Il film che ha vinto il Leone d’oro è una strana scelta
E non è l'unica della giuria della Mostra del cinema di Venezia di quest'anno
di Gabriele Niola
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Quella di Woman Unknown di May el-Toukhy è stata una vittoria che nessuno alla Mostra del cinema di Venezia si aspettava. È stata annunciata nella serata di premiazione dopo che per tutto il giorno si erano rincorse voci diverse, e non capita quasi mai che a poche ore dall’annuncio dei premi la stampa non abbia alcuna idea di chi vincerà. È successo perché è stata un’edizione piena di film “da Leone d’oro” ma anche perché la giuria ha preso una decisione molto insolita, sfruttando un cavillo del regolamento.
Sabato infatti Woman Unknown ha vinto anche la Coppa Volpi per la miglior attrice, Mathilde Arcel. Secondo il regolamento della Mostra però un film non può vincere due premi, a meno che non vinca il Leone d’oro e uno dei premi agli attori, ma in questo caso serve che la giuria prenda la decisione all’unanimità, e che il direttore del festival la approvi. Motivo per cui capita molto di rado.
Senza contare che le giurie cercano sempre di premiare quanti più film è possibile, per accontentare tutti i giurati. Anche per ragioni di nazionalità. È noto che i giurati spingono sempre per i film del proprio paese.
Non è ancora chiaro come mai a differenza del solito quest’anno non fossero trapelate informazioni affidabili sui premi, ma di solito quando avviene è perché la giuria fatica a prendere una decisione fino all’ultimo, o rivede la decisione presa più volte per contrasti interni. Contrariamente a quello che si può pensare infatti non si decidono i vincitori premio per premio, ma la giuria prima di tutto decide quali sono i film che vinceranno un premio e poi quali premi assegnargli. Questo perché la lista dei premiati deve essere pronta il venerdì mattina, così che la Biennale possa contattare i vincitori e questi abbiano il tempo di arrivare a Venezia entro il sabato sera, per la premiazione.
Quest’anno è sembrato a lungo che il film sudcoreano di Lee Chang-dong Possible Love dovesse essere il vincitore del Leone d’oro. È stato molto apprezzato e ha tutte le caratteristiche del film che di solito vince il Leone d’oro. Parla di precarietà e differenze di classe e ha una scrittura di alto livello, grandi interpretazioni e un tipo di regia sofisticata e ricercata, con alcuni spunti di eccezionale creatività, del tipo che conquista il pubblico dei festival.
In seguito è sembrato che invece a vincere sarebbe stato il documentario NAZA di Rachel Szor e Yuval Abraham, che racconta attraverso le interviste a 24 soldati dell’esercito israeliano le tecniche con cui bombardano i palazzi di Gaza alla ricerca di miliziani di Hamas e le previsioni che fanno sulle uccisioni di civili (l’acronimo NAZA significa questo). Sarebbe stato un premio più politico che cinematografico, una cosa non rara nei festival, specialmente quando i presidenti di giuria sono statunitensi.
Possible Love ha poi vinto il Gran premio della giuria e NAZA il Premio speciale della giuria.
Woman Unknown invece era stato ricevuto dalla critica in modi più tiepidi. Esiste una pubblicazione cartacea quotidiana che viene distribuita solo nelle zone del festival, in cui tra le altre cose ogni giorno viene aggiornata una griglia con i voti di alcuni critici italiani e internazionali. Nella classifica finale di questa griglia Woman Unknown era sesto.

Il film era stato presentato nei primi giorni di festival e da subito era sembrato un buon candidato per la Coppa Volpi alla miglior interpretazione femminile. È un film tutto centrato sulla sua protagonista: una cameriera che, in Danimarca, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, sposa il suo ricco datore di lavoro. Per difendere il suo nuovo status è disposta a tutto, in un contesto di grandi violenze contro chi aveva collaborato con i nazisti, soprattutto se donne. Il film parla molto anche della società danese e di come periodi di rabbia sociale e di grandi cambiamenti vengano sofferti soprattutto dalle donne.
