossa parte del suo commercio su strada. Prima della guerra l’80 per cento dei commerci iraniani – a partire dal petrolio, la sua maggiore esportazione – viaggiava via mare, dove i costi sono molto ridotti, ma ora deve trovare altre vie.
L’estensione e la varietà dei suoi confini hanno permesso all’Iran di attutire le conseguenze dello strangolamento economico statunitense: Pakistan, Afghanistan e Turkmenistan lo collegano a est e soprattutto alla Cina, il suo principale partner commerciale; Turchia e Iraq a ovest.
Ma non del tutto: chiusure improvvise dei valichi, una mole di traffico molto al di sopra di quella che gli uffici doganali riescono a gestire, corruzione e costi molto più elevati stanno rendendo difficili gli scambi e aggravando la già altissima inflazione interna.
Prima di tutto c’è il problema delle attese. I camionisti che percorrono le principali tratte commerciali via terra dicono di rimanere bloccati ai confini anche decine di giorni, in alcuni casi semplicemente a bordo strada, in code lunghe chilometri, senza strutture adeguate dove riposare e rifocillarsi.

Una fila di camion al confine tra Afghanistan e Iran, agosto 2026 (Saifurahman Safi/Xinhua/ABACAPRESS.COM)
Poi c’è l’imprevedibilità del contesto. La scorsa settimana per esempio l’Iraq ha chiuso due importanti valichi di confine in risposta agli attacchi contro l’Arabia Saudita partiti dal territorio iracheno, dove sono attive milizie filoiraniane. Hanno riaperto giorni dopo, ma l’attesa è problematica per chi trasporta merci deperibili, e in ogni caso aumenta i costi.
E infine la corruzione. Alcuni camionisti hanno raccontato che le autorità doganali del Pakistan hanno iniziato a chiedere fino a 10mila dollari per permettere un passaggio, una cifra altissima. Il ministero degli Esteri pakistano ha negato che si tratti di tasse ufficiali.
A minacciare il commercio via terra ci sono anche le sanzioni secondarie statunitensi, che l’amministrazione di Donald Trump ha detto di voler imporre ai governi che hanno legami commerciali o finanziari con l’Iran. Per il momento non lo ha fatto (anche perché per esempio nel caso della Cina sarebbe una grana per gli stessi Stati Uniti), ma se dovesse procedere i canali di comunicazione del regime con l’esterno si restringerebbero ulteriormente. Ha però emesso sanzioni dirette a singole società: per esempio alcune compagnie di logistica turche, accusate di aiutare il regime a trafficare armi, tra le altre cose.
Oltre che sui costi, le difficoltà di trasporti hanno conseguenze sulla quantità e varietà di prodotti che si possono trovare in Iran, che sono sempre più ridotte. La questione pesa in particolare sui beni di prima necessità, che in teoria dovrebbero essere esenti dal blocco navale. Molte aziende di trasporti sono restie a prevedere tratte verso l’Iran anche quando commerciano beni legittimi, consapevoli dell’alto rischio di imprevisti. Quelle venditrici sono disincentivate perché le restrizioni bancarie rendono difficile ricevere i pagamenti.
Secondo Hadi Ahmadi, portavoce dell’Associazione dei farmacisti iraniani, mancano attualmente in Iran almeno 800 prodotti farmaceutici, di cui 90 considerati essenziali e salvavita. Circa 400 sono normalmente prodotti internamente, segno che a mancare sono proprio le materie prime.
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