Oriana Fallaci prima dell’11 settembre
Dopo vent'anni dalla morte è ricordata soprattutto per la sua svolta anti Islam, ma fu molto altro
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La giornalista italiana Oriana Fallaci morì il 15 settembre del 2006, venti anni fa e circa cinque anni dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti, con una fama che fu molto condizionata dalla sua reazione a quell’evento. Oggi Fallaci è infatti spesso citata e celebrata da esponenti e pensatori di destra e centrodestra per gli attacchi durissimi che fece non solo al terrorismo islamico ma all’Islam nel suo complesso e all’immigrazione in Europa.
Prima di allora, però, Fallaci aveva avuto una lunga e rispettata carriera da giornalista, autrice e intellettuale femminista e progressista. Fu una delle prime donne di fama internazionale a fare giornalismo di guerra, i suoi libri vennero tradotti in ventuno lingue e realizzò alcune delle interviste politiche più citate del Novecento, arrivando a incontrare persone che in quegli anni erano considerate praticamente inavvicinabili dalla stampa. Quando morì, il Los Angeles Times la definì «la giornalista a cui praticamente nessun personaggio internazionale avrebbe detto di no».

Oriana Fallaci a Città del Messico, nel 1968 (AP Photo)
L’11 settembre del 2001 Fallaci si era ritirata da tempo dalla carriera giornalistica, ma decise di tornare a scrivere sul Corriere della Sera proprio per commentare gli attacchi, con un lunghissimo articolo intitolato “La rabbia e l’orgoglio”, in cui dava all’intero mondo islamico la colpa dell’accaduto e accusava l’Europa di non avere il coraggio di opporvisi: divenne prima un saggio omonimo e poi una trilogia di libri d’opinione sul tema. Quelle posizioni le attirarono critiche altrettanto dure da parte di intellettuali, associazioni islamiche e gran parte della sinistra italiana.
È una posizione per cui viene ricordata ancora oggi. Lo scorso 29 giugno, anniversario della sua nascita, il quotidiano Libero l’ha ricordata come «la bussola della destra». Varie giunte, quasi sempre di destra, le hanno intitolato strade e piazze a Pisa, Arezzo e Genova. Nel 2022 il consiglio comunale di Livorno bocciò una mozione di Fratelli d’Italia e Lega che chiedeva di fare lo stesso: la consigliera del Partito Democratico Cristina Lucetti spiegò il voto contrario dicendo che «troviamo non accettabile essere portatori di intolleranze e Oriana purtroppo lo è stata».
Per chi leggeva i suoi articoli e i suoi libri, la reazione di Fallaci all’11 settembre e le sue posizioni intolleranti furono una sorpresa destabilizzante. Fallaci infatti era la giornalista italiana più affermata a livello internazionale e, sebbene non si fosse mai detta esplicitamente di destra o di sinistra, aveva portato avanti battaglie femministe e aveva avuto una celebre storia d’amore con Alexandros Panagulis, uno dei leader della resistenza greca alla dittatura dei colonnelli.
Fallaci era nata nel 1929, a Firenze, in una famiglia antifascista. A 14 anni, durante l’occupazione tedesca della città, Fallaci diventò staffetta partigiana con il nome di battaglia “Emilia”, portando in bicicletta messaggi e armi ai compagni del padre.
Aveva sempre detto di voler fare la scrittrice: cominciò dalla cronaca nera per il quotidiano fiorentino Il Mattino dell’Italia centrale, e nel 1951 passò all’Europeo, uno dei settimanali più prestigiosi dell’epoca, dove fu impiegata su temi che allora erano ritenuti adatti a una donna: spettacolo e mondanità. Fece interviste a Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Totò e Anna Magnani, e un reportage su Hollywood che diventò il suo primo libro di successo: I sette peccati di Hollywood.
Negli anni Sessanta cominciò a costruirsi una reputazione diversa. Nel 1961 pubblicò Il sesso inutile, nato da una serie di reportage sulla condizione delle donne in Oriente e Medio Oriente. Poi si fece mandare dall’Europeo alla NASA, in California e in Texas, per raccontare da vicino come si preparavano gli astronauti: ne uscirono altri due libri, Se il sole muore e Quel giorno sulla Luna.
Gli anni che la resero una delle giornaliste più famose al mondo furono però quelli tra il 1967 e il 1974. Fallaci chiese e ottenne di essere inviata in Vietnam, diventando l’unica giornalista italiana al fronte: ci tornò più volte fino alla fine della guerra, raccontando bombardamenti, interrogatori e la vita quotidiana a Saigon.
Nel 1968, mentre si trovava a Città del Messico per coprire delle manifestazioni studentesche, venne coinvolta nella repressione delle proteste da parte dell’esercito: morirono centinaia di persone e Fallaci fu ferita da tre colpi d’arma da fuoco. Inizialmente venne creduta morta e portata all’obitorio, dove si accorsero invece che era ancora viva.