Woman Unknown era uno dei due film in concorso (insieme a Naza) diretti da una donna. Il fatto che quest’anno la sproporzione tra registe e registi in concorso fosse così grande era stato uno dei temi più discussi prima dell’inizio della Mostra. Per questo dopo l’assegnazione dei premi ci sono stati alcuni commenti sul fatto che Woman Unknown possa essere stato scelto per via della sua regista, soprattutto perché la presidente di giuria è Maggie Gyllenhaal, nota per essere molto attenta al tema della rappresentazione e della partecipazione femminile nel cinema.
Durante la conferenza stampa successiva all’assegnazione dei premi Gyllenhaal ha scherzato su questo dicendo: «Non ho neanche visto il film, ho solo pensato: è diretto da una donna, e quindi via» per poi spiegare più seriamente: «Ci sono molti film fatti da donne che non mi piacciono, e alcuni che detesto attivamente, esattamente come tra i film diretti da uomini. Ho un voto, come ogni altro membro di questa giuria, e ogni decisione che prendiamo è sempre complicata, sempre discussa a lungo. Sono stanca di parlare di questo stesso argomento all’infinito».
Una spiegazione più affidabile è che molto spesso presidenti di giuria o giurati che sono attori o attrici tendono a preferire e quindi a premiare i film che sono retti da grandi interpretazioni, come lo è Woman Unknown.
Maggie Gyllenhaal è un’attrice ma recentemente molto più una regista, che ha già un rapporto con la mostra di Venezia perché qui ha presentato il suo primo film da regista, La figlia oscura, tratto da un romanzo di Elena Ferrante, e vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Chi presiede le giurie dei festival ha il compito di dirigere i lavori, decidere la metodologia di discussione e, in caso di parità di voti, il suo pesa il doppio. Il suo parere quindi non è sempre determinante. Non lo è stato probabilmente in questo caso, visto che sappiamo per certo che Woman Unknown ha vinto con l’unanimità dei voti. Gli altri giurati di quest’anno erano il regista Johnnie To, il critico Francesco Casetti, la regista Kaouther Ben Hania, il musicista Daniel Blumberg, il regista Xavier Giannoli e la regista Shahrbanu Sadat.
Non è la prima volta comunque che a Venezia o a Cannes una giuria con una presidente o un presidente statunitense prende decisioni inaspettate, considerate strane o per meriti non artistici. Tim Burton nel 2010 diede la Palma d’oro a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, un film tailandese che non sembrava poter vincere, dando come motivazione il fatto che aveva piacere a premiare qualcosa di strano. Quentin Tarantino nel 2004 premiò per ragioni politiche il documentario di Michael Moore Fahrenheit 9/11, contro l’amministrazione Bush, e a Venezia nel 2010 premiò Somewhere della sua ex fidanzata Sofia Coppola. Nel 2022 Julianne Moore diede il Leone d’oro a Tutta la bellezza e il dolore, un documentario militante sulla crisi degli oppioidi negli Stati Uniti. Mentre Annette Bening nel 2017 a Venezia premiò un film insolitamente commerciale per un festival come La forma dell’acqua di Guillermo del Toro.
L’altra decisione che nessuno si aspettava, perché molto rara, è quella di non aver premiato nessun film italiano. Benché non sia una regola scritta, è consuetudine che nei grandi festival almeno un premio vada assegnato a uno dei film del paese che ospita l’evento. Quest’anno poi i film italiani in concorso erano cinque, alcuni dei quali apprezzati, come Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. Anche l’attrice italiana Alba Rohrwacher, protagonista del film francese Un bon petit soldat, è sembrato potesse vincere la Coppa Volpi. Il film invece ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Il giurato italiano Francesco Casetti, sempre nella conferenza successiva ai premi, ha spiegato che i film italiani sono stati discussi, anche molto, e che ha provato a spiegare alcune sfumature che sono più complicate da capire per chi non è italiano. Evidentemente senza successo.



