• Moda
  • Venerdì 11 settembre 2026

Abbiamo un problema con i vestiti per le bambine

Che spesso sono più succinti, ammiccanti e scomodi di quelli per bambini: se ne discute da anni ma nei negozi continua a essere molto evidente

(Screenshot dai profili TikTok di @latendainsalotto, @phoebeisginger1, @theoglazygirl8 e @hackorwackofficial)
(Screenshot dai profili TikTok di @latendainsalotto, @phoebeisginger1, @theoglazygirl8 e @hackorwackofficial)
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Nelle ultime settimane sono diventati virali sui social network vari video girati in negozi di abbigliamento infantile in cui vengono comparati i vestiti per bambine con quelli per bambini. Nei video viene mostrato come a parità di taglia i pantaloncini per le bambine siano più corti di quelli per i bambini, le loro magliette siano più attillate e corte e le mutande siano più sgambate, anche nel caso di taglie molto piccole come un anno o un anno e mezzo.

Il modo in cui i vestiti per bambine ripropongono gli approcci usati nel confezionare i vestiti per adulte, rafforzando stereotipi di genere e sessualizzando i corpi di persone minorenni, viene ciclicamente fatto notare ed è da tempo discusso da esperti di infanzia, psicologi, sociologi e divulgatori, ma continua a riproporsi. Il risultato è che fin da molto piccoli bambini e bambine vengono abituati a indossare vestiti diversi per nessuna valida ragione, e che appunto le bambine vengono indirizzate verso vestiti poco coprenti e più scomodi, con tutti i problemi che ne derivano.

In Italia, per esempio, ha avuto 4,8 milioni di visualizzazioni un video in cui una content creator compara le misure di due modelli di pantaloncini di jeans da bambina e da bambino venduti dalla catena di fast fashion H&M. Nella taglia 2-3 anni i due modelli hanno lo stesso giro vita ma la lunghezza della gamba è molto diversa. Ed è solo uno dei tanti video comparsi negli ultimi mesi su questo tema, soprattutto tra le utenti statunitensi.

Gli studi accademici e giornalistici che hanno preso in considerazione il fenomeno della sessualizzazione del corpo infantile femminile attraverso l’abbigliamento hanno cominciato a comparire nei primi anni Duemila. Nel 2011 uno studio che aveva analizzato i capi venduti in 15 siti web di marchi di abbigliamento popolari negli Stati Uniti aveva mostrato che il 29,4 per cento degli articoli per bambine presentava una combinazione di elementi sessualizzanti (scollature profonde delle magliette, reggiseni o imbottiture push-up, abiti molto corti o con scritte ammiccanti) insieme a elementi considerati generalmente più adatti a un abbigliamento infantile.

Lo studio aveva ipotizzato che l’accostamento di questi due approcci servisse a rendere gli elementi sessualizzanti più accettabili.

Tra i marchi analizzati quello per preadolescenti (tra i 10 e 14 anni) Abercrombie Kids aveva la percentuale più alta di abbigliamento femminile sessualizzante. In passato l’azienda aveva effettivamente affrontato diversi scandali legati a vestiti ritirati dal commercio perché avevano grafiche o nomi dei modelli inappropriati, come “cute butt sweatpants” («pantaloni della tuta per un bel sedere») e jeans a gamba stretta «per un look sexy che ti valorizza il sedere alla perfezione».

Più di recente, nel 2024, anche la catena di abbigliamento Zara è stata molto criticata per aver messo in vendita delle magliette per bambine con sopra frasi in inglese sessualmente allusive.

Nel 2022 quattro giornalisti del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung analizzarono oltre 20mila immagini e descrizioni di capi per bambini sotto i 10 anni venduti online su Zalando, H&M e sulla piattaforma About You. L’analisi rivelò che i pantaloncini da bambina erano in media 6 centimetri più corti e più stretti rispetto a quelli da bambino.

È molto difficile stabilire se sia il mercato (quindi i genitori) a guidare questo tipo di offerta così divisa per genere, o se siano soprattutto i marchi a proporla: più probabilmente è un automatismo che viene da entrambe le parti e che, come in molti altri casi, deriva da idee sessiste radicate e di cui solo negli ultimi anni ha cominciato a diffondersi una consapevolezza diffusa.

Recentemente il giornale danese Politiken ha intervistato sul tema un’ex stilista di abbigliamento per bambini, Terese Kalic, che ha raccontato che quando faceva quel lavoro non aveva figli e non si chiedeva se i pantaloncini per bambine fossero troppo corti per permettere loro di giocare comodamente. «Sono sicura che se oggi, da madre, dovessi progettare vestiti per bambine e bambini, lo farei in modo molto diverso».

In uno studio del 2018 realizzato con altri accademici, Federica Spaccatini, docente e studiosa italiana di psicologia sociale, ha delineato gli effetti della sessualizzazione nell’infanzia. A livello individuale, già a partire dall’età di 5 anni, possono presentarsi «la tendenza a monitorare il proprio aspetto, sensazioni negative come la vergogna per il proprio fisico e il desiderio di avere un corpo più magro».

Spaccatini scrive che esistono poche ricerche dedicate allo studio delle conseguenze della sessualizzazione di bambini e bambine a livello interpersonale, cioè sul modo in cui vengono percepiti e trattati dagli altri. Secondo quelli che ci sono però gli adulti percepiscono le bambine preadolescenti sessualizzate al pari di donne adulte sessualizzate, e quindi come meno intelligenti, competenti, determinate e capaci rispetto a quelle non sessualizzate.

In molti casi poi gli elementi accessori o decorativi come fiocchi, pizzi, paillettes o altri inserti sono considerati semplicemente scomodi, sia per le bambine che per gli adulti che devono vestirle. Una content creator americana ha mostrato come le mutande per bambine siano spesso decorate con pizzi, volant e piccoli fiocchi, mentre quelle per bambini sono molto più semplici. Ha raccontato di ricordare bene quanto da bambina quelle decorazioni fossero fastidiose perché sfregavano in mezzo alle cosce, e si è chiesta perché nei capi destinati ai bambini la comodità sembri avere più importanza, mentre per le bambine venga privilegiata l’estetica.

È un altro elemento da non sottovalutare se si pensa al ruolo che hanno il gioco e lo sport nella quotidianità dei primi anni di vita: per le bambine avere a che fare con un abbigliamento più scomodo può diventare causa di fastidi e fatiche maggiori nelle attività di movimento con gli altri e quindi condizionare il piacere con cui le fanno e il modo in cui le vivranno crescendo.

Un video del 2016 in cui Daisy Edmonds, una bambina britannica di otto anni, si lamenta delle grafiche delle t-shirt esposte nella sezione “bambine” in un negozio