Oriana Fallaci viene portata in ospedale, a Città del Messico (AP Photo/RF)
Sempre in quel periodo cominciò a intervistare alcuni leader della politica internazionale. Il suo metodo era meticoloso: preparava le interviste per mesi, studiando ogni discorso pubblico e ogni biografia, e le strutturava quasi come interrogatori, con domande pensate per spiazzare l’intervistato, spesso con toni a cui non erano abituati. Oltre che sull’Europeo e sul Corriere della Sera, queste interviste uscivano regolarmente su riviste anglofone rispettate come Life, Look e il New York Times Magazine: farsi intervistare da lei, soprattutto per i politici fuori dall’Occidente, significava raggiungere un’enorme platea di lettori in Europa e Stati Uniti.
Tra queste interviste ce ne sono due che tuttora vengono considerate le più rilevanti della sua carriera. La prima è quella con l’ayatollah Ruhollah Khomeini, del settembre del 1979. Khomeini era stato per anni il principale oppositore religioso dello scià Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo sovrano dell’Iran, e aveva passato quasi quindici anni in esilio. Al momento dell’intervista era tornato in Iran da pochi mesi ed era diventato la Guida suprema della neonata Repubblica islamica. Per le donne iraniane erano appena cominciate le restrizioni sull’abbigliamento e sui diritti che sarebbero diventate permanenti negli anni successivi.
Fallaci fu la prima giornalista occidentale a ottenere un colloquio con lui, e per farlo dovette indossare il chador, un abito molto coprente che avvolge tutto il corpo e lascia scoperto soltanto il viso. A un certo punto dell’intervista, Khomeini le disse che chi non gradiva l’abito islamico non era obbligato a indossarlo. Fallaci, allora, se lo tolse, dicendogli che era molto gentile da parte sua, e che visto che lo diceva lui si sarebbe tolta immediatamente «questo stupido cencio medievale». Khomeini uscì dalla stanza, ma accettò di riprendere l’intervista il giorno dopo.
La seconda è quella con Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente statunitense Richard Nixon e principale artefice della politica estera degli Stati Uniti negli anni Settanta. Kissinger era notoriamente restio a concedere interviste, ma accettò: disse poi di averlo fatto perché gli era piaciuta quella che Fallaci aveva fatto al generale nordvietnamita Võ Nguyên Giáp. Si incontrarono nel novembre del 1972, mentre erano in corso i negoziati di pace con il Vietnam del Nord.
Nel corso della conversazione Kissinger definì «inutile» la guerra in Vietnam, che gli Stati Uniti stavano ancora combattendo, e disse di avere più stima dei generali vietcong che di quelli del Vietnam del Sud, loro alleati. Il momento più discusso fu però quello in cui Fallaci gli chiese come spiegasse la sua enorme popolarità, e lui si paragonò a un cowboy solitario che entra in città a cavallo e affronta i pericoli da solo: nei giorni successivi uscirono decine di vignette che lo raffiguravano così, e l’immagine gli rimase associata per anni.
Nixon la prese male e per settimane si rifiutò di ricevere Kissinger, minacciando di licenziarlo. Kissinger per parte sua disse che quell’intervista era stata «la cosa più stupida» della sua vita e la conversazione più disastrosa che avesse mai avuto con un giornalista. Nel 1974 Fallaci raccolse queste e altre interviste, ventisei in tutto, nel libro Intervista con la storia.
In Italia, nel frattempo, Fallaci si era costruita un’immagine di icona femminista e progressista, soprattutto dopo la pubblicazione di Lettera a un bambino mai nato, nel 1975. Il libro, un monologo rivolto a un feto e dal tono lontanissimo da quello delle sue interviste, raccontava la storia di una donna in bilico tra il desiderio di diventare madre e quello di mantenere il proprio lavoro e la propria indipendenza, e riprendeva la sua esperienza personale con una serie di aborti spontanei.
Il libro uscì in uno degli anni più accesi del dibattito italiano sull’aborto, che in Italia era ancora un reato punibile con il carcere. La legge 194, che avrebbe decriminalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza, sarebbe arrivata solo tre anni dopo, nel 1978. Lettera a un bambino mai nato vendette moltissimo e diventò uno dei testi più presenti in quel dibattito, perché raccontava la maternità come una scelta e non come un dovere.
Tra le critiche che ricevette molti anni dopo, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, ci furono anche quelle dei movimenti femministi italiani. In “La rabbia e l’orgoglio” accusò le femministe di averla insultata invece di ringraziarla per aver «spianato la strada» e per aver dimostrato «che una donna può fare qualsiasi lavoro», e le rimproverò di non manifestare mai davanti alle ambasciate dell’Afghanistan, dell’Arabia Saudita o di altri paesi musulmani.